Kennedy, ricordo (rimpianto) di un mondo di giganti

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-di ANTONIO MAGLIE-

E io vi dico che la nuova frontiera è qui, che noi la cerchiamo oppure no. Al di là si trovano i territori inesplorati della scienza e dello spazio, i problemi irrisolti della pace e della guerra, le sacche non debellate dell’ignoranza e del pregiudizio, le questioni irrisolte della povertà e della sovrapproduzione. Sarebbe più facile ritirarsi da quella frontiera, per guardare alla sicura mediocrità del passato, per cullarci nelle buone intenzioni e nella retorica delle belle parole, e chi preferisce quella strada non dovrebbe votare per me, qualunque sia il suo partito politico”. Il 22 novembre del 1963, cinquantatré anni fa, John Fitzgerald Kennedy veniva assassinato a Dallas. Ma l’esercizio del ricordo a volte aiuta a calcolare la distanza percorsa, marciando in avanti oppure a ritroso.

La storia con le sue a volte incomprensibili evoluzioni, costruisce trame che nemmeno il più abile sceneggiatore di serial televisive riuscirebbe a scrivere. Negli stessi giorni in cui l’America fu chiamata ad assistere alla “cancellazione di una presidenza”, adesso segue, in taluni casi con evidente apprensione, le evoluzioni di un altro presidente che preparandosi a fare il suo ingresso trionfale alla Casa Bianca, si sta dedicando alla costruzione di una squadra di governo con una selezione più simile a una puntata di Apprentice (i vecchi amori non si scordano mai) che a una valutazione politica delle caselle da occupare partendo dalla consapevolezza che in ogni caso gli Stati Uniti sono costretti a vivere in questo mondo e ad esserne (cosa peraltro continuamente rivendicata con parole e opere) un Paese-guida (più o meno accettato, più o meno apprezzato).

I discorsi di Kennedy fecero storia. D’altro canto glieli scriveva uno storico, Arthur Schlesinger Jr, ispirandosi a un italiano, Gaetano Salvemini. E la forza evocativa della Frontiera richiamava in qualche maniera la grandezza dell’uomo, il suo desiderio di andare oltre i confini, di misurarsi con nuove esperienze, di uscire dal recinto di ciò che è comodo ma scontato per provare a misurarsi con le scomodità del nuovo. Erano parole potenti ma non isolate perché, poi, dall’altra parte dell’Oceano, in Vaticano, c’era un altro uomo, arrivato quasi per caso al soglio di San Pietro, Giovanni XXIII, troppo superficialmente definito il “Papa Buono” (al Sud la qualifica di buono spesso è sinonimo di inconsistente e circola un adagio che dice: al buon uomo non è mai stato fatto un monumento). In realtà fu un Papa Grande che con una scelta straordinariamente ardimentosa, cioè con il Concilio, provò a spostare qualche secolo più avanti un monolite, la Chiesa, fermo sulle abitudini di molti secoli indietro.

Ma, volendo, a questo quadro di leader potremmo aggiungere, in Italia, Aldo Moro e Pietro Nenni che provarono a spostare, come Giovanni XXIII, più avanti l’orologio della storia del Paese che si era fermato al centrismo e, conseguentemente alla crisi del centrismo; o, nell’Unione Sovietica a Kruscev che provava a riformare un sistema che ancora non aveva fatto i conti