Go Beyond: e Pericle ci parla di Democrazia e bene comune

 

Ci sembra utile, come pro-memoria, per chi intenda cimentarsi con la politica, rileggere queste parole che vengono da lontano ma che ancora tanto possono dire ai nostri contemporanei impegnati nel governo della cosa pubblica. Il brano è tratto dalle storie di Tucidide (II, 34-41) e riporta il discorso che Pericle tenne per i caduti del primo anno della guerra del Peloponneso (431 a.c.). Può essere istruttivo

II 34. Nel medesimo inverno gli Ateniesi, seguendo l’uso dei padri, celebrarono a spese pubbliche le esequie dei primi caduti in questa guerra, nel modo che segue. (…) Per questi primi caduti, dunque, fu invitato a parlare Pericle figlio di Santippo. E quando arrivò il momento, dal cimitero salito su un palco che era stato costruito assai alto, affinché potesse essere udito dalla maggior parte della folla, disse queste parole.

II 35. «La maggior parte di quanti hanno qui parlato loda chi alla tradizione ha aggiunto quest’elogio funebre, ritenendo bello che esso venga pronunciato per i caduti in guerra. A me invece sembrava sufficiente che per uomini che si sono rivelati prodi alla prova dei fatti anche le lodi funebri fossero illustrate nei fatti, e che il credere alle virtù di molti non dipendesse da un uomo solo, che può parlare bene o meno bene. (…)

II 36. Comincerò innanzitutto dai nostri progenitori: è giusto infatti, ed insieme opportuno, che in questa solennità sia loro accordato questo onore della memoria. Essi infatti, che abitarono questa terra senza interruzione, nel volgere delle generazioni l’hanno tramandata libera sino ad oggi col proprio valore. Costoro son degni di lode, ed ancor più i nostri padri: venuti in possesso di quella parte di dominio che possediamo, oltre a quanto avevano ereditato, ce l’hanno lasciata in eredità, non senza fatica. Ma la maggior parte del nostro impero siamo proprio noi, e principalmente quelli in età matura, ad averla accresciuta e ad aver con ogni mezzo reso la città totalmente autosufficiente in vista tanto della guerra che della pace. (…)

II 37. Da noi è in vigore una costituzione che non si ispira alle leggi dei popoli vicini, e invece di imitare gli altri, siamo noi ad essere di modello per loro; e poiché essa è rivolta non a pochi, ma ai più, viene chiamata democrazia. Per quel che riguarda le leggi, nella sfera individuale tutti si trovano in egual posizione, mentre per quanto riguarda l’influenza nella vita pubblica, ciascuno viene apprezzato a seconda che si segnali in qualche campo, non per la sua estrazione sociale ma per il suo valore; né, per quel che attiene alla povertà, chi ha la capacità di fare qualcosa di buono per la città ne è ostacolato dall’oscurità della propria origine. (…)

II 38. E per la mente abbiamo predisposto moltissime occasioni di svago dalle fatiche, giacché ricorriamo abitualmente a giochi ed a sacrifici distribuiti in tutto il corso dell’anno, nonché ad eleganti arredi domestici, il cui diletto giorno dopo giorno scaccia il dolore. A causa della grandezza della città da tutta la terra vi affluisce ogni cosa (…).

II 39. Nelle occupazioni belliche differiamo dai nemici nei seguenti particolari. Mettiamo la città a disposizione di tutti, e non ci accade con provvedimenti di espulsione degli stranieri di proibire a qualcuno di apprendere o osservare qualcosa che, se non celata, potrebbe essere di vantaggio ad uno dei nemici, qualora la notasse: non riponiamo infatti fiducia nei apprestamenti difensivi e nelle manovre elusive più che nel senso di corresponsabilità di ciascuno di noi nell’azione. E nell’educazione gli altri subito, fin dalla fanciullezza, inseguono con faticoso esercizio un animo virile; noi invece, pur vivendo senza regole, nondimeno affrontiamo pericoli equivalenti. (…) Eppure se consentiamo ad affrontare il pericolo con spensieratezza più che con duri addestramenti, e con un ardore che non scaturisce dalle leggi più che dai nostri costumi, ne ricaviamo il privilegio di non soffrire anticipatamente per i patimenti futuri, e di non sembrare più privi di coraggio di quanti sono sempre in travaglio: ed alla città ne deriva di apparir degna di ammirazione per questi e per altri motivi.

II 40. Amiamo il bello con semplicità, e ricerchiamo la sapienza senza mollezza; usiamo il denaro più quando si presenta l’occasione di farne uso che per vantarcene a parole, e l’esser poveri non è considerato da nessuno disonorevole, mentre riteniamo un’onta piuttosto il non sottrarsene con il lavoro. È contemporaneamente presente in noi la cura degli affari privati e di quelli pubblici, e chi è dedito al lavoro è pure al corrente in modo non superficiale delle questioni politiche. Siamo i soli a giudicare chi se ne disinteressi non pigro, ma inutile. (…) Anche in ciò che riguarda la nobiltà d’animo differiamo dagli altri: ci acquistiamo infatti gli amici non col ricevere un beneficio, ma col compierlo. Chi lo compie si rivela un amico più saldo, in modo tale da conservarsi la stima del beneficato mediante il proprio sentimento di benevolenza; chi invece deve restituirlo è più freddo, sapendo che è tenuto a ricambiare quel gesto di nobiltà non in forza della riconoscenza, ma di un obbligo morale. (…)

II 41. In conclusione, io dico che l’intera città è di ammaestramento per la Grecia, e mi sembra che da noi ciascun uomo possa con facilità applicare la propria persona, autonomamente e con eleganza, in moltissimi campi. (…) Per una tale città, dunque, costoro sono caduti combattendo con magnanimità, poiché ritenevano giusto non esserne privati; ed è ragionevole credere che ciascuno di noi, che ancora siamo in vita, desideri sacrificarsi per lei».

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