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Quel contratto metalmeccanico di 111 anni fa


-di GIULIA CLARIZIA-

Il 3 Dicembre 1906, la FIOM (Federazione Italiana Operai Metallurgici) firmava il primo contratto collettivo con la fabbrica di automobili ITALA di Torino, che diede inizio alle moderne relazioni industriali.

In un contesto ancora lontano dagli accordi nazionali, il contratto segna alcune interessanti vittorie, in cambio delle quali il sindacato garantiva all’azienda un triennio di quiete sociale ponendo un freno agli scioperi.

Tra i punti più significativi dell’accordo, la stabilizzazione dei salari minimi, le dieci lavorative giornaliere su sei giorni settimanali e il riconoscimento delle Commissioni Interne. Inoltre, l’azienda si impegnava ad assumere solo i lavoratori iscritti al sindacato, garantendo così a quest’ultimo una sorta di monopolio del collocamento. Infatti l’articolo 1 recita: “Tutto il personale necessario alla Società Italia per tutte le diverse prestazioni di mano d’opera nelle sue officine – esclusi i chauffeurs e gli aiuti-chauffeurs e compresi i capi-squadra, sarà fornito dalla Federazione Nazionale Metallurgici, la quale si impegna di fornire il detto personale a richiesta della Ditta nella quantità occorrente per i vari riparti di metallurgia come da classificazione contenuta nell’articolo 1° del Regolamento sui salari”.

Se con la firma di questo accordo la FIOM, nata nel 1901, segnava la sua ascesa, gli avvenimenti successivi portarono a una fase di crisi.

Da un lato, cattiva una gestione federale non proprio trasparente. Il segretario generale Ernesto Verzi fu inquisito e messo da parte con l’accusa di aver tutelato solo una piccola quota dei lavoratori metallurgici, cioè quelli impiegati nell’industria automobilistica, e di aver in questo modo posto un freno alla lotta di classe. Contemporaneamente, il segretario Cleobulo Rossi stava affossando i conti e minando la credibilità del sindacato stesso.

Dall’altro, iniziavano a sorgere spaccature interne tra l’area riformista e quella rivoluzionaria, la cui propaganda era facilitata proprio dalla cattiva gestione.

Il contratto stesso inoltre ebbe vita breve. Solo un anno dopo la sua firma, l’Itala si tirò indietro a causa di una forte recessione economica, e di conseguenza gli scioperi continuarono.

Nel 1910, Bruno Buozzi, esponente del riformismo, assunse la guida della FIOM e l’onere di far risorgere il sindacato dalle pessime condizioni in cui si trovava. L’anno successivo, la sede della FIOM fu spostata a Torino, città industriale in piena espansione tanto è vero che nel corso della prima guerra mondiale fu la sola realtà urbana italiana che vide aumentare la propria popolazione, grazie a una domanda di lavoro molto sostenuta in particolare nelle fabbriche della nascente industria automobilistica impegnata a rifornire lo Stato di materiale bellico (la formidabile espansione della Fiat avvenne proprio grazie alle commesse pubbliche).

Buozzi modificò il carattere della Fiom traghettandola verso una rappresentanza più ecumenica del lavoro industriale provando a costruire legami nuovi anche con quel ceto impiegatizio che sino a quel momento era stato guardato se non con sospetto, con notevole distacco. Contemporaneamente, però, il nuovo leader doveva ripristinare regole di correttezza nella gestione e rinsaldare i rapporti con quella base operaia su cui faceva presa la predicazione del sindacalismo rivoluzionario, filiazione italiana delle idee di Sorel filtrate attraverso ideologi come Arturo Labriola.

Gli accordi divennero sempre più ampi e complessi e le lotte sempre più lunghe e dure. La guerra, poi, modificò profondamente i rapporti sociali: la “carne da cannone” che tornava dalle trincee si sentiva in credito. Il “biennio rosso” e l’occupazione delle fabbriche furono parte di questo processo che, come molti all’epoca affermavano, poteva terminare solo in due modi: o con la rivoluzione o con una svolta a destra di tipo autoritario. Poteva anche essere battuta una terza via se solo i grandi partiti di massa che nacquero con le elezioni del 1919 avessero trovato un accordo e partendo dalla premessa della crisi dello stato liberale ereditato dal processo unitario, avessero aperto una fase costituente con un quarto di secolo d’anticipo rispetto al 1946. Ma non andò così. La scorsa settimana i metalmeccanici unitariamente (cosa che non accadeva da diverso tempo) hanno provveduto a firmare il rinnovo contrattuale. Ricordare in questo momento quell’antico progenitore appare doveroso, almeno per capire da dove veniamo nell’attesa di chiarirci definitivamente le idee su dove stiamo andando.

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