Statali,contratto, referendum: giù le mani dai lavoratori

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-di ANTONIO MAGLIE-

Se una pessima campagna elettorale si limita allo scontro dialettico scomposto e sguaiato tra esponenti politici e tra partiti, poco male: i cittadini-elettori potranno rammaricarsi per il modesto livello del confronto ma poi tornerebbero serenamente alle occupazioni quotidiane. Ma se la campagna elettorale finisce per lambire i lavoratori mettendo in discussione il rinnovo di contratti che sui bilanci familiari, cioè sulle bollette da pagare a fine mese, incidono anche più delle leggi di bilancio “lacrime e sangue” sempre e solo per alcuni, allora il discorso cambia. Mercoledì il ministro della Funzione Pubblica, Marianna Madia, e i vertici di Cgil, Cisl e Uil si siederanno intorno a un tavolo per provare dare vita a un contratto che a tre milioni e mezzo di statali (cioè sette milioni almeno di persone coinvolgendo le famiglie) è negato da quasi sette anni e che sarebbe stato probabilmente ancora negato se nel frattempo non fosse arrivata una sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato il “blocco” illegittimo.

La settimana scorsa l’accordo appariva a portata di mano. Poi è arrivata un’altra sentenza della Consulta che dichiara illegittima buona parte della riforma della P.A. messa a punto da Marianna Madia per conto di Matteo Renzi il quale si è immediatamente precipitato ad affermare che questa è la conferma che senza la riforma della Costituzione il paese è paralizzato. Ovviamente si è guardato bene dal dire che la paralisi è figlia di una legge evidentemente fatta male perché costruita intorno a una possibilità che ha preso corpo nella sua riforma costituzionale ma non ancora nella vita istituzionale del paese, cioè il ri-trasferimento allo stato di una vasta gamma di poteri che nell’orgia intellettuale devolutoria degli anni Novanta era stata spostata sulla trincea regionale. E Matteo Renzi non spiega neanche che pur in presenza della nuova costituzione, alcuni pezzi di quella riforma della pubblica amministrazione sarebbero stati spazzati via. Comunque perché si è, come dire, allargato un po’ troppo, addirittura al di là delle sue stesse ambizioni.

Le buone intenzioni della settimana scorsa ora sembrano scomparse. Il contratto vicinissimo, appare disperso in un orizzonte nebbioso. Non a caso la ministra Madia afferma che nell’accordo “è prevista una parte economica, gli aumenti medi di circa 85 euro, e una parte normativa per modificare alcuni istituti, come la valutazione o il salario accessorio ma dopo la sentenza, bisogna capire come posso impegnarmi sulla parte normativa, se prima non raggiungo l’intesa con tutte le Regioni. E verificare, come dire, se il governatore del Veneto Zaia è d’accordo. Perché se non lo fosse, si bloccherebbe tutto”. Il messaggio è chiaro e lo si può banalizzare in maniera semplice: nulla è possibile in questo paese, nemmeno la firma di un contratto (sacrosanto diritto tutelato dalla Costituzione come ha spiegato la Consulta dichiarando illegittimo il blocco) in assenza di una riforma (“la nostra”) costituzionale. Ergo: Il popolo voti Sì e l’Italia dal giorno dopo si trasformerà in un profumato giardino dell’Eden.

Cerchiamo, però, di esser seri e di attenerci ai dati di fatto. Cioè alle date. Il blocco della contrattazione per i dipendenti pubblici è scattato poco meno di sette anni fa; la riforma del titolo V che ora sembra impedire la ripartenza della contrattazione risale a quindici anni fa. Nel mezzo tra l’uno e l’altro evento, otto anni in cui i contratti sono stati evidentemente rinnovati. Delle due l’una: o i predecessori della Madia erano tutti più bravi di lei o la Madia mente sapendo di mentire. Ma noi che apprezziamo la ministra siamo convinti che la Madia sia molto migliore di tutti i colleghi che l’hanno preceduta e che la sua sincerità sia a prova di macchina della verità. Perciò ci aspettiamo che mercoledì il traguardo del contratto se non raggiunto, venga almeno ampiamente avvicinato. Perché se ciò non accadesse sulla base di motivazioni decisamente inconsistenti, faticheremmo a pensare che l’esponente politico in questione viene espresso da un partito che si definisce riformista tanto che alle ultime europee ha esibito nel suo “marchio elettorale” il simbolo del Partito Socialista Europeo. Saremmo in presenza di un vero e proprio “tradimento” della ragione profonda per la quale quella forza politica è nata sulla base di riferimenti ideali e storici precisi ed è evidente che tanto la ministra quanto il partito potrebbero pagarlo prossimamente nelle urne. In fondo, è già avvenuto, ad esempio negli Stati Uniti: potrebbe non essere un evento positivo per il Paese, ma sarebbe sicuramente un evento negativo per il Pd.

antoniomaglie

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