In ricordo delle Olimpiadi (mai celebrate) dell’utopia

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-di RAFFAELE TEDESCO-

Il 2016 sta per terminare. E, soprattutto per noi italiani, sarà ricordato a lungo come l’anno del referendum costituzionale. O, sarebbe meglio dire, della impazzita, confusa, conflittuale, apocalittica e “politica” campagna referendaria. Se ne parlerà ancora per molto tempo, qualunque sia il risultato finale. Come, con ogni probabilità, i suoi strascichi non avranno un breve respiro.

In mezzo a tutto questo frastuono, ed a una crisi economica che non accenna a finire, e che anzi rincara la dose, trasfigurandosi sempre più in crisi politica, è passato quasi inosservato (eccezion fatta per il Blog della Fondazione Nenni che dedicò un’intera giornata a rievocarlo) un anniversario importante, quanto tragico.

Infatti, nel 1936, e precisamente il 17 di luglio, ebbe inizio la Guerra Civile spagnola. La quale, oltre alle sue atrocità, fu anche l’anticamera delle tragedie della Seconda Guerra Mondiale.

Questo 2016, inoltre, è stato anche anno olimpico, con i Giochi di Rio. I quali si sono svolti in un clima politico particolare per il Brasile, per le vicissitudini che hanno riguardato il suo presidente Dilma.

In mezzo a questi centoventisei anni di giochi a cinque cerchi (da Atene 1896), c’è un’edizione non annoverata negli annali del CIO, e per quale ricorre pure il settantesimo anniversario. E’ un’olimpiade di cui non si conoscono i risultati tecnici; in essa non sono state distribuite medaglie di alcun conio.

Qualcuno l’ha definita, amabilmente,” l’olimpiade dell’utopia”, forse perché l’uomo ha sempre pensato un “mondo ideale” concepito in antitesi col “mondo reale”. O, forse, perché “utopia” è “non luogo”, quindi, rappresenta “l’impossibile”. Infatti, questi giochi “impossibili” non si sono mai svolti. L’utopia, come vorrebbe Mannheim, non ha trasceso la realtà in direzione rivoluzionaria.

Stiamo parlando delle “Olimpiadi Popolari”, che si sarebbero dovute tenere nella Barcellona anarchica, socialista e democratica dal 19 al 26 luglio del 1936. E con lo scopo di essere una contromanifestazione rispetto ai giochi olimpici organizzati da Hitler a Berlino. Era il tempo della vita breve dei Fronti Popolari, e di fascismi e nazismi ormai divenuti una tremenda realtà. Lo sport non era più considerato, a sinistra, come un “vizio borghese” (Turati). E K. Kautsky, già nel 1900, aveva posto il problema della “rigenerazione fisica del proletariato per sconfiggere uno dei principali nemici del socialismo: l’alcoolismo”.

Uno sforzo imponente, voluto dall’unico paese che, insieme all’URSS, decise di boicottare le olimpiadi naziste, in cui fu vietata la partecipazione degli atleti ebrei tedeschi (unica eccezione la fiorettista H. Mayer).

Il CIO, che aveva scelto Berlino quando la Germania era ancora una Repubblica democratica, non cambiò la sua decisione con l’ascesa nazional-socialista al potere. E dopo un mondiale di calcio affidato, senza colpo ferire, ad un paese fascista (Italia 1934), ecco che i vessilli di mezzo mondo sfilarono sotto lo sguardo compiaciuto di Hitler, e nello spettacolo organizzato dal “genio creativo” di Goebbels.

