Uccidete il comandante bianco. Un mistero nella Resistenza

– di PIERLUIGI PIETRICOLA

Ogni libro di Giampaolo Pansa sorprende. Anche la sua ultima fatica, Uccidete il comandante bianco. Un mistero nella Resistenza (Rizzoli, 289 pagine, 20 Euro), svela un aspetto della guerra partigiana tuttora ignoto.

Ciò che stupisce della scrittura di Pansa, è la capacità di raccontare, attraverso un episodio particolare, un ampio e discusso momento storico conferendogli un respiro maggiore e mai, mai ristretto. Come ottiene questo risultato? Non rinchiudendosi nelle maglie del noioso e polveroso linguaggio dello specialismo. E si badi: mai venendo meno un rigore di metodo storico.

Con uno stile lucido e incalzante, che non consente di interrompere la lettura, nel suo ultimo libro Pansa indaga la vita di Aldo Gastaldi, detto Bisagno: straordinario comandante della banda partigiana Cichero, morto in circostanze inspiegabili.

Un mistero che, per la prima volta, viene finalmente raccontato.

Pansa, lei ha incontrato per la prima volta la figura di Aldo Gastaldi, detto Bisagno, ai tempi della sua tesi di laurea. Decide di scriverne solo oggi. Perché?

Io ho scritto una tesi di laurea sulla Resistenza italiana nella provincia di Alessandria, la zona dove sono nato e vissuto da bambino e da adolescente. Mi sono imbattuto in Bisagno, ma di sfuggita. E così oggi, all’età di quasi ottantatré anni, ho deciso di parlarne nello specifico, perché fu il protagonista di una storia che allora, credo, non mi parve di raccontare in modo adeguato dandogli il giusto spazio.

Dal suo libro emerge un ritratto di Bisagno come di una figura molto singolare nel contesto della Resistenza italiana.

Era un personaggio indubbiamente particolare.

Cosa la affascina di Gastaldi?

Innanzitutto la giovane età nella quale compì le imprese di cui parlo nel libro.

Fu, certamente, un uomo straordinario.

Soprattutto se pensiamo che Gastaldi era nato nel 1921. Quando iniziò il periodo della Resistenza, cioè nel ’43, aveva poco più di ventun anni, quasi ventidue. E quando morì nel maggio del ’45, non ne aveva nemmeno ventiquattro. In pochissimo tempo, divenne uno dei protagonisti più importanti della guerra di Resistenza.

Bisagno era un partigiano.

Certo. Un partigiano bianco. E ne incarnò in pieno le caratteristiche.

In che modo?

Cominciamo col dire, intanto, che era un convinto credente. Aveva una fede molto profonda, che poggiava saldamente sui principi del cattolicesimo ai quali non veniva mai meno.

Era così integerrimo?

Al punto che morì vergine.

Sembra incredibile.

Incredibile ma vero. Contrariamente ad altri partigiani, non amava andare in giro per conquiste. Lui aveva programmato la sua vita. Nella sua mente, solo dopo terminata la guerra avrebbe pensato a metter su famiglia.

Tutt’altro che un Don Giovanni.

Non lo era affatto. Credeva in una relazione basata sulla reciproca fedeltà e sul rispetto l’uno dell’altra. Questa sua fede profonda si manifestava anche in un altro modo.

Quale?

È un fatto che si è venuto a sapere solo dopo la sua morte. Tutte le sere Bisagno, ad un certo punto, scompariva. Nessuno sapeva dove andasse né cosa facesse. Successivamente alla sua dipartita, si seppe che andava, in bicicletta, a confessarsi da un parroco della val Trebbia. Il quale, per lui, celebrava una messa. In quell’occasione prendeva anche l’Eucarestia, e poi faceva ritorno dai compagni della sua banda.

Che si chiamava Cichero.

Esattamente. Fu una delle formazioni più importanti, se non la più importante, dell’area geografica che allora prese il nome di “Sesta zona ligure”.

Quindi Bisagno, oltre ad essere un uomo di fede, fu anche un grande comandante.

Un grandissimo comandante. Fu grazie a lui, alla sua figura e al suo modo di essere e di fare che la Cichero assunse un ruolo centrale, divenendo persino un modello di riferimento per la Resistenza.

Malgrado questo, però, Bisagno non fu ben visto da alcuni altri suoi compagni di battaglia.

No, per niente.

Come mai?

Perché man mano che la guerra andava sviluppandosi, Gastaldi cresceva di importanza in virtù dei successi riportati. Questo lo pose in una situazione di conflitto col mondo comunista, che vide in lui un ostacolo.

Un ostacolo per cosa?

Per una vera e propria presa di potere comunista in Italia.

Addirittura?

