Il lato vero dell’economia: la “flat tax” al 15%


-di FRANCO CAVALLARI-

Il padre della “flat tax” riconosciuto anche dalla Lega di Salvini è il Prof. Alvin Rabushka. Il suo modello dell’economia USA, basato sull’assunto della curva di Laffer (definita da J.E. Stiglitz “una teoria scarabocchiata su un pezzo di carta”), postula un  aumento del gettito al diminuire della pressione fiscale. A parte i limiti dei modelli, i risultati delle sue simulazioni, che prevedono un’aliquota unica del 19% da applicare a tutti i redditi, dedotti  investimenti, costi e  25.500 $, sono alquanto deludenti: solo nel nel lungo periodo si otterrebbe un aumento delle entrate fiscali, degli investimenti e della crescita, mentre dal punto di vista redistributivo il modello segnala un  ampliamento della forbice dei redditi, con un forte aumento del peso fiscale sulla classe media e dei redditi più bassi, a vantaggio delle classi di reddito più elevate.

Anche i molteplici tentativi di valutare gli effetti della tassa unica da parte di altri economisti (Conesa-Krueger, Pijoan-Mas ,  Gonzales-Tarabella, Fuest, Ventura ecc)  sono giunti tutti a conclusioni analoghe: effetti positivi solo nel lungo periodo, ma redistribuzione dei redditi da subito a vantaggio delle  classi più ricche, a detrimento dei redditi medi e delle classi  meno abbienti.

Berlusconi afferma che la “flat tax” è stata adottata con successo in 60 Paesi; in realtà sono meno di 40 ed il loro elenco lascia sconcertati: Estonia, Lettonia e  Lituania nel 1994; seguirono, dopo il 2001, Serbia, Ucraina, Georgia, Romania, Slovacchia, Isola di Jersey, Seychelles, Trinidad e Tobago, isole Tuvalu, Jamaica, Hong Kong, Macedonia, Albania, Montenegro ed altri minuscoli Paesi. Salta all’occhio l’assenza totale dei Paesi industrialmente avanzati.

La riforma fiscale della Russia, che nel 2001 introdusse l’imposta unica, ottenendo un grande successo di gettito (+16%), è stata oggetto nel 2005 di un’approfondita analisi da parte del Fondo Monetario Internazionale. Le conclusioni hanno stabilito che l’aumento delle entrate fiscali e lo sviluppo del reddito della Russia non sono attribuibili alla “flat tax”, ma ad “all’impennata del prezzo del petrolio e del gas naturale”.

Negli ultimi tempi, il vento di destra ha portato nel nostro Paese un’ondata di consenso a questa forma di tassazione, che ha contagiato anche l’ex socialista, ora consulente di Berlusconi, Francesco Forte; ma, secondo gran parte degli economisti italiani, l’applicazione dell’imposta unica del 15% porrebbe rilevanti problemi di gettito. senza provocare apprezzabili recuperi di evasione, provocando,  altresì, un completo ribaltamento dell’equità fiscale. In realtà, l’emersione degli evasori e i benefici economici di lungo periodo sono tutti da dimostrare; senza contare il clamoroso fallimento del Governo Berlusconi nel 2001 del tentativo di introdurre le due aliquote IRPEF del 23 e del 33%.

Il conteggio delle conseguenze di bilancio della “flat tax” al 15% è semplice: il gettito attuale  dell’IRPEF ammonta a  160-170 Mld e quello dell’IRES a 40-45 Mld, derivanti da una base imponibile complessiva intormo a 830-850 Mld. Applicandovi l’aliquota del 15% si otterrebe    un gettito lordo di 125 Mld, netto circa 100 Mld,. con una perdita di gettito intorno ai 100-110 Mld.

L’osservazione dei proponenti la “flat tax”, secondo cui la bassa imposizione ad aliquota unica indurrebbe la maggior parte degli evasori ad emergere, è assolutamente priva di fondamento: innanzitutto perché l’ipotetico abbassamento della tassazione sarebbe riferibile soltanto ad una modesta quota della pressione fiscale complessiva, mentre le altre imposte, tasse e contributi, (gettito   più di 400 Mld), resterebbero invariate; la misura sarebbe insufficiente per determinare la convenienza degli evasori a manifestarsi. (addirittura, Berlusconi pretende che la riforma si autofinanzi,  portando a copertura delle sue promesse elettorali l’emersione in 5 anni di tutta  l’evasione di circa 130 Mld). Anche dal punto di vista del rilancio dell’economia, l’incentivo agli investimenti per i contribuenti corretti sarebbe molto limitato perché la diminuzione della pressione fiscale sarebbe solo parziale (100-110 Mld, ossia circa 1/5 della pressione fiscale complessiva).

Anche volendo ammettere che tutto ciò possa costituire movente sufficiente all’emersione degli evasori e all’aumento degli investimenti degli altri contribuenti, gli operatori interessati terrebbero senz’altro conto della non peregrina ipotesi che un altro Governo possa successivamente attuare una “controriforma”, ripristinando la tassazione precedente.

In conclusione, a parte il dettato della Costituzione della Repubblica (art. 53), per un’economia complessa e diseguale come quella italiana, la progressività, con tutti i suoi difetti (emendabili), rappresenta, con buona pace  di Francesco Forte, un’esigenza imprescindibile per la tenuta del tessuto sociale. Inoltre, l’aliquota unica aprirebbe una voragine incolmabile nei conti pubblici italiani.

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