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Se Maria Elena Boschi facesse un passo indietro


 

-di ANTONIO MAGLIE-

L’Italia è il paese in cui le dimissioni si promettono, si annunciano e non si danno. Anzi, a volte non si promettono e non si annunciano nemmeno. È il caso luminoso di Maria Elena Boschi che, al contrario di quel che dice quell’amante dell’iperbole che risponde al nome di Alessandro Dibattista (con l’accompagnamento del suo collega Roberto Fico), si porta dietro una situazione imbarazzante ma non un conflitto di interessi “colossali”: quelli (cioè i conflitti colossali) l’Italia li conosce e li subisce da tempo sotto forma di scelte normative ad hoc. Ma che la bella sottosegretaria abbia qualche problema di tipo bancario (e non ci riferiamo al colore finale del suo conto corrente) è cosa nota a tutti, da tempo.

È evidente che le colpe dei padri non possono e non devono ricadere sui figli ma è altrettanto evidente che la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto (la signora in questione non è che lo fosse proprio del tutto, perciò da secoli la sua condizione viene evocata a mo’ di esempio) e, oggettivamente, la sottosegretaria non lo è, al di là della correttezza e della limpidezza dei suoi comportamenti. Non si tratta di quelli ma di un aspetto che purtroppo in Italia (al contrario di quanto avviene altrove, in Germania o in Gran Bretagna tanto per fare qualche esempio) non è mai stato preso in considerazione: l’opportunità. E nell’opportunità non conta l’atto, ma la condizione e il sospetto, anche superficiale, che quella condizione possa essere stata usata a proprio vantaggio o a vantaggio dei propri familiari e amici.

La storia di Banca Etruria, poi, presenta molti, troppi aspetti imbarazzanti per la classe politica perché, come altre storie che hanno caratterizzato le vicende finanziarie di questo paese, chiama in causa le fortune e, soprattutto, le sfortune di cittadini che pensavano di aver messo i propri risparmi al sicuro in banca e che poi hanno scoperto a proprie spese di averli depositati nel “covo” della banda del buco. Maria Elena Boschi con tutto questo non c’entra. Ma c’entra il padre. È stato commissariato anche lui, dice Matteo Renzi particolarmente sensibile alle disavventure della sua fedelissima. Ma anche questo non c’entra nulla. E non c’entra nemmeno il fatto che ci possano essere stati contatti tra esponenti del governo e rappresentanti del mondo finanziario per trovare soluzione a una crisi che era anche occupazionale (quando i titolari di palazzo Chigi non lo fanno poi vengono accusati di immobilismo). Ma c’entra l’opportunità, il fatto che la signora Boschi sia la figlia dell’ex vice-presidente (all’epoca commissariato) di Banca Etruria e che su di lei aleggi ormai da diversi giorni il sospetto di quella storia raccontata da Ferruccio De Bortoli, ex direttore del “Corriere della Sera”, in un libro: la sollecitazione dell’ex amministratore delegato di Unicredit, Ghizzoni, a valutare un intervento di salvataggio.

Sarà vero? Forse no. O forse sì come sembrano segnalare troppi silenzi e anche qualche trasversale parola del banchiere. L’opportunità è esattamente questa: la necessità di sgombrare il campo da troppi sottintesi, da troppi “non detti” che avvelenano l’aria, da quella sorta di “fumus persecutionis” di cui la Boschi è sicuramente vittima ma alla fine, in qualche maniera, anche produttrice. Farsi da parte, attuare quel nobile esercizio civico delle dimissioni in un caso come questo è utile e necessario.

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