Stando alle mie ricerche e alle testimonianze da me sentite e raccolte, noi saremmo dovuti diventare una provincia sovietica una volta terminata la guerra.

E Bisagno ebbe sentore di tutto questo?

Sì. Al punto che, ad un certo momento, si trovò costretto a dormire con la rivoltella sotto il cuscino.

Ed ebbe mai conferma di questo suo sospetto?

Eccome! Fu nel marzo del ’45, quando venne convocato dall’apparato comunista della Sesta zona per comunicargli che non sarebbe più stato alla guida della Cichero e che sarebbe stato mandato, da solo, in un’altra zona della Liguria: a Ponente.

E perché questo?

Perché la Cichero rappresentava un ostacolo vero all’egemonia comunista nella val Trebbia e alle strategie che avevano in procinto di mettere in atto in Italia.

E Bisagno come reagì?

In quella riunione ci fi una discussione accesissima a seguito della quale non avvenne nulla. Poi però Bisagno, insieme ad altri suoi compagni, inviò al Comando generale del Corpo volontari della Libertà un documento molto severo contro i quadri comunisti della Sesta zona.

E in questo documento cosa vi era scritto?

Si chiedeva l’abolizione dei commissari politici che facevano solo attività di partito. Poi non se ne fece nulla. Ma quel documento rappresentò la condanna a morte di Bisagno, che fu definitivamente considerato un nemico del Pci.

Le circostanze in cui Gastaldi morì furono molto bizzarre.

Morì in un incidente stradale assurdo.

Come fu la dinamica di questo incidente?

Dopo aver riaccompagnato dei compagni nei loro paesi di origine nei pressi di Riva del Garda, per evitare che potessero essere arrestati come militari fascisti (perché erano un gruppo di alpini che abbandonarono la Repubblica di Salò per unirsi alla Cichero), durante il viaggio di ritorno Bisagno decise di salire sul tettuccio del camion su cui viaggiava, un Fiat 666. Il camion fece una sterzata improvvisa per evitare di investire un gruppo di prigionieri tedeschi sbucati in strada all’improvviso. Morale della favola: cadde e finì sotto le ruote posteriori del veicolo che lo schiacciarono. Dopo qualche ora, morì.

Perché Bisagno decise di salire sul tettuccio del camion?

Questo è il punto. Fu un fatto strano, per nulla coerente col suo abituale comportamento. Alcuni testimoni riferiscono che quel giorno, prima della disgrazia, Gastaldi non era più lo stesso. Distribuì dei documenti riservati, cosa che mai avrebbe fatto prima. Si mise anche a cantare.

Ed è così strano?

Sì perché non lo faceva più da tempo. Canto così: all’improvviso, come niente fosse.

Come si spiegano queste bizzarrie?

Si pensa sia stato avvelenato. Tant’è che, sentendosi male, salì sul tettuccio del camion per prendere un po’ d’aria e morì in seguito a quella brusca sterzata.

Senta Pansa, posso chiederle come mai lei è così interessato alla Resistenza?

Perché è una storia che, a mio avviso, deve essere raccontata nella sua interezza. Noi ne conosciamo solo una parte, e non va bene.

E raccontare tutte queste vicende, oggi, che importanza può avere?

Quella di ristabilire la verità dei fatti. E sa perché è importante?

Perché?

Le rispondo raccontandole una cosa che mi disse proprio Pietro Nenni…

E cosa le disse?

Mi disse: “Caro Pansa, molto presto l’Italia diventerà una democrazia senza popolo. Il senso democratico ci sarà a livello istituzionale, ma il popolo lo perderà del tutto. E questo perché è necessario ristabilire la verità in modo da raccontare storie credibili alle persone”.

Però!

Nenni era davvero un uomo straordinario. Aveva una sensibilità speciale. Io lo ammiravo moltissimo.

Sta già pensando al prossimo libro?

Certo.

Può anticipare di cosa parlerà?

Racconterà cosa fu la guerra civile dalla parte dei fascisti attraverso la testimonianza di una donna. Di più non posso dire.

Qual è, secondo lei, il dovere di un giornalista?

Quello di mantenere sempre un atteggiamento limpido di fronte a ciò che accade, senza alimentare notizie false – o fake news, come si preferisce chiamarle oggi. È un principio al quale non sono venuto mai meno dal Primo gennaio del ’61, quando iniziai la mia professione alla Stampa.

Pierluigi Pietricola

Giorgio Bertuzzi Campreciós

Sistemista informatico nel campo delle telecomunicazioni, ho un passato fiorente in aziende come Italtel, Sirti, WIND e Fastweb. Mi diletto anche, per pura passione, nel realizzare siti web. Sono un appassionato motociclista, adoro lavorare il legno e adoro scrivere articoli, ed ogni tanto mi innamoro nel rileggerli.

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