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Dopo Fabo Loris: atto d’accusa contro una politica indifferente


-di VALENTINA BOMBARDIERI-

Era il 27 febbraio 2017 quando un uomo ancora giovane di 40 anni, un ragazzo che amava la vita a tal punto che dopo averla vista violentata dopo un incidente, diventando cieco e tetraplegico, ha scelto di voler morire. Ha scelto di poter scegliere. Ma non nel suo Paese. Fabo è partito per la Svizzera, dove è possibile praticare il suicidio assistito.

Sono passati meno di otto mesi e la storia si ripete. Loris Bertocco. Un uomo di cinquantanove anni ha deciso di mettere fine alla propria vita chiedendo il suicidio assistito. Il decesso è avvenuto ieri in una clinica di Zurigo.  Loris ha lasciato una lettera, pubblicata oggi su Repubblica.  “Sono nato a Dolo il 17 giugno del 1958 e nel 1977 frequentavo l’Istituto Tecnico.  Il 30 marzo 1977 ho fatto un incidente stradale che avrebbe potuto portare delle conseguenze di poco conto. Un’automobile mi ha investito mentre ero in ciclomotore. In realtà l’incidente ha avuto delle conseguenze molto gravi e nell’impatto c’è stata una frattura delle vertebre C5 C6 e sono rimasto completamente paralizzato.”

“Questa situazione non poteva durare a lungo. Ho lottato con la Regione per quasi due anni senza ottenere il risultato che speravo, avevo bisogno di assistenza 24 ore su 24. Perché è così difficile capire i bisogni di tante persone? Perché questa diffidenza degli amministratori, questo nascondersi sempre dietro l’alibi delle ristrettezze finanziarie?”.

Le sue parole colpiscono: “Mi è difficile immaginare la vita in modo minimamente soddisfacente, essendo la sofferenza fisica e il dolore diventati per me insostenibili e la non autosufficienza diventata per me insopportabile. Sono arrivato quindi ad immaginare l’accompagnamento alla morte volontaria, che è il frutto di una lunghissima riflessione”.  E poi l’ultimo appello: «Il mio impegno estremo, il mio appello, è adesso in favore di una legge sul “testamento biologico” e sul “fine vita”».

L’Italia infatti continua a essere indietro su questo tema. Il dibattito sulle norme in materia di eutanasia è stato avviato per la prima volta nel 2013. Attualmente ci sono sul tavolo sei proposte di legge. Tutto è però fermo da un anno. Ogni caso riporta alla luce un enorme polverone, che si nasconde sotto il tappeto appena la polemica si è conclusa.

In Italia si attende una decisione della politica sul testamento biologico che introdurrebbe la possibilità di lasciare per iscritto le proprie disposizioni nel caso in cui un paziente si trovasse non più in grado di intendere e di volere. Le volontà sono sempre revocabili e ogni paziente potrà disporre il rifiuto dei trattamenti sanitari

Se è vero che, secondo l’art. 7 della Costituzione, «lo Stato e la Chiesa Cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani», viene da chiedersi perché il legiferare dello Stato italiano debba continuare ad essere sottomesso ad assiomi di una fede che non è religione di Stato, perché i cittadini italiani atei o di qualunque altro credo, debbano accettare di essere governati da principi religiosi che non condividono e che non sono costretti a rispettare.

Ma soprattutto viene da chiedersi perché mai sul “fine vita” (al di là della drammatica vicenda di Fabo e di Loris e alla luce dei tanti casi sommersi e senza voce con cui tante famiglie italiane si confrontano ogni giorno senza avere l’aiuto di uno stato che si volta sempre dall’altra parte per interessi di tipo elettorale) non viene data applicazione coerente all’articolo 32 della Costituzione: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Domandiamoci: quanti accanimenti terapeutici vengono consumati nel chiuso di abitazioni, tra cittadini abbandonati al loro destino e familiari ridotti irrimediabilmente allo stato di vegetali?

Nessuno dovrebbe avere la presunzione o il diritto di decidere al nostro posto, soprattutto nessuno dovrebbe farlo nel momento più critico della nostra esistenza. Fabrizio De Andrè nella sua canzone “il testamento”, diceva: “Questo ricordo non vi consoli, quando si muore, si muore soli”. Ma se la solitudine è il tratto essenziale di quel passaggio (e non può essere altrimenti), è civile e razionale chiedere al legislatore (che fa spallucce e si volta dall’altra parte, impegnato com’è nelle sue polemiche inutili e villane) di garantire quella solitudine nella fase dolorosa dell’ultima e irrevocabile scelta.

 

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