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Le insopportabili (e ingiustificate) lezioni confindustriali

31/03/2016 Roma, elezione del Presidente di Confindustria, nella foto Vincenzo Boccia

elezione del Presidente di Confindustria

-di SANDRO ROAZZI-

Italia paradossale: tranne i consumi, i dati Istat di fine anno sono tutti in crescendo per la nostra economia. A Dicembre si chiude bene anche con fatturato ed ordini in aumento per il terzo mese consecutivo (+2,6, +2,8 rispetto a novembre), peccato che sia il mese che ha riaperto una fase confusa di incertezza politica. La divaricazione non può non colpire. Lo ha capito Confindustria che imputa alle convulsioni politiche la previsione di una ripresa italiana lenta anche nel 2017. Insomma sul banco degli imputati salgono i leader politici ed i loro oppositori.

Gli industriali privati in tal modo si… assolvono. Tanto hanno già incassato tutto quello che potevano, anche se le debolezze della economia italiana non possono non interpellare anche il loro ruolo. Anche l’allarme lanciato sulle prospettive non è che poi sia una gran notizia. Probabilmente è tutto ma non una notizia. Da tempo ci si è accorti che la nostra economia si è accomodata nuovamente fra i fanalini di coda della crescita europea.

Sarebbe invece da domandarsi in nome di quale rappresentatività Confindustria parla: si guardi ai contratti. Gli industriali con Squinzi avevano dichiarato guerra ai contratti nazionali di categoria giudicati incapaci ad introdurre elementi innovativi. I contratti più importanti nell’industria nel frattempo sono stati rinnovati e con indicazioni di marcia anche innovative. Confindustria ha irretito, inoltre, da tempo buona parte del centro-sinistra nella logica che vede lo Stato dover stare fuori dall’economia. Avessero fatto massicci investimenti si poteva capire; invece non solo questo non è avvenuto ma se lo Stato non interverrà nuovamente nell’economia (e non solo nelle banche) la crescita in Italia continuerà a viaggiare con lo zero virgola.

Del resto gli stessi Stati Uniti, simbolo del capitalismo, con Obama hanno imboccato questa via per sostenere ad esempio un’industria strategica come quella dell’auto (per non parlare di banche). Intendiamoci: il ruolo delle forze sociali è oggi più che mai essenziale per uscire dalle secche di una ripresa al minimo, ma salire in cattedra dopo tutto quello che per giunta si è avuto dal Governo Renzi non è, diciamo così, il massimo dello stile. Ruolo essenziale anche perché il nodo occupazione, lo segnala l’Inps, non è stato per nulla sciolto. Nel 2016 il saldo riguardante i contratti a tempo indeterminato scende dagli oltre 900 mila a 80 mila. Sempre positivo ma in crollo.

La ragione è che la svolta su cui avevano tanto insistito Renzi e Poletti poggiava in realtà su incentivi che venivano però a mancare. Risultato: tornano a sostenere l’occupazione i contratti a tempo determinato, una delle tante facce della precarietà. Restano milioni voucher che però dopo le modifiche apportate crescono di poco, ben lontani dai boom precedenti. L’insieme però non rassicura, tenendo conto che la sfida da affrontare è quella di creare nuove migliaia di posti di lavoro mentre tanti altri per svariate ragioni, compresa l’innovazione, stanno sparendo. Contratti a termine e voucher potrebbero perfino celare realtà peggiori, vale a dire una sorta di paravento dietro il quale c’è poco e nulla da offrire in futuro. Mancano progetti, politiche del lavoro, nuove idee. Ma su questo versante le sordità sono parecchie in politica e nel sociale.

Informazioni su fondazione nenni ()
Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

1 Commento su Le insopportabili (e ingiustificate) lezioni confindustriali

  1. Un progetto c’è ed è quello di non tenersi dipendenti che invecchiano progressivamente nel corso di 45 anni di lavoro.

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