Massimo Fini e il suo calcio reazionario

-di PIERLUIGI PIETRICOLA-

Da quale osservatorio è possibile guardare la società, comprenderla nelle sue dinamiche e per quanto possibile migliorarla? È la domanda cui tenta di rispondere Storia reazionaria del calcio. I cambiamenti della società vissuti attraverso il mondo del pallone. Scritto da Massimo Fini e Giancarlo Padovan ed una bella postfazione di Antonio Padellaro.

Entrambe penne precise e vivaci, Fini e Padovan hanno dato vita a pagine sulle cui righe l’occhio scorre divertito e senza mai fermarsi.

Com’era il calcio di un tempo? Era più bello e avvincente di quello cui siamo abituati oggi? E i giocatori, così come i tifosi: che uomini erano? E attraverso il loro ricordo, che tipo di società vi era in Italia?

Infine: è una realtà, quella raccontata in Storia reazionaria del calcio, perduta per sempre o ancora ve ne sono tracce?

Per rispondere a questi, e ad altri interrogativi, ne abbiamo parlato con uno degli autori del libro: penna intelligente, libera, ricca di spunti di riflessione, vera stecca nel coro (per evocare un’immagine di Indro Montanelli): Massimo Fini.

Storia reazionaria del calcio. Se lei è d’accordo, comincerei da quest’aggettivo che ben connota il libro: reazionaria. Perché?

Perché ricorda il calcio di una volta, che aveva una serie di elementi – identitari e comunitari – che quello moderno ha perso durante il suo percorso. E poi è importante il sottotitolo: I cambiamenti della società vissuti attraverso il mondo del pallone. Perché io credo che il calcio sia uno specchio, non marginale, della società.

Lei nel libro afferma che gli sport maggiormente seguiti erano: calcio e ciclismo. Gli altri erano meno frequentati…

Assolutamente sì. Tanto il calcio quanto il ciclismo erano i grandi sport nazional popolari che univano tutta l’Italia.

Questa sua passione per il mondo del pallone deriva dal fatto che lei è stato anche un calciatore?

Beh non sono stato Messi, diciamo la verità. Però ho giocato, e non proprio malissimo, nella Primavera di una squadra che allora era in Serie C.

Racconta nel libro che aveva controllo della palla e buona concentrazione in campo…

Avevo riflessi, senso della posizione. Ma quando avevo la palla fra i piedi mi scottava. Se mi veniva incontro un avversario, non ero in grado di fare una finta, così come non lo sono mai stato nella vita. In un certo senso questo libro è, sotto traccia, anche un’autobiografia. Quello del pallone, quando lo si gioca, è sempre stato uno sport meraviglioso. Solo nel teatro ho trovato una comunanza simile fra compagni. E lo dico a ragion veduta, dato che per natura sono un uomo che tende ad isolarsi.

L’appartenenza ad una squadra, da parte dei giocatori, si è perduta ormai?

Più che fra i giocatori, secondo me si va piano piano perdendo fra i tifosi. Per una serie di ragioni economiche che riguardano la società, ovviamente. Vi sono squadre che giocano con più stranieri che italiani. Già sotto questo aspetto, il lato identitario del pallone è venuto meno. Inoltre, poiché fra i giocatori vi è lo sfruttamento del gigantismo economico, assistiamo ad un cambiamento di squadra con estrema facilità e disinvoltura. Totti è stato l’ultimo esempio di un altro modo di intendere il calcio. Lui è rimasto nella Roma, non andando in altre squadre molto più forti e perdendo molto. Ha seguito le orme di calciatori simbolo come Riva, Antonioni e via discorrendo. Ma questo appartiene al vecchio calcio. E non si può neanche dar torto ai giocatori. Poiché è tutto legato a numeri e finanza, si segue questa tendenza. Essendo ormai la società un fattore tecno-economico, la centralità dell’uomo si è andata perdendo. E mi lasci dire: credo che il vecchio Nenni questo discorso lo avrebbe compreso perfettamente.

Mi trova d’accordo. Quando lei giocava, come suo compagno c’era un uomo: Silvio Berlusconi…

Ebbene sì. Lui ha otto anni più di me e giocava dai Salesiani. Era alto come un soldo di cacio. Faceva il centravanti e non passava mai la palla. Nel gergo di allora lo si chiamava: il “venezia”. Già da questo si intravedeva il Berlusconi che in seguito abbiamo poi conosciuto.

Guardando come giocano i bambini si può prevedere come saranno da adulti?

In un certo senso sì. Anche se, naturalmente, il problema non sono dei ragazzini che giocano in modo abbastanza spontaneo. Sono i genitori che rovinano i bambini. Fra i cosiddetti “pulcini” è difficile vedere falli cattivi o da carogna. In più, nel calcio ma in tutto, c’è la tendenza a professionalizzare i ragazzi molto presto. Ciò che, secondo me, nuoce. Perché fra mille che giocano, solo uno riuscirà. E non è neppure vero che sia necessario iniziare così presto. Nureyev, il più grande ballerino del mondo, cominciò a ballare a diciassette anni e non a sei. Mi pare un esempio da tenere a mente.

Così facendo è difatti venuta meno una certa spontaneità…

Senz’altro! E prima era anche diverso il rapporto fra tifoso e calciatore. Quest’ultimo era un idolo in campo, ma al di fuori no. Rivera poteva serenamente camminare in strada senza che nessuno lo infastidisse. Oggi i calciatori vivono appartati fuori città. In belle ville certamente, ma appartati.

Ogni giorno viene trasmessa una partita. Questo può aver contribuito a far perdere al calcio quella sua spontaneità?

Il fatto che quasi ogni giorno vi sia una partita di pallone è un fenomeno legato anche al fattore economico. Perché: il Venerdì c’è un anticipo di serie B; il Sabato due di A e uno di B; la Domenica, a mezzogiorno, una partita di A e poi altre fra il pomeriggio e la sera. E il Lunedì altre ancora. Il calcio da stadio è andato via via diminuendo dall’82 in poi. È diventato uno spettacolo televisivo. Ma il calcio non è questo! È qualcosa di molto più importante. Prima era uno sport comunitario, che univa. La divisione che c’è adesso non esisteva. L’operaio era vicino al piccolo-medio imprenditore e viceversa. E non c’erano gli episodi di aggressività e violenza che conosciamo oggi.

L’introduzione della tecnologia ha colpe per questa perdita di spontaneità?

Direi proprio di sì. Oggi quando uno segna un goal la gente non può esultare subito perché il Var deve dichiarare regolare o meno quel punto. Si può esultare, ma cinque minuti dopo l’azione effettiva. Come dico nel libro: il calcio è un racconto in tutte le sue parti. Non lo si può spezzettare, perché perde tutta la sua poesia.

In Miti d’oggi, Roland Barthes parlava del catch come azione teatrale, priva di spontaneità, perché tutto era finto e le persone lo sapevano. Vi era la rappresentazione di un’idea, ma non la realtà dell’evento. Sta accadendo, mutatis mutandis, lo stesso anche nel calcio?

Direi di sì. Il calcio è uno sport nato in Europa. Poi, piano piano, abbiamo ricalcato l’esempio americano che non ha nulla da condividere col modello originario. Tanto è vero che oggi i ragazzi si dirigono verso sport dove l’economico è un fattore meno presente, come il rugby o la pallavolo. Per anni il calcio è stato portatore di valori ideali. Oggi non mi pare sia più così.

Trova che il calcio straniero sia diverso da quello italiano?

Credo di sì, con le rispettive differenze. Il calcio inglese, per esempio, piano piano si sta adeguando al modello americano. Ma meno. Se, invece, andiamo a vedere una partita in Scozia, ritroviamo il calcio di una volta: molto fisico, rude anche, però reale. In Italia, invece, si è perso tutto. Quando gira un tal cumulo di quattrini, ritrovare il senso della realtà e del gioco maschio è difficile.

Le donne e il calcio: lei nel libro ne parla…

Sì e intendevo dire questo: il calcio è, fondamentalmente, un rito. Per la società secolare, di cinquant’anni fa ma anche attuale, era ed è l’unico posto riservato al sacro. Pensi a un tifoso: gioisce come un bambino se la squadra vince, soffre se perde benché non gliene venga in tasca nulla. Come ogni rito, vuole concentrazione assoluta e totale. Ecco perché dico, almeno per quanto mi riguarda, che non sono mai andato a vedere una partita con una ragazza. Quanto al calcio femminile: è un fenomeno che si sta affermando. Ma non mi sembra il loro gioco. Il calcio è anche una metafora della guerra. È un gioco maschile, antropologicamente estraneo all’universo della donna, secondo me.

Come sarà accolto, a suo avviso, questo libro dagli addetti ai lavori?

Questo non è un libro per tifosi. È un testo che si compone di vari livelli: parla di calcio ma non è sul calcio, bensì sulla società. Poi è un’autobiografia, sub specie football, dei due autori (io e Giancarlo Padovan). E spesso si sconfina nella cultura su tematiche non direttamente legate al mondo del pallone.

Il calcio puro, come lo intendiamo noi, era quello praticato dall’Olanda degli anni Settanta: dove ognuno giocava secondo il proprio estro e senza ruoli rigidamente fissi. Specchio di una società libertaria e hippie quale era quella europea del tempo. Questo, in fin dei conti, è il senso del libro.

Mi pare una conclusione bellissima…

Mi lasci dire una cosa.

Dica pure…

Sono contento di dialogare con una fondazione che si richiama a Nenni. Perché lui fu un uomo di grande spessore politico e di grande spessore umano. Gli uomini politici del dopoguerra, che patirono sofferenze dure ed estreme, erano di ben altro valore. Tutto ciò che, ormai, si è perso. Temo per sempre.

pierlu83

Rispondi