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Van Gogh, i girasoli e un’asta super-milionaria


-di FEDERICA PAGLIARINI-

Il 30 marzo 1987 venne venduto per ben ventidue milioni e mezzo di sterline, uno dei quadri della serie dei “Girasoli” del pittore olandese Vincent Van Gogh. La casa d’asta era l’inglese Christie’s che aggiudicò il quadro ad un compratore anonimo tramite una telefonata. Nessuno offrì una cifra superiore e il quadro andò nelle sue mani.

La serie dei “girasoli” è stata una delle più felici per il pittore. Ne esistono in realtà due. La prima nacque quando si trasferì a Parigi nel 1886 e in questo caso si tratta di girasoli recisi poggiati su tavoli. La seconda risale al suo arrivo ad Arles nel 1888, quando soggiornò nella famosa “casa gialla” (che verrà descritta e citata tante volte al fratello Theo nelle loro lettere). Essendo per il pittore un periodo particolarmente gioioso, decise di invitare a stare un po’ con lui nella sua nuova casa, l’amico Gauguin e per rendere la camera dove avrebbe dormito più accogliente, decise di realizzare una serie di tele di girasoli. In tutto dovevano essere dodici, alcune però vennero distrutte da incendi o incidenti di guerra. Oggi ne rimangono sei, sparse per i musei di tutto il mondo (tra cui il museo personale dell’artista ad Amsterdam e alla National Gallery di Londra). Sappiamo poi che la permanenza di Gauguin ad Arles non fu delle più allegre. Non riteneva la città innovativa e stimolante dal punto di vista artistico e anche la convivenza con Vincent non andò tutta rose e fiori. Si susseguirono litigi e alla fine, dopo un ennesimo episodio di scatto d’ira e nervosismo da parte di Van Gogh, Gauguin partì per Tahiti. È in questo periodo che ci fu la famosa mutilazione dell’orecchio sinistro. Dopo una lite, Van Gogh, di ritorno verso casa, si tagliò il lobo con un rasoio (con cui precedentemente voleva colpire Gauguin). Una volta compiuto il macabro gesto, impacchettò l’orecchio e lo fece recapitare ad una delle prostitute che frequentava. Un episodio che racchiudeva tutta la sua pazzia e la repressione interiore.

Le tele dei girasoli non sono tutte uguali nonostante lo stesso soggetto. I fiori variano di numero e sono rappresentati nelle diverse fasi della fioritura. Da girasole appena sbocciato, a fiore vivo, al massimo del suo fulgore, per arrivare ad un fiore un po’ appassito e prossimo alla fine.

Il quadro venduto all’asta da Christie’s faceva parte della collezione della National Gallery di Londra (ne hanno un altro esemplare tutt’oggi visibile). Venne comprato nel 1934 a Parigi da un ingegnere minerario inglese, sir Chester Beatty e da sua moglie. Alla morte di quest’ultima, il lord inglese decise di prestarlo alla galleria londinese, ma, non avendo abbastanza soldi in quel periodo, decisero di metterlo all’asta e venderlo al migliore acquirente.

La serie dei “girasoli” non è stata l’unica degna di nota dell’artista olandese. Quasi tutti i suoi quadri sono oggi oggetto di ammirazione da parte dei turisti che ogni anno affollano i musei del mondo per poter ammirare un suo quadro. Bisogna purtroppo sottolineare come la vita dell’artista non fu invece delle più rosee. La sua fama lo raggiunse ormai dopo la morte, grazie alla cognata, la moglie del fratello Theo. Sarà lei, dopo la morte del marito (Theo morì sei mesi dopo Vincent a causa della sifilide) ad occuparsi dell’immensa collezione del pittore, totalmente ignorato in vita. La sua pittura non piaceva, veniva considerata strana, lontana dalle correnti del tempo. Lo stesso Gauguin, (per cui probabilmente Vincent nutrì anche un amore alla stregua dell’omosessualità, nonostante le sue numerosissime storie con prostitute) considerava la pittura dell’amico poco interessante e a tratti caotica. Quel gesto denso e deciso e allo stesso tempo nervoso, spiazzava la critica dell’epoca. Inoltre le sue numerose crisi di nervi e la crescente pazzia, lo portarono più volte in manicomio, dove tra l’altro ebbe i periodi migliori della sua pittura. Tra le opere più famose dobbiamo ricordare la “Notte stellata” di Arles, dipinta appunto durante il suo soggiorno in manicomio nel 1889. Il paesaggio sembra a prima vista idilliaco e sognatore, ma ad un’analisi più dettagliata si vede come le pennellate dense e corpose, stese in senso circolare, a formare quasi delle spirali, rivelino l’animo tormentato dell’artista.

La fine della sua vita la passò ad Auvers, presso un medico, conoscente del fratello, di nome Gachet. Sarà proprio qui che avverrà il suo suicidio. Il 27 luglio 1890, nei campi di grano di Auvers, si sparò un colpo dritto allo stomaco. Poco prima aveva chiesto una pistola per scacciare i corvi ai proprietari di una tenuta di campagna lì vicino e, sdraiatosi nella buca del letame, si uccise. La morte però non lo colse immediatamente. Tornerà dolorante e agonizzante nella sua camera del manicomio e quando il dottore si accorgerà di quello che era successo, sarà troppo tardi. Cercò di salvarlo senza riuscirci. Anche il fratello Theo era giunto di corsa appena appresa la notizia, ma non poté fare altro che vederlo morire. Era il 28 luglio 1890.

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