Web e libertà: Apple e Cina “oscurano” il New York Times

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-di FEDERICO MARCANGELI-

Apple ha oscurato nelle scorse settimane l’applicazione del New York Times in Cina. Il quotidiano è colpevole di aver indagato sugli aiuti che il governo di Pechino ha concesso al colosso della Mela, gettando ombre su entrambi gli interpreti.

Facciamo un passo indietro. Già nel 2012 i censori cinesi avevano attaccato ed oscurato il quotidiano (nella sua versione online), reo di aver analizzato il patrimonio personale dell’allora primo ministro. La famiglia di Wen Jiabao controllava infatti un patrimonio di 2.7 miliardi di dollari, conducendo una vita ben lontana da quella professata del regime.
Le ripercussioni non sono finite in quell’anno. Dall’episodio in poi c’è stato un ostruzionismo continuo alla testata, con visti negati ai giornalisti e continui “down” del portale.

La situazione sembrava essersi stabilizzata, con un oscuramento perpetuo del sito, ma la possibilità di continuare ad utilizzare l’applicazione. Il 23 dicembre del 2016 è arrivata però l’eliminazione definitiva dei contenuti presenti sull’Apple Store. La notizia è giunta solo nelle scorse ore, visto il tentativo di mediazione portato avanti dai vertici del quotidiano. La Mela non ha però voluto sentir ragioni e l’eliminazione appare una decisione definitiva.

L’azione (per quanto possa negarlo l’azienda) appare come una ritorsione per il reportage che David Barbosa stava portando avanti sui legami Apple/Pechino (rilasciato il 29 dicembre scorso). La multinazionale avrebbe ricevuto infatti 1.5 miliardi di sussidi per mantenere la produzione nello Zhengzhou, nonché ingenti sgravi fiscali mai concessi fino ad oggi sul territorio cinese. La vicenda appare ancora più losca se si considerano le precarie condizioni di lavoro della fabbrica Foxcoon (diretta produttrice degli iPhone) situata nella regione. Si pensi che ogni minuto l’impianto sforna 350 nuovi smartphone, producendo il 50% di tutti i Melafonini del mondo. La Apple ha liquidato le critiche scaricando le responsabilità sull’azienda cinese e sulle regole presenti nel paese in tema di censura. Peccato che in entrambi i casi le scuse stentino a stare in piedi. Sul tema degli investimenti, da Cupertino hanno comunicato che “gli eventuali sgravi e finanziamenti” siano stati indirizzati esclusivamente a Foxconn. Questo è teoricamente vero, ma la realtà è che i nuovi stabilimenti cinesi producono quasi solo per Apple, che ne è il principale committente (no Apple no party). Anche riguardo la censura le motivazioni fanno acqua da tutte le parti. Senza entrare nei tecnicismi burocratici del governo cinese, basti sapere che l’eliminazione dell’applicazione è coincisa con la richiesta di informazioni avanzata ad Apple da David Barbosa. A neanche 24 ore dalle domande tutto è stato eliminato dall’App Store.

La vicenda in se può non scandalizzare più di tanto, ma rientra in un ampio discorso sulla reale libertà del web. L’immaginario collettivo dipinge la rete come un mondo libero, un’infinita possibilità di acquisire e scambiare informazioni. La realtà è ben diversa. Basta una multinazionale per spostare la libertà d’espressione in un paese. Fin quando si è trattato di guadagnare con gli abbonamenti, Apple ha sostenuto il NYT nella sua lotta per l’informazione. Quando però le informazioni veicolate non sono piaciute si sono chiusi i rubinetti.

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