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Georgia-Russia: la guerra dei 5 giorni e l’annessione strisciante


 

-di MAGDA LEKIASHVILI-

Le ferite della guerra “calda” dell’agosto (8-12) del 2008 fra la Russia e la Georgia non sono ancora guarite. Ogni anno si spera di migliorare i rapporti con il vicino russo, ma la politica indirizza verso un’altra realtà. Il conflitto congelato non fa altro che aumentare la tensione fra i due paesi. Il governo georgiano cerca di non rispondere alle provocazioni russe; intanto Mosca sposta il confine unilateralmente sempre più verso la Georgia. Ha mostrato maggior coraggio la società civile georgiana. Il neonato movimento civile “L’unione Fa la Forza” mette a disposizione gruppi di tre persone che ogni giorno vigilano nelle zone di conflitto, vicino ai villaggi, dove la frontiera con la Russia è a pochi metri di distanza. Così arrivano i messaggi di allarme e le informazioni necessarie alle organizzazioni internazionali. Anche quest’anno, si commemora il conflitto armato creando “cocxali jachvi”, catene umane, in molte città della Georgia.

È difficile dimenticare, che mentre l’8 agosto del 2008 i leader mondiali dell’epoca erano a Pechino per la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici, i carri armati russi attraversavano il confine georgiano. La notte precedente, le forze armate della Georgia avevano risposto agli attacchi secessionisti nell’Ossezia del Sud alimentati piccoli gruppi di civili nella capitale della regione, Tskhinvali, con l’intento di riconquistare il territorio perduto. Mosca, che aveva sostenuto la provincia secessionista per più di un decennio, si vendicò con un’invasione su vasta scala, inviando aerei e colonne corazzate nella regione. Le truppe russe erano presenti in entrambe le enclavi dell’Abchazia e dell’Ossezia del Sud, come garanti della pace, schierate da quindici anni con il consenso della Georgia. Quando durante l’attacco georgiano contro l’Ossezia del Sud sono rimasti uccisi dei soldati di Mosca, il fragile equilibrio è andato in crisi e Mosca è subito intervenuta.

La crisi precipitò all’inizio di agosto. Prima si registrarono scontri intensi tra l’esercito georgiane e gruppi armati dell’Ossezia del Sud. Civili osseti furono evacuati verso la Russia e l’ambasciatore di Mosca, Yuri Popov, avvertì Tbilisi che la Russia sarebbe intervenuta in caso di conflitto. Accadde esattamente quel che era stato annunciato. L’8 agosto la Russia dispiegò le sue truppe in Ossezia del Sud, impegnando le forze georgiane intorno a Tskhinvali. Mosca si giustificò sostenendo di essere intervenuta di dover per aiutare le proprie forze nel mantenimento della pace ed evitare il “genocidio in Ossezia pianificato dal regime georgiano. La Georgia, in risposta, fece sapere che le sue basi militari erano state attaccate dall’aviazione di Mosca. Il 9 agosto i russi lanciarono raid aerei e avviarono un’offensiva terrestre in territorio georgiano mentre il Parlamento di Tbilisi approvava un decreto presidenziale che dichiarava lo stato di guerra. Gli aerei russi attaccarono obiettivi militari nella città di Gori, vicino all’Ossezia del sud. Il giorno successivo la Georgia comunicò che aveva ordinato unilateralmente il cessate il fuoco e il contemporaneo ritiro del suo esercito dall’Ossezia del Sud. Rivelando, contemporaneamente che i russi avevano il pieno controllo di Tskhinvali. La Russia replicava che gli scontri stavano continuando e cominciò a bombardare le zone vicine a Tbilisi. Nel frattempo Mosca aveva schierato le proprie navi nei porti della costa georgiana del Mar Nero, a Poti.

Solo il 12 agosto il presidente russo dell’epoca Dmitri Medvedev (adesso primo ministro) ordinò la fine dei combattimenti, sostenendo che l’aggressore era stato punito con perdite cospicue. La Russia annunciò inoltre che non avrebbe abbandonato i territori georgiani conquistati. Poco l’annuncio della fine delle operazioni militari, Medvedev incontrò a Mosca il Presidente francese, Nicolas Sarkozy, presidente di turno del Consiglio Ue. Lo stesso giorno si riunì in sessione straordinaria, il Consiglio della Nato, che manifestò forte preoccupazione per la crisi, condannando l’uso sproporzionato della forza da parte della Russia e dichiarando di sostenere la sovranità e l’integrità territoriale di Tbilisi. La Nato confermò l’appoggio alle iniziative dell’ Osce e dell’ Unione europea per alla cessazione immediata delle ostilità e il raggiungimento di una soluzione politica. Sarkozy, ottenuta da Medvedev l’assicurazione che la Russia non intendeva restare in Georgia, si fece dare dal presidente georgiano Mikheil Saakashvili l’approvazione del piano di pace proposto da Parigi e Mosca. La Russia si sarebbe ritirata entro un mese dal territorio georgiano, ma non dalle regioni separatiste di Abchazia ed Ossezia del Sud. Non solo: Mosca il 26 agosto, la Russia ha riconosciuto come stati indipendenti i territori secessionisti. Il riconoscimento è stato severamente condannato dalla Georgia, dalla Nato, dal segretario generale delle Nazioni Unite, dall’Osce, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.

Nel meccanismo di pacificazione messo in piedi da Medvedev e Sarkozy si prevedeva, tra l’altro, il sostegno a una conferenza internazionale sul futuro status dell’ Ossezia del Sud e dell’Abchazia e sulle iniziative necessarie per garantire stabilità e sicurezza. Eppure nel territorio georgiano sono ancora presenti le truppe russe. Mosca aveva installato filo spinato e recinzioni lungo il confine stabilitosi de facto tra Ossezia del Sud e Georgia. Quella frontiera viene periodicamente spostata a danno dell’integrità territoriale georgiana, in quella che sono in molti a definire come “annessione strisciante”.

Il parlamento georgiano nel marzo 2013 ha approvato una risoluzione che sottolineava l’impossibilità di riprendere rapporti diplomatici con la Russia (bloccati dopo il conflitto del 2008), perlomeno nel breve periodo. I russi, da parte loro, in Ossezia del Sud continuavano a rafforzare con filo spinato i confini dei territori occupati, spostando la frontiera “di fatto” di centinaia di metri. In questa maniera alla Georgia viene impedito di godere della sua integrità territoriale e della sua sovranità. Tra l’altro, ogni tentativo della Georgia di avvicinarsi alle istituzioni euro-atlantiche viene percepito come una minaccia alla sicurezza nazionale della Russia. Il Cremlino fa di tutto per aggirare gli interessi degli Stati Uniti e dell’Europa nei confronti della Georgia evitando che Tbilisi venga assunto come modello di democrazia nella regione caucasica.

La guerra dei cinque giorni ha fatto centinaia di vittime e provocato migliaia di profughi accolti in rifugi temporanei. La parte georgiana ha contato 170 caduti tra i militari, 14 tra i poliziotti, 228 tra i civili. I feriti sarebbero stati 1747. Da parte russa, 67 caduti tra i militari e oltre a 283 feriti. L’Ossezia del Sud avrebbe avuto un totale di 365 vittime. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati ha contato 158.700 sfollati, 90.000 dei quali della Georgia. I rifugiati in Russia dall’Ossezia del Sud sarebbero 30.000.

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