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Strage di Viareggio: lo Stato ora rispetti vittime e parenti


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-di ANTONIO MAGLIE-

Il processo di Viareggio per la tragedia ferroviaria di otto anni fa che costò la vita a trentadue persone si è concluso con la condanna dell’amministratore delegato di Leonardo Finmeccanica, Mauro Moretti. Sette anni per non aver adeguatamente vigilato sulla sicurezza della rete ferroviaria: il manager, infatti, è stato ritenuto colpevole come capo dell’azienda che la gestisce (Rfi). Il rogo fu causato anche da una manutenzione inadeguata che consentì al vagone-cisterna, ribaltandosi, di subire uno squarcio da cui uscì il GPL che il 29 giugno del 2009 trasformò la città della Versilia in un girone infernale.

Moretti ha evitato una sentenza più dura (il Pm aveva chiesto quindici anni) grazie all’assoluzione di Ferrovie dello Stato (azienda di cui era amministratore delegato). Ora, però, si pone un problema politico e anche questo riconducibile a Renzi e alle scelte compiute come presidente del consiglio. Perché c’era lui a capo del governo quando vennero fatte le nomine dei vertici delle aziende di Stato e in quell’occasione decise di spostare il dirigente da Fs a Leonardo Finmeccanica: era il 15 maggio 2014: Moretti aveva ricevuto l’avviso di garanzia il 16 dicembre 2010, era stato rinviato a giudizio il 18 luglio 2013 e il 13 novembre dello stesso anno era cominciato un processo in cui lui non è mai stato presente. Questo è chiaramente il primo grado di giudizio e non è da escludere che tutto possa finire con una bella prescrizione (cosa temuta dai familiari delle vittime già poco convinti dalle condanne, tanto è vero che chiedono agli imputati di rinunciare a quel “privilegio” procedurale). Pertanto Moretti potrà essere considerato colpevole solo a sentenza passata in giudicato, cioè quando l’iter sarà completamente concluso.

Ma ci sono ragioni giuridiche e ragioni morali. Dalle ultime discende una domanda (che anche Renzi si sarebbe dovuto porre presumendo che il giudizio avrebbe potuto concludersi con una condanna): può un manager di Stato (uno stato che, tra l’altro, non si capisce perché mai non sia costituito parte civile visto che i danneggiati erano cittadini regolarmente iscritti all’anagrafe) ritenuto quantomeno poco diligente da un tribunale nazionale, restare al suo posto che è quello di garantire non solo gli interessi dell’azienda che dirige ma anche dei cittadini che in qualche maniera a quell’azienda contribuiscono?

Certo il suo mandato scadrà fra qualche mese. Ma non sarebbe più giusto se il governo, mostrando attenzione e sensibilità (quell’attenzione e quella sensibilità che non ha dimostrato rimanendo spettatore “asettico” in una vicenda punteggiata da trentadue bare) nei confronti dei parenti delle vittime (che ne reclamano a gran voce la rimozione), riconoscesse a questo punto l’incompatibilità tra il “ruolo pubblico” di grande responsabilità che Moretti riveste e la condizione in cui si trova rispetto a quei cittadini a cui deve rendere conto? Una questione essenzialmente etica. E lo è ancora di più alla luce delle inopportune parole pronunciate dall’avvocato di Moretti e delle Ferrovie dello Stato (e sottolineiamo l’ultima parola: Stato) che ha parlato senza alcun rispetto per le famiglie delle vittime di una sentenza che trasuda populismo”. La frattura tra i cittadini e le istituzioni è sempre più evidente e quel populismo che l’avvocato Armando D’Apote evoca viene proprio alimentato dalle sue parole e dall’atteggiamento indifferente di uno Stato che dovrebbe essere al fianco dei più deboli e non dei più forti. È l’inversione delle priorità che produce delusione, risentimento, malanimo. Moretti avrà a disposizione altri gradi di giudizio per dimostrare la sua innocenza, nel frattempo, però, Paolo Gentiloni dovrebbe segnare una opportuna discontinuità rispetto a Renzi invitando il manager a un momentaneo ritiro a vita privata.

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