Il terremoto, l’Italia che resiste e i “conigli mannari”

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-di FEDERICO MARCANGELI-

In questi giorni la popolazione dell’Italia è stata colpita dall’ennesima catastrofe. In meno di un anno è stata fiaccata da numerosi eventi sismici (poco meno di cinquantamila scosse) e dal gelo. Non è però crollata. Dalle testimonianze che arrivano dalla zona emerge una ferma volontà di rialzarsi, una voglia sfrenata di ricostruire quello che è andato perduto.

In un momento così duro emergono due facce dell’Italia. La prima forte e solidale, la seconda pronta a dare libero sfogo a un processo di incattivimento che caratterizza alcuni strati del Paese da diverso tempo, in cui al bisogno della ricerca di un nemico si unisce la critica aprioristica e distruttiva infarcita di luoghi comuni, demagogia un tanto al chilo, rivendicazionismo in parte biecamente piagnone e in parte carico di risentimento revanscista, come se quell’Italia che soffre e lotta fosse cosa lontana e diversa, come se non ci appartenesse, come se la cultura di comunità fosse solo un espediente retorico. Perché anche in queste tragedie il nostro paese riesce a dividersi. Quella che un tempo era la sua forza, cioè la capacità di trovare risorse umane insperate proprio nei momenti più drammatici (gli “angeli del fango” dell’alluvione fiorentina restano una tra le immagini più belle ancorché ingiallite del nostro vivere collettivo; la risposta unanime al terrorismo l’esempio più concreto di quel che siamo capaci di fare; la ricostruzione del Friuli l’esempio di un mondo che vive dentro di noi) ora sembra essersi sgretolata sotto il peso di una politica sempre più becera e insensibile, litigiosa e aggressiva, forgiata prima sugli insulti televisivi e adesso sui tweet seriali, sul web come luogo in cui la realtà vera lascia il posto a quella virtuale, un regno, come diceva Bauman, che dominiamo con la nostra aggressività, con i nostri sentimenti duri, con il coraggio anonimo che si spegne non appena dall’anonimato siamo obbligati a presentarci in pubblico con il nostro nome vero e non con un nickname: un pezzo d’Italia popolato di “conigli mannari” (valgono sempre le categorie di Leonardo Sciascia: uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaquaraua)

Le polemiche emerse in queste ore ne sono l’esempio. In prima linea su questa battaglia non poteva che esserci Salvini (i pentastellati dopo averla per qualche ora entusiasticamente presidiata, si sono ritirati, in un impeto di buon senso che lascia intravedere momenti di resipiscenza). Il livello delle dichiarazioni è sempre lo stesso: “Italiani al gelo e migranti in Hotel”. Nell’epoca della verità post-fattuale quest’affermazione è ormai diventata una costante (pur non essendo suffragata dalla realtà). Anche la protezione civile non è stata esente da attacchi, a causa della nomina di Vasco Errani a commissario straordinario per il terremoto. L’obiettivo è sempre quello di raccogliere un po’ di visibilità sfruttando la tragedia, alzando i toni, mostrando i ridicoli muscoli di Braccio di Ferro. In fondo Salvini viene da quella “religione” della divisione e della secessione che tanti guasti negli ultimi trent’anni ha prodotto sul vivere civile di questo Paese, sulla qualità umana e intellettuale della politica, sulla coesione culturale, economica, sociale e territoriale; una propaganda che ha inoculato veleno in un corpo, quello dell’Italia, già troppo debole dal punto di vista della sensibilità per il bene comune. Dal “celodurismo” contro Roma ladrona e i “parassiti meridionali”, al celodurismo “lepeniano” con l’elezione di un nuovo nemico (l’immigrato) anche quando in realtà il “poveretto” non c’entra proprio nulla con le nostre disgrazie (dimenticando, peraltro, i barconi che calano a picco perché nei confronti degli “invasori” non può esserci pietà)
Non poteva mancare, almeno inizialmente, l’attenta analisi del solito Grillo. La polemica montata sul blog riguardava la gestione dei fondi per il terremoto: “La macchina dello Stato praticamente impantanata”. A poche ore dal sisma non poteva che arrivare questo post contro il governo “brutto e cattivo”. E Di Maio che chiedeva più vigili del fuoco come se il problema del sisma del secolo accompagnato dalla tormenta del secolo potesse essere facilmente risolto con un battaglione in più di pompieri (peraltro come al solito straordinari). Perché l’impulso a “scrivere”, a sottolineare con un post la propria “esistenza in vita” collocandola nella “parte giusta”, quella che raccoglie i consensi più facili, è forte, irresistibile. Senza entrare entrare nel merito dei contenuti (definizione molto generosa) di alcuni dei commenti ascoltati, emerge con grande evidenza non solo la superficialità (quella, purtroppo, è ormai il tratto tipico della nostra scena pubblica) ma anche (e soprattutto) l’insopportabile sgradevolezza. E la sproporzione tra l’immanità della tragedia e il nanismo umano di chi la sfrutta a fini personali. Non tanto per le ragioni proclamate (le valutazioni critiche sono opportune e vanno sviluppate perché gli errori non sono mancati), quanto per il tempismo assolutamente fuori luogo con cui sono state rilasciate. Anche questo fa parte di quella sorta di analfabetismo di ritorno (in alcuni casi anche di andata) che ha colpito una parte di questo paese e, purtroppo, un ampio segmento di quella che un tempo si definiva classe dirigente (e che l’Accademia della Crusca “pretende” addirittura colta). Il povero Orazio, semmai associato alla pedanteria di qualche non propriamente brillante professore di latino, è tra di noi sempre più straniero: “Est modus in rebus; sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit rectum”, cioè “c’è una misura nelle cose; vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto”. Chissà con quale media è stato ammesso agli esami di maturità Matteo Salvini che, in compenso si è formato in maniera formidabile alla scuola di Corrado Tedeschi (“doppio slalom”) e di Davide Mengacci (“il pranzo è servito”).

Ecco perché l’italia che vogliamo esaltare è quella forte e solidale. Il soccorso alpino che marcia per ore con gli sci ai piedi per raggiungere l’Hotel Rigopiano; i volontari che spendono le loro giornate per assistere le popolazioni colpite o semplicemente chi dona pochi euro dando così il proprio contributo a una causa che è di tutti e che si vince insieme o si perde insieme. Cantava De Gregori: “L’Italia con gli occhi aperti nella notte triste, viva l’Italia, l’Italia che resiste”. Questa è ancora la nostra Italia.

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

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