Il lato vero dell’economia: effetti del cambio della lira a 1000 lire


-di FRANCO CAVALLARI-

 Da diversi anni nell’immaginario della destra riemerge periodicamente la favola secondo cui  al momento dell’ingresso della nostra moneta nell’area euro il nostro Paese ha commesso un grave errore: non aver preteso un cambio della lira con l’euro a mille lire, Questa impostazione postula che il livello effettivo di 1936,27 avrebbe penalizzato il nostro Paese, avvantaggiando i Paesi economicamente forti come la Germania. Il corollario di questa teoria è che l’Italia avrebbe potuto trarre grande vantaggio dall’applicazione di un tasso di conversione a 1000 lire, nel presupposto che, si sostiene, esso rispecchiava meglio la nostra realtà economica. In pratica, si vuol significare che con detto tasso di conversione della lira in euro tutti i risparmiatori italiani e l’economia in generale si sarebbero trovati in possesso di una quantità quasi doppia di euro e quindi tutti più ricchi in virtù del maggior potere d’acquisto loro attribuito.

Questa tesi è completamente fallace ed è il frutto della conoscenza approssimativa delle leggi fondamentali dell’economia che affligge molti dei nostri politici. Sorprendentemente, tra i sostenitori della tesi descritta, oltre ai leader della destra, si annoverano anche alcuni imprenditori, non si sa quanto convinti, ed altri cultori del marketing politico in vena di trovare materiale propagandistico di tipo populista; si tratta di orecchianti privi di cultura economica che nel cercare  argomenti di facile presa sul pubblico, s’ingarbugliano sull’ABC dell’economia e della finanza.

Le argomentazioni addotte equivalgono ad affermare che stampando e mettendo in circolazione una quantità doppia di moneta un Paese possa raddoppiare il potere d’acquisto dei suoi cittadini, migliorando la loro condizione economica. Al semplicismo, disinvoltamente cavalcato da molti esponenti della destra, giova ricordare che il nostro Paese ha già sperimentato, qualche decennio fa, la politica lassista  della finanza pubblica consistente nell’immettere grandi quantità di moneta nel circuito economico per alimentare aumenti smisurati della spesa pubblica corrente. Questa politica, ignorando completamente la salvaguardia degli equilibri dell’economia reale e dei conti pubblici, oltre ad aver  causato nell’immediato un pauroso avvitamento nel gorgo dell’inflazione (che ha rasentato il 25%), provocando continui slittamenti del cambio della lira volti a ricomporre, su livelli sempre più bassi, l’equilibrio delle variabili reali compromesse, ha caricato sulle spalle delle generazioni successive un debito pubblico di dimensioni abnormi.

Nel nostro caso, l’adozione di un tasso di conversione dell’euro a 1000 lire, e il conseguente  aumento spropositato della massa monetaria posta in circolazione, avrebbe arricchito i nostri conti correnti; ma ben presto questa maggiore ricchezza, riversandosi in forma di domanda su una produzione di beni e servizi immutata, si sarebbe presto tradotta in un forte aumento dei prezzi. Dal punto di vista macroeconomico e della competitività ci saremmo trovati in una situazione non certo invidiabile: la presenza contemporanea di un’enorme rivalutazione monetaria e di una forte inflazione.

Anche se in base all’esperienza comune del consumatore la corrispondenza tra il potere d’acquisto  di un euro del 2018 e quello di 1000 lire dell’anno 2000 appare attualmente del tutto plausibile, non dobbiamo lasciarci fuorviare da facili suggestioni: sono passati quasi 20 anni e le variabili economiche, dopo aver subito un iniziale brusco aumento dei prezzi (dovuto soprattutto alla speculazione incontrollata), hanno seguito il naturale graduale aggiustamento degli equilibri perturbati di un’economia come la nostra, affetta da un cronico divario di produttività rispetto alle altre economie industrializzate.

Al di la delle suggestive apparenze, la realtà è che le conseguenze nel 1999 di un eventuale cambio di conversione a 1000 lire sarebbero state gravissime: in primo luogo, come accennato,  sull’inflazione, Altri effetti fortemente negativi avrebbero interessato il debito pubblico, per 1/3 in mano estere, il cui volume sarebbe risultato quasi doppio rispetto alle dimensioni che ha effettivamente assunto, nonché l’alterazione incontrollabile del delicato equilibrio tra competitività e ragioni di scambio del nostro commercio internazionale; da non sottovalutare, inoltre, le grandi difficoltà di adattamento del livello dei costi e dei salari,  con i conseguenti effetti a cascata sui nostri scambi con l’estero e su altri aspetti della nostra economia.

 Va infine sottolineato che il livello del cambio di conversione della lira in euro adottato nel 1999 non è scaturito da una decisione del Governo italiano pro-tempore, né da una contrattazione con la Commissione UE, bensì, come per le altre valute, dalle risultanze delle rilevazioni scaturite dall’osservazione degli equilibri valutari europei durata anni.

1 Comment

  1. Una domanda da profano di economia, ma se avessimo colto la proposta fatta a suo tempo da Bettino Craxi portate le mille lire a una lira pesante togliendo i tre zeri cosa sarebbe successo in meglio o in peggio? Grazie delle risposte. Andrea salvadori.

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