Grillo-Verhofstadt: il carnevale della politica

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-di ANTONIO MAGLIE-

Le festività natalizie sono appena trascorse, ma la politica e in particolare “l’affaire” Grillo-Verhofstadt, ci hanno già proiettati in pieno clima carnascialesco. La realtà a volte supera la fantasia: il “balletto degli inganni, dei corteggiamenti e delle porte sbattute in faccia” che è andato in scena tra domenica e lunedì sull’asse Genova-Bruxelles rientra a pieno titolo in una di quelle “volte”. Già la rappresentazione in sé aveva qualcosa di farsesco, ma quel che le parole dei diretti interessati hanno aggiunto nel momento del “tradimento definitivo”, hanno dato un tocco di “colore” ulteriore a un evento che nella recente storia europea ha veramente pochi precedenti (ed è augurabile che restino pochi, per il buon nome della politica che è arte nobile almeno sino a quando non viene ridotta a traffico ignobile). D’altro canto, chi di tradimento ferisce (l’abbandono dell’alleanza con quel personaggio decisamente poco rassicurante che risponde al nome di Nigel Farage) certo non può lamentarsi se rischia (o trova) la morte perché altri usano la medesima arma.

Leggiamo il Grillo-Pensiero: “L’establishment ci ha fermato” “Tutte le forze possibili si sono mosse contro di noi. Abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima”. Parole significative che fanno venire in mente una straordinaria battuta dell’indimenticato Beppe Viola. Il pugile gonfiato di botte più o meno come una zampogna, che andando all’angolo chiede al suo coach: “Come vado?” E quello di rimando: “Se l’ammazzi fai pari”. Perché è evidente che non ci sono perorazioni retoriche via web che tengano: il “guru” pentastellato ha rimediato una tra le più grandi sconfitte personali. Pensare di pareggiare i conti tirando in ballo il complotto dell’establishment non solo è fuori luogo ma addirittura risibile. Perché questa volta Grillo ha fatto tutto da solo. Come sempre, d’altro canto. Solo che nelle occasioni precedenti non c’erano le verifiche successive della validità delle sue scelte, al massimo le polemiche. Adesso, invece, ha deciso di rompere (cosa buona e giusta ma evitarla in partenza sarebbe stata cosa ancor più buona e più giusta) con Farage, ha organizzato una di quelle consultazioni online che per il numero dei consensi (quasi l’80 per cento) che producono assomigliano sempre di più alle elezioni plebiscitarie dei tempi di Mussolini, ha strappato l’autorizzazione alle nozze con Guy Verhofstadt e il gruppo di Alde (Liberali e democratici europei) e ha visto la sposa, infine, fuggire sull’altare.

All’interno di queste scoppiettanti quarantotto ore dichiarazioni come quelle di Luigi Di Maio che spiegava che in fondo loro non cambiavano linea perché avrebbero mantenuto libertà di voto; o come quelle dell’indomito Alessandro Di Battista che sottolineava come l’adesione fosse una scelta tecnica. Nessun chiarimento su cosa si debba intendere per “scelta tecnica”. Aderire al gruppo misto alla Camera o al Senato perché non si hanno i numeri per organizzarne uno autonomo, quella è scelta tecnica; ma l’adesione a un gruppo con un proprio patrimonio ideale e valoriale è una scelta politica. Andrò con i socialisti se sono socialista o se ne condivido battaglie e impostazioni; andrò con i popolari per lo stesso motivo. E andrò con i liberali se accetto la loro impostazione europeista. Gli “uomini della nuova politica” si sono trasformati nei “campioni della vecchia politica”, fatta di artifizi tattici; la politica come un taxi: si prende, si paga e si scende all’indirizzo desiderato, per un beneficio immediato, senza implicazioni future e senza condizionamenti etici.

La scelta di Farage non era stata per nulla tattica: corrispondeva perfettamente alle idee che Grillo esprimeva e propagandava a proposito di Europa, di Euro, di processi migratori. Qualche importante commentatore televisivo ha sostenuto che in fondo poteva essere un bene l’inserimento del Movimento 5 stelle in uno dei gruppi storici europei. Le fusioni a freddo, però, non fanno “buona politica” e i pentastellati anche con le ultime sortite hanno confermato l’insuperabile distanza ideologica con Alde. Qualche settimana fa su Die Welt, Di Battista ha rilanciato il tema del referendum sull’euro, un terreno su cui le posizioni restano inconciliabili. Proprio poco prima di Natale, sotto la spinta emotiva dell’attentato di Berlino, Grillo aveva lanciato la sua politica immigratoria che al primo punto prevedeva il rimpatrio di tutti i clandestini irregolari, in una confusa e pericolosa identificazione tra immigrati e terroristi e, soprattutto, nella totale indifferenza per regole e condizioni che oggettivamente impediscono l’adozione di una misura che può suscitare qualche consenso ma non è agevolmente realizzabile.

La “scelta tecnica” era in sostanza il comune tornaconto: il Movimento 5 stelle salvava i contributi pingui previsti dall’affiliazione a un gruppo grande provando, contemporaneamente, a entrare nel “gioco” della prossima elezione presidenziale”; Guy Verhofstadt, a sua volta, rafforzato dai numeri di quella pattuglia parlamentare, avrebbe potuto consolidare la propria candidatura provando a dare concretezza anche a livello di Parlamento europeo al principio che tra i due litiganti (Pittella e Tajani) può esservi un terzo che gode. Ma l’operazione era caratterizzata da un tasso così elevato di spregiudicatezza che si è, alla fine, tradotta in una Caporetto per i due (o tre) principali protagonisti: Grillo (Casaleggio) e Verofhstadt. Con un rischio enorme per il Movimento 5 stelle: dopo aver “tradito Farage, dopo aver bussato alla porta dei “verdi” ricevendo immediatamente un diniego e dopo essere stati costretti a stracciare l’intesa con Alde, quel gruppetto di parlamentari rischia di essere senza “patria” e senza “colore”, ridotto alla totale irrilevanza politica.

antoniomaglie

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