Perché il populismo vince nella Mitteleuropa


 

-di MAURIZIO BALLISTRERI-

I commentatori sedicenti “liberals” in salsa italica dei quotidiani senza lettori, quelli in maniche di camicia botton down, zazzera bianca e occhialoni tartarugati, che risiedono più a New York che nella nostra bella Penisola, lanciano quotidiani strali contro i cosiddetti “leader populisti” che vincono le elezioni e governano i Paesi mitteleuropei. Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia condividono non solo il passato comune sotto l’Impero Asburgico (la Galizia e la Lodomiria per i territori polacchi), ma anche, ai giorni nostri, Primi Ministri che contestano l’immigrazione di massa senza freni e l’austerity in Europa, entrambe volute dalla Germania di Frau Merkel.

E, in verità, questi “grandi” opinionisti “alle vongole”, avrebbe scritto Massimo De Caprariis sulle colonne del “Mondo” di Pannunzio, appaiono molto simili allo stolto del celebre proverbio cinese, che “quando il dito indica la luna guarda il dito”.

Se nella cara e bella Mitteleuropa, terra di democrazia e di cultura, prevalgono forze definite populiste è perché i cittadini (il Popolo!) sono stufi di disoccupazione, perdita del potere d’acquisto e delle tutele sociali e messa in discussione dell’identità nazionale, generate dai processi di finanziarizzazione a livello globale e dall’austerity che affliggono l’Unione europea, nel quadro di un mondialismo omologante, determinando quasi una sorta di rassegnazione tipica delle “società liquide” descritte dal sociologo Zymunt Baumann, con una sempre più crescente indifferenza verso la partecipazione alle scelte della politica, limitandosi al più ad imprecare contro quello che un grande presidente della Repubblica italiana, il leader socialdemocratico Giuseppe Saragat, definiva hegelianamente “il destino cinico e baro”, ovvero a scegliere leader che si ispirano a visioni neonazionaliste, quale reazione alla paura diffusa.

A torto o a ragione, sarà la Storia a dirlo, il Popolo sceglie il richiamo al nazionalismo, sperando che non sia immemore delle tragedie degli anni ’30 in Europa, con i fascismi e le brutali dittature, per invertire quella tendenza che lo storico inglese Eric Hobswamm sintetizzò così: “Un’evidentissima secessione dei cittadini dalla sfera della politica. La partecipazione alle elezioni appare in caduta libera nella maggior parte dei Paesi liberaldemocratici”.

E per la sinistra europea, in gran parte abbacinata dal mercato capitalistico e da una visione oligarchica in politica, e più in generale tutti i sinceri democratici, vale il richiamo del leader laburista inglese James Corbyn alla recente convention dei socialisti a Bruxelles: “Il sistema neoliberista non funziona, dobbiamo proporre alternative credibili”.

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