Se spesso è difficile ricostruire ciò che c’è stato, descrivere quello che non è mai avvenuto è impossibile, se non ricorrendo all’immaginazione di quello che sarebbe potuto succedere in una manifestazione “senza nazioni” e senza nazionalismi. Dove l’unica bandiera era rossa e il canto per tutti l’Internazionale. Seimila atleti provenienti da ventidue paesi, tra cui gli ebrei della società sportiva Hapoel di Tel Aviv. Discipline “classiche” accanto a competizioni “alternative”, come gare di scacchi, danze popolari, musica e teatro. Novità “post-coloniale-imperialista”: la libertà per gli atleti delle colonie africane di poter partecipare senza l’obbligo di farlo sotto le bandiere dei loro dominatori. Il perché i giochi non si tennero è ascrivibile ad un evento storico che tutti conoscono: il tentativo di golpe del fascista Franco, e la conseguente guerra civile.

A ricordo di quelle olimpiadi mai avvenute, rimangono pochi manifesti, qualche foto ed il valore di molti atleti che rimasero in Spagna a tentare di resistere all’avanzata franchista. A Barcellona al posto della cerimonia di apertura dei giochi, si alzarono le barricate per difendere la libertà e la democrazia. Non ci sono record da ricordare e medaglie da celebrare.

E’ vero, “non c’è stata partita”. Ma ciò non vuol dire che “non ci sia stata storia”. Anzi.Di certo, sarebbe stato meglio sfilare insieme a Buenaventura Durruti, che sotto il braccio teso si Hitler. Meglio la scomposta allegria delle ramblas, che il passo dell’oca nazista.

Ancora alcune “piccole” curiosità.: Forse, per non perdere l’abitudine all’ambiguità, il presidente del Comitato Internazionale Olimpico (CIO), per ventun anni (1980-2001) è stato Juan Antonio Samaranch, un ex ministro franchista.

Le Olimpiadi Popolari, come detto, non si disputarono per golpe tramutatosi in guerra. Anche nel  Brasile di Rio 2016 c’è una situazione politica molto instabile, tanto che qualcuno parla apertamente di “golpe di velluto”. A Barcellona, nel 1936, doveva esserci una rappresentativa di rifugiati politici. Cosa che è avvenuta, meritoriamente, a Rio 2016. Con la differenza che lì, a Barcellona, la squadra dei rifugiati era composta soprattutto da italiani che fuggivano dal fascismo. Ad maiora.

-di RAFFAELE TEDESCO-

Il 2016 sta per terminare. E, soprattutto per noi italiani, sarà ricordato a lungo come l’anno del referendum costituzionale. O, sarebbe meglio dire, della impazzita, confusa, conflittuale, apocalittica e “politica” campagna referendaria. Se ne parlerà ancora per molto tempo, qualunque sia il risultato finale. Come, con ogni probabilità, i suoi strascichi non avranno un breve respiro.

In mezzo a tutto questo frastuono, ed a una crisi economica che non accenna a finire, e che anzi rincara la dose, trasfigurandosi sempre più in crisi politica, è passato quasi inosservato (eccezion fatta per il Blog della Fondazione Nenni che dedicò un’intera giornata a rievocarlo) un anniversario importante, quanto tragico.

Infatti, nel 1936, e precisamente il 17 di luglio, ebbe inizio la Guerra Civile spagnola. La quale, oltre alle sue atrocità, fu anche l’anticamera delle tragedie della Seconda Guerra Mondiale.

Questo 2016, inoltre, è stato anche anno olimpico, con i Giochi di Rio. I quali si sono svolti in un clima politico particolare per il Brasile, per le vicissitudini che hanno riguardato il suo presidente Dilma.

In mezzo a questi centoventisei anni di giochi a cinque cerchi (da Atene 1896), c’è un’edizione non annoverata negli annali del CIO, e per quale ricorre pure il settantesimo anniversario. E’ un’olimpiade di cui non si conoscono i risultati tecnici; in essa non sono state distribuite medaglie di alcun conio.

Qualcuno l’ha definita, amabilmente,” l’olimpiade dell’utopia”, forse perché l’uomo ha sempre pensato un “mondo ideale” concepito in antitesi col “mondo reale”. O, forse, perché “utopia” è “non luogo”, quindi, rappresenta “l’impossibile”. Infatti, questi giochi “impossibili” non si sono mai svolti. L’utopia, come vorrebbe Mannheim, non ha trasceso la realtà in direzione rivoluzionaria.

Stiamo parlando delle “Olimpiadi Popolari”, che si sarebbero dovute tenere nella Barcellona anarchica, socialista e democratica dal 19 al 26 luglio del 1936. E con lo scopo di essere una contromanifestazione rispetto ai giochi olimpici organizzati da Hitler a Berlino. Era il tempo della vita breve dei Fronti Popolari, e di fascismi e nazismi ormai divenuti una tremenda realtà. Lo sport non era più considerato, a sinistra, come un “vizio borghese” (Turati). E K. Kautsky, già nel 1900, aveva posto il problema della “rigenerazione fisica del proletariato per sconfiggere uno dei principali nemici del socialismo: l’alcoolismo”.

Uno sforzo imponente, voluto dall’unico paese che, insieme all’URSS, decise di boicottare le olimpiadi naziste, in cui fu vietata la partecipazione degli atleti ebrei tedeschi (unica eccezione la fiorettista H. Mayer).

Il CIO, che aveva scelto Berlino quando la Germania era ancora una Repubblica democratica, non cambiò la sua decisione con l’ascesa nazional-socialista al potere. E dopo un mondiale di calcio affidato, senza colpo ferire, ad un paese fascista (Italia 1934), ecco che i vessilli di mezzo mondo sfilarono sotto lo sguardo compiaciuto di Hitler, e nello spettacolo organizzato dal “genio creativo” di Goebbels.

Se spesso è difficile ricostruire ciò che c’è stato, descrivere quello che non è mai avvenuto è impossibile, se non ricorrendo all’immaginazione di quello che sarebbe potuto succedere in una manifestazione “senza nazioni” e senza nazionalismi. Dove l’unica bandiera era rossa e il canto per tutti l’Internazionale. Seimila atleti provenienti da ventidue paesi, tra cui gli ebrei della società sportiva Hapoel di Tel Aviv. Discipline “classiche” accanto a competizioni “alternative”, come gare di scacchi, danze popolari, musica e teatro. Novità “post-coloniale-imperialista”: la libertà per gli atleti delle colonie africane di poter partecipare senza l’obbligo di farlo sotto le bandiere dei loro dominatori. Il perché i giochi non si tennero è ascrivibile ad un evento storico che tutti conoscono: il tentativo di golpe del fascista Franco, e la conseguente guerra civile.

A ricordo di quelle olimpiadi mai avvenute, rimangono pochi manifesti, qualche foto ed il valore di molti atleti che rimasero in Spagna a tentare di resistere all’avanzata franchista. A Barcellona al posto della cerimonia di apertura dei giochi, si alzarono le barricate per difendere la libertà e la democrazia. Non ci sono record da ricordare e medaglie da celebrare.

E’ vero, “non c’è stata partita”. Ma ciò non vuol dire che “non ci sia stata storia”. Anzi.Di certo, sarebbe stato meglio sfilare insieme a Buenaventura Durruti, che sotto il braccio teso si Hitler. Meglio la scomposta allegria delle ramblas, che il passo dell’oca nazista.

Ancora alcune “piccole” curiosità.: Forse, per non perdere l’abitudine all’ambiguità, il presidente del Comitato Internazionale Olimpico (CIO), per ventun anni (1980-2001) è stato Juan Antonio Samaranch, un ex ministro franchista.

Le Olimpiadi Popolari, come detto, non si disputarono per golpe tramutatosi in guerra. Anche nel  Brasile di Rio 2016 c’è una situazione politica molto instabile, tanto che qualcuno parla apertamente di “golpe di velluto”. A Barcellona, nel 1936, doveva esserci una rappresentativa di rifugiati politici. Cosa che è avvenuta, meritoriamente, a Rio 2016. Con la differenza che lì, a Barcellona, la squadra dei rifugiati era composta soprattutto da italiani che fuggivano dal fascismo. Ad maiora.

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

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