Nenni: Così uccisero Matteotti

Il 10 giugno 1924 a Roma, sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, un gruppo di fascisti rapì Giacomo Matteotti, mentre si stava recando in Parlamento. Quel giorno avrebbe dovuto presentare un discorso alla Camera dei deputati in cui avrebbe rivelato le sue sconvolgenti scoperte riguardanti lo scandalo finanziario che coinvolgeva anche il fratello del duce, Arnaldo Mussolini. Ma già nella seduta del 30 maggio Matteotti aveva pronunciato un discorso al termine del quale le sue profetiche parole erano state: “Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me”. Sapeva di essere nel mirino del regime per aver denunciato pubblicamente l’illegalità, i soprusi e i brogli e aver di conseguenza chiesto l’invalidazione delle elezioni del 6 aprile, in cui vi era stato il trionfo del “listone di destra”. È così che si arrivò al rapimento e alla sua uccisione. Il suo corpo occultato fu ritrovato in stato di decomposizione in un boschetto di Riano Flaminio solo due mesi più tardi. Un anno dopo Pietro Nenni fu condannato a sei mesi di prigione per la pubblicazione di un opuscolo sull’assassinio del deputato: “L’assassinio di Matteotti ed il processo al regime”. Fortunatamente una copia di quel prezioso documento è giunta fino a noi ed è gelosamente conservata negli archivi della Fondazione Pietro Nenni e oggi nel giorno in cui ricorre il 93° anniversario della morte di Giacomo Matteotti ci è sembrato giusto riproporre alcuni brani di questo scritto.

-di PIETRO NENNI-*

Il senso di stupore e di indignazione che guadagnò rapidamente la opinione pubblica, fra il giovedì 12 giugno e la domenica successiva, allorché fu noto il rapimento dell’on. Giacomo Matteotti, avvenuto di pieno pomeriggio in Roma il martedì 10, e allorché caddero le illusioni e le speranze che si trattasse di sequestro di persona e non di assassinio, fu l’indice più eloquente dello stato d’ignoranza, di terrore, di omertà, in cui era la grande maggioranza della popolazione…

…Contro Giacomo Matteotti, gli odii fascisti erano stati implacabili. Nel suo Polesine egli aveva subìto persecuzioni di ogni sorta. A Roma, segretario del partito socialista unitario, era considerato non solo nemico del fascismo, ma nemico personale del Presidente…

…La pubblica sicurezza, che sorvegliava strettamente Matteotti, aveva cominciato col perderne compiacentemente le traccie proprio il giorno del delitto. La sera del giovedì 12 giugno essa era – o fingeva di essere – ancora completamente ignara delle condizioni in cui si era verificato il rapimento, in pieno giorno, ed in un punto centrale come il Lungo Tevere Arnaldo da Brescia. Quanto al Governo esso trattava il delitto come un affare di ordinaria amministrazione. Le dichiarazioni dell’on. Mussolini alla camera, nella seduta del 12, furono di una desolante freddezza. “ Credo- disse – che la Camera sia ansiosa di avere notizie dell’on. Matteotti, scomparso improvvisamente nel pomeriggio di martedì scorso in condizioni che ancora non sono ben precisate, ma che appariscono tali da suscitare legittime apprensioni per la morte di quel collega che sarebbe vittima di un delitto che non potrebbe non suscitare lo sdegno e la commozione del Governo e del Parlamento”. Seguiva l’annuncio che “la polizia si è messa in movimento e si ritiene che essa, sulle tracce di elementi sospetti, possa dare da un momento all’altro notizie dell’on. Matteotti”. Non una parola di più, ciò che determinò l’on. Eugenio Chiesa a gridargli: – è complice…

…Intanto, incalzata dalla pubblica opinione e dalla stampa, che aveva già ricostruita la scena del rapimento, la polizia, era costretta ad arrestare alcuni fra gli esecutori materiali del delitto.

La loro cattura pertanto non acquietò l’opinione pubblica. Anzi ne acuì l’orgasmo, in quanto fu subito evidente da dove era partito il colpo e chi erano quindi i mandanti. Si può dire che dal giorno 13 il delitto assunse la sua caratteristica definitiva del delitto di Partito e di Stato.

Un altro degli elementi che hanno acuito lo spasimo delle folle è l’occultazione del cadavere della Vittima.

L’Invisibile fu presente a tutti gli spiriti. Fu l’Ombra accusatrice del fascismo, fu l’Alfiere dell’antifascismo. Divorato dalle fiamme o sprofondato nel lago di Vico; trafugato in un cimitero o celato nel mistero di una grotta; Colui che non aveva sepoltura aveva però un altare in tutti i cuori. La rozza croce tracciata da mano pietosa sul luogo dove Egli fu rapito, risplendeva nella luce del martirio.

Oggi i miseri resti di Giacomo Matteotti, sono composti nella tomba di famiglia a Fratta Polesine, ara dell’Italia proletaria.

A quella tomba noi andremo in muto pellegrinaggio il giorno della vittoria, per rendere il più grande degli omaggi a Colui che morendo assunse il simbolico valore del Capo materialmente assente, ma spiritualmente presente.

Chiunque aveva avvicinato Matteotti e ne aveva scrutato il pensiero e l’anima, sapeva di essere di fronte ad uno di quegli uomini che ponderano le parole e gli atti, che procedono con metodo rigoroso alla indagine dei fatti politici e sociali, ma che presa la loro via la percorrono fino in fondo, inflessibilmente.

Questo morto – al quale fu a lungo contesa una tomba – domina la scena politica italiana. Invano il fascismo è ricorso ai tentativi più svariati per deviare il corso delle indagini e l’attenzione del pubblico. Invano ha implorato e minacciato. Non c’è che una realtà concreta: il processo del delitto di Roma, che non è il processo ai sei o sette arrestati, ma è il processo al regime.

Il vero processo Matteotti si discuterà non in un’aula di Assise, ma davanti all’Alta Corte di Giustizia quando vi compariranno Mussolini ed i suoi ministri. Lo esige la giustizia, e le esigenze della giustizia sono imprescindibili. Lo esige l’onore della patria italiana, giacché la patria è disonorata là dove la giustizia viene sacrificata alla tirannia.

*brani tratti dall’opuscolo di Pietro Nenni “L’assassinio di Matteotti ed il processo al regime”. Materiali recuperati da Ilaria Coletti

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