Io pago le tasse, e tu?


-di FRANCO LOTITO-

“Io pago le tasse, e tu?” Fu lo slogan fortunato di una campagna lanciata dalla UIL nella seconda metà degli anni ’80 per denunciare il fenomeno, già in quegli anni molto forte, dell’evasione fiscale. A leggere i dati emersi dall’ultimo Rapporto elaborato dall’Ufficio Valutazione Impatto del Senato in collaborazione con l’università Ca’ Foscari di Venezia, è la stessa domanda che i lavoratori dipendenti che pagano le tasse attraverso il “Sostituto d’imposta” possono tranquillamente rivolgere ai lavoratori autonomi ed ai titolari di rendite che invece possono avvalersi dell’auto-dichiarazione.

I numeri sono impressionanti e dicono che il tasso di evasione fiscale è raddoppiato. Adesso i miliardi che vengono occultati agli occhi del Fisco sono diventati 132 che così perde un gettito pari a 38 miliardi l’anno. Gli evasori più incalliti sono i percettori di rendite immobiliari (affitti, ecc.) Per loro il tasso di evasione stimato è del 65%. Seguono i redditi da lavoro autonomo e di impresa per i quali il tasso scende (si fa per dire!) al 37%. Ultimi (che più ultimi non si può) i lavoratori dipendenti. Qui – conferma il Rapporto – il tasso di infedeltà fiscale precipita ad un risibile 3%.

Fa un certo effetto leggere questi dati mentre impazza una sgangherata rincorsa di promesse elettorali in materia fiscale. Quello che occorrerebbe invece è dire agli elettori come stanno esattamente le cose, e cioè che le tasse sono alte perché è troppo alto il livello di infedeltà fiscale. Detto altrimenti, a subire la crescita della pressione fiscale sono innanzitutto i contribuenti che il Fisco conosce bene perché “costretti” alla fedeltà fiscale dal prelievo operato alla fonte dal Sostituto d’imposta ed i consumatori che pagano le imposte indirette. Chi invece può farsi da solo la dichiarazione dei redditi può giocare a rimpiattino con il Fisco sottostimando il reddito, occultando l’IVA e così via, salvo poi maledire Equitalia quando viene scovato ad evadere.

In definitiva il Rapporto di Palazzo Madama dovrebbe essere adoperato per sollecitare una maggiore sobrietà nei toni e nei contenuti della campagna elettorale, ma anche per riproporre la necessità e l’urgenza di un serio discorso su una riforma fiscale che rechi le stimmate dell’equità e della fedeltà fiscale. Ridurre la pressione fiscale è sicuramente necessario, ma per farlo in maniera efficace, cioè mantenendo un gettito complessivo aderente agli impegni complessivi dello Stato e al tempo stesso socialmente sostenibile occorrerebbe innanzitutto ridurre il prelievo sui redditi da lavoro dipendente, a cominciare da quelli medio-bassi. Poi occorrerebbe operare una chiara distinzione all’interno della fascia grigio-scura dell’evasione e dell’elusione.

C’è chi ha smesso di pagare assiduamente le tasse semplicemente perché non può più farlo. La lunghissima crisi di questi anni ha sospinto ai margini strati cospicui di ceto medio che no ce la fanno più. E’ l’artigiano che non può più tirare avanti con il lavoro; è il titolare della piccola impresa che si indebita per fare fronte alle spese che corrono perché magari il pagamento delle commesse non arriva; è il piccolo commerciante che deve chiudere perché per lui – di fronte alla potenza delle grandi catene di distribuzione – non c’è più spazio. Ma è anche il professionista che ha scommesso sulle lusinghe del mercato finanziario e che da un giorno all’altro si trova sul lastrico; è la partita IVA ingannata da false aspettative. Serve a poco o a nulla che il fisco sommerga questi mondi di multe e sanzioni dal momento che non possono pagare neanche le quote capitarie.

C’è infine la quota di evasori che lo fanno per deliberata disonestà. L’evasione deliberata è nota nelle sue dimensioni ed ha nome e cognome, fin dai tempi delle coraggiose denunce della UIL, ed è lì che occorre intervenire.Perché nessuno dei protagonisti di questa campagna elettorale, che promette di essere ancora più sgangherata ed isterica di quelle che l’hanno preceduta, ha il coraggio di dire che la prima vittima dell’evasore disonesto (quello al quale magari basta una telefonata con il suo fidato broker di Borsa per guadagnare centinaia di migliaia di euro sui quali il suo fidato commercialista farà in modo di non pagare un centesimo di tasse) non è lo Stato, ma è il contribuente che le tasse le paga tutte? Sarebbe un segno di grande maturità civile e democratica, ma c’è da dubitare che questo possa accadere.

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