L’amore che non osa pronunciare il proprio nome : la prigionia di Oscar Wilde per omosessualità

-di GIULIA CLARIZIA-

“Dear Christ! the very prison walls

  Suddenly seemed to reel,

And the sky above my head became

  Like a casque of scorching steel;

And, though I was a soul in pain,

  My pain I could not feel.”

[Oscar Wilde, The Ballad of Raeding Gaol]

 

Il diciannove maggio del 1897, lo scrittore Oscar Wilde usciva dal carcere di Reading Gaol dopo due anni. L’accusa: sodomia.

La rigida morale dell’Inghilterra vittoriana non lasciava spazio ad eccezioni. L’omosessualità era considerata non solo una malattia, ma addirittura un reato da punire con la reclusione.

Eppure, il celebre dandy viveva piuttosto liberamente il suo rapporto con Alfred Douglas, figlio del marchese di Queensberry, e anch’egli poeta.

I due ebbero una relazione burrascosa per diversi anni, fortemente contrastata dal marchese che in numerose occasioni attaccò Wilde e i suoi comportamenti indecenti.

La situazione per il poeta precipitò proprio a causa di una provocazione da parte del padre del suo amante, il quale inviò al suo club una nota con su scritto: “ad Oscar Wilde, che si atteggia a sodomita”.

Pubblicamente umiliato, dietro insistenza dello stesso Alfred, Wilde decise di citare in giudizio il marchese per diffamazione. Questo si difese però raccogliendo testimonianze e prove della fondatezza delle sue accuse, riuscendo a raggiungere una lista degli indirizzi di svariati giovani con cui Wilde aveva avuto frequentazioni.

Per il poeta il processo prese dunque una piega inaspettata. Dalla parte dell’accusa passò a quella dell’imputato.

Ancora prima del verdetto, l’opinione pubblica reagì con durezza allo scandalo. Non solo in Inghilterra, ma anche negli Stati Uniti e in Francia, gli spettacoli di Wilde vennero interrotti. Si iniziò a mettere in atto una damnatio memoriae nei confronti dell’artista, cancellando il suo nome dai manifesti nelle strade.

Al tempo stesso Wilde era sostenuto da numerosi amici, alcuni dei quali insieme alla moglie tentarono di convincerlo a fuggire all’estero. Egli però decise di restare, con un atteggiamento quasi fatalista, attendendo la sorte che il destino gli avrebbe presentato.

Affrontò il processo con grande arguzia, caratteristica della sua mente brillante e del suo carisma. L’accusa presentò come testimonianza della sua colpevolezza anche alcuni scritti di lui e del suo amante, tra cui il romanzo senza tempo Il ritratto di Dorian Grey e la poesia Two Loves di Douglas, che parlava di quell’amore di cui non si osa pronunciare il nome.

L’effettività dei comportamenti libertini dell’esteta portò il giudice a condannarlo al massimo della pena: due anni di detenzione.

Colui che viveva inneggiando all’arte e alla bellezza, si trovava dunque travolto dalla giustizia e dalla morale dei suoi tempi. I due anni trascorsi in carcere furono un trauma. Wilde temeva di impazzire, soffriva il non potersi dedicare ai propri studi, implorava per una diminuzione della pena definendo la sua omosessualità come una malattia da curare.

Una volta libero, senza un soldo, Wilde tornò a frequentare Alfred con il quale si trasferì per un periodo a Napoli. Non avendo di che vivere, i due cedettero alle insistenze delle rispettive mogli e si separarono in cambio di denaro. Wilde sarebbe morto pochi anni dopo, nel 1900, chiedendo in punto di morte il battesimo e l’estrema unzione.

Raccontiamo questa storia (e se ne potrebbero rievocare a migliaia, note e meno note) a due giorni dalla giornata mondiale contro l’omofobia. Sarebbe dovuto passare un secolo dai tempi di Wilde perché l’omosessualità venisse cancellata dall’elenco delle malattie mentali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Questo avvenne il 17 maggio del 1990, e per questo motivo dal 2004 proprio il 17 maggio è stato consacrato alla lotta contro la discriminazione sessuale. Diritto, tra l’altro, inserito nella carta di Nizza del 2000. Sono ancora molti, tuttavia, i freni culturali presenti all’interno della nostra società nei confronti della libertà di amare senza subire il giudizio altrui, in primis spesso quello delle proprie famiglie. Le prigioni di oggi non sono fatte di mura. Sono invisibili ma altrettanto dolorose.

 

giuliaclarizia

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