Il Palazzo e il Paese: metà dei meridionali a rischio povertà

ISTAT: AGRICOLTURA, AZIENDE NORD REGINE PRODUZIONE E VALORE

-di SANDRO ROAZZI-

I dati sono del 2015 ma l’indagine dell’Istat relativa ai redditi delle famiglie italiane non lascia dubbi: le diseguaglianze aumentano anche se ad esempio la deflazione non ha ingigantito il distacco. Sono le famiglie più numerose ad essere quelle maggiormente colpite e certamente l’ esistenza di una ancora vasta precarietà del lavoro non aiuta a colmare i gap territoriali e reddituali.

Quasi il 29% dei nostri concittadini sono a rischio povertà. Una sorta di primato europeo che dovrebbe preoccupare ancor di più della pur seria questione delle banche che torna ad assillare commenti e previsioni dopo il voto del 4 dicembre. Ma il rischio coinvolge quasi metà della popolazione delle regioni meridionali con un drammatico 46,4%. Un motivo che potrebbe spiegare quella disaffezione nei confronti della classe dirigente del Paese che probabilmente si è coagulata anche nel dilagare del No in quelle regioni nel corso dell’appuntamento referendario.

Anche da questi dati emerge un Paese in bilico, una economia che non riesce a liberarsi delle angosce della recessione alle spalle, una società senza progetto come ha ben documentato il rapporto Censis.

Dai calcoli dell’Istat il 20% della popolazione povera in Italia si… divide solo il 7,7% del reddito equivalente totale. Questo vuol dire che la distanza dai ceti benestanti è davvero notevole e non accenna a diminuire. In media gli italiani vivono con circa 2480 euro al mese, in realtà per molte, troppe famiglie quel livello reddituale è un miraggio. Indubbiamente una spinta può venire dall’attuazione dei rinnovi contrattuali che hanno preceduto il voto. E dalle misure sulle pensioni sia pur limitate nel loro raggio di azione. Anche se è da vedere, nella pratica, come andrà a finire la vicenda dei contratti del pubblico impiego la cui prima pietra è stata solennemente posta ma che ha bisogno ora di interventi legislativi senza i quali l’edificio dei nuovi contratti non potrà vedere la luce. Con le indicazioni innovative che contiene.

Ma tutto questo non può bastare senza una strategia di fondo e leadership politiche credibili che per ora latitano. Il Paese ha bisogno di attirar capitali e non di leggere in continuazione che la tendenza è quella invece di puntare su altri lidi. Il Paese ha bisogno di investimenti e non certo di osservare un crollo della fiducia nel futuro che blocca la propensione al rischio e riduce in termini fisiologici il ricorso al risparmio. Il Paese ha bisogno di lavoro stabile e non di quella montagna di voucher che non accenna a diminuire. E forse ha bisogno anche di un risveglio etico e progettuale che inizi a ridurre la distanza ormai siderale fra una parte consistente del Paese e la politica.

Per ora si discute del prossimo Governo e si cominciano nuovamente a far vive le voci sulle elezioni in prossimo anno. La lezione del passato ci dice che in questo modo dal punto di vista economico si rischia di buttare alle ortiche l’impegno a fare del 2017 un anno di crescita, con l’eventualità invece che si materializzi una nuova fase di stagnazione. Ma in questo modo il disagio e le diseguaglianze non caleranno di certo. Un nodo sul quale oggi le forze sociali potrebbero svolgere un ruolo importante tanto di denuncia quanto (e soprattutto) di impegno per garantire soluzioni che mettano un freno a questa disuguaglianza dilagante.

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