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M5s tra liste di proscrizione e tribunali popolari

Referendum: Di Maio, con No italiani pretendono dimissioni

-di VALENTINA BOMBARDIERI-

Liste di proscrizione in casa pentastellata. Il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio ha scritto sulla sua pagina Facebook un post dal titolo “è ora di reagire”. Nel mirino, ancora una volta, i giornalisti. “La campagna diffamatoria nei confronti del Movimento Cinque Stelle deve finire”.

Una lettera indirizzata al presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Enzo Iacopino. Finiti nella lista dei “cattivi” il direttore del “Giornale” Alessandro Sallusti, l’inviato de “l‘Espresso” Emiliano Fittipaldi, Carlo Bonini de “la Repubblica”, le giornaliste del “Corriere della sera” Fiorenza Sarzanini e Ilaria Sacchettoni, Elena Polidori del “Quotidiano Nazionale”, Edoardo Izzo de “La Stampa”, Valentina Errante e Sara Menafra de “Il Messaggero”. La loro colpa quella di aver diffuso “menzogne e notizie letteralmente inventate” riguardo la storia della polizza vita intestata da Salvatore Romeo alla sindaca di Roma Virginia Raggi.

Luigi Di Maio, in occasione della conferenza stampa "I say no to save Italy's future" indetta dal M5s sul referendum del 4 dicembre, Roma, 17 ottobre 2016. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Secondo il leader pentastellato si è verificato “uno spettacolo indegno da parte di certa stampa, che ha usato la vicenda di una polizza a vita intestata a Salvatore Romeo, e il cui vero beneficiario è lui stesso tranne nell’ipotesi estremamente improbabile della sua morte, per infangare e colpire in maniera brutale la sindaca Virginia Raggi e l’intero Movimento 5 Stelle. L’operazione di discredito nei confronti della Raggi è iniziata ben prima che il Movimento 5 Stelle vincesse le elezioni a Roma: lo sapevamo ed eravamo preparati a questo, ma oggi si è toccato un limite che è nostro dovere denunciare“. Continua sostenendo che “la Raggi non ha mai preso un soldo”, che “appresa dai magistrati la notizia della polizza” la prima cittadina “ha immediatamente richiesto che il suo nome venisse rimosso dal documento” e che “la procura stessa ha precisato che nella vicenda non si ipotizza alcun reato e che la polizza non è da considerarsi uno strumento di corruzione”.

Un altro attacco alla stampa, che ovviamente non intimidisce nessuno. Un ulteriore attacco da un Movimento allergico a qualsiasi critica e a qualsiasi dialogo democratico con la stampa. Perché stampa e democrazia sono legate a doppio filo e nessun partito politico dovrebbe operare un azione di sottomissione del sistema dell’informazione.

Il M5s ha difeso la Costituzione durante la battaglia per il referendum ma sembra però essersi dimenticato dell’articolo 21 della nostra carta costituzionale (a dir il vero, ne ha dimenticati molti altri). Un Movimento che ha costruito la sua fortuna sulla critica (spessissimo volgare, sbracata e diffamatoria del suo capo, Beppe Grillo) e sulla promessa di onestà e che cerca di delegittimare una categoria.

C’è Grillo con i suoi post al vetriolo sul Blog (i “processi popolari” che sembrano una variante del Minculpop fascista), Di Battista che aizza davanti a Montecitorio ambulanti che urlano di “ammazzare i servi che sono i giornalisti” (un giochino che hanno fatto altri in tempi bui della storia), c’è infine Di Maio e le sue liste di proscrizione (maccartismo alla pizza napoletana) e una sindaca che evita giornalisti e interviste come la peste (ma non si dice che chi non ha nulla da nascondere non si nasconde a sua volta?). Padre e figli di un Movimento pronti a criticare ma indisponibili a essere criticati, decisi a chiedere trasparenza agli altri ma indisponibili a garantire a loro volta trasparenza (le riunioni in streaming sono scomparse a vantaggio di quelle a porte chiuse e, soprattutto, con pochissimi invitati).

Se poi il Movimento Cinque Stelle non volesse più assistere a “uno spettacolo indegno da parte di certa stampa” invece di fare liste di proscrizione potrebbe ricorrere alla querela. Promessa da Luigi di Maio a Emiliano Fittipaldi. Sta però a noi ricordargli, per lo stesso amore della verità tanto caro ai grillini, che era il 2009 quando si leggeva sul Blog che “La querela è un’arma da ricchi. Usata per intimidire. Per tappare la bocca. Per togliere i mezzi economici all’avversario. Spesso con la ricerca del pelo nell’uovo”. Nel post “La querela contro la “Rete” scrivevano: “Di solito si querela la verità, mai la menzogna. Di solito chi querela sono i politici e i rappresentanti delle cosiddette istituzioni, mai i cittadini” e veniva spiegato anche che “si può anche colpirne qualcuno per educarne cento”.

La stampa avrà sicuramente le sue colpe, come per esempio accettare le interviste concordate con Rocco Casalino. Il M5s utilizza i media come fa più comodo (soprattutto la Rete che ha nell’opacità e nell’anonimato il marchio di fabbrica). Non può meravigliasi se stampa e i giornalisti non si fanno intimidire o tappare la bocca. In fondo una garanzia per la democrazia. Anzi di libertà di stampa ce ne vorrebbe di più e anche più tutelate. E, se non andiamo errati, sono proprio i pentastellati che spesso sbandierano quelle classifiche internazionali che ci vedono in posizioni di retroguardia su questo terreno. Ma si sa questo è il Paese in cui in tanti predicano bene e razzolano male.

A Grillo e Di Maio e a tutte le persone che hanno abbracciato la causa pentastellata, vorremmo proporre un tema serio. Nel 1986 il fondatore del Movimento 5 stelle venne allontanato dalla Rai perché nel corso di Fantastico 7 regalò questa battuta: “Se in Cina i socialisti sono tutti ladri, a chi rubano?” A Palazzo Chigi c’era Bettino Craxi che non la prese bene e chiese, di conseguenza, la testa del comico che, peraltro, essendosela legata al dito qualche giorno fa quando il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha avanzato l’ipotesi di intitolare una via al leader socialista ha replicato: “Lasciamolo ad Hammamet” promuovendo la proposta di una intestazione a Dario Fo. La battuta era pesante (anche perché generica e offensiva per tanti socialisti onesti e l’ironia svaccata ha decisamente poco a che vedere con l’intelligenza) ma oggettivamente l’allora presidente del consiglio sbagliò. Anche per questo era raffigurato da Forattini con gli stivaloni di Mussolini: era ritenuto autoritario, alle volte allergico alle regole del confronto democratico.

Quello fu, come dire, un “bando ufficiale”. Ma della stessa famiglia di eccessi di potere fanno parte le proposte di “tribunali del popolo”, le “cacce alle streghe” via Web, le liste più o meno di proscrizione, gli inviti a menare gli untori. E, allora, se Craxi era considerato autoritario (presumiamo anche dal fondatore del Movimento 5 stelle) perché adottava bandi ufficiali, forse vanno considerati pericolosi per la democrazia anche coloro come Grillo, Di Maio e Di Battista, che fanno ricorso a eccessi che rientrano nella famiglia dei “bandi”. La cosa più avvilente è che c’è un aspetto del potere che tutti, anche i nuovi, acquisiscono subito, addirittura già prima di arrivarci: l’arroganza condita di protervia.

4 Commenti su M5s tra liste di proscrizione e tribunali popolari

  1. Il M5s ha difeso la Costituzione durante la battaglia per il referendum ma se ….. siamo certi che sia così? forse ha solo cavalcato la tigre per abbattere il governo, questi temo che della costituzione conoscano solo qualche scampolo.

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  2. Un bellissimo articolo, ma dovrebbero comprenderlo i pentastellati…..

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  3. Vito Marchiani // 9 febbraio 2017 alle 21:40 // Rispondi

    Ora la fondazione difende la casta dei giornalisti menzogneri che non danneggiano soltanto i politici su mandato dei loro padroni palazzinari, ma tentano anche di inquinare le nostre opinioni e le nostre coscienze. Fra l’altro sono messi molto male. Non solo la caduta delle vendite ma anche la scarsa influenza sull’opinione pubblica, vedi le loro campagne stampa su elezioni e referendum. Prendono soldi pubblici per servizi privati. Restituiteci almeno la verità prima di tutto!!!

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    • Non difendiamo una corporazione ma un principio democratico. Ci sono delle leggi, se uno si ritiene diffamato può ricorrere alla querela ma in nessuno stato democratico sono previste liste di proscrizione o tribunali popolari contro i giornalisti. In Italia qualcosa di simile esisteva qualche decennio e si chiamava Minculpop.
      Valentina Bombardieri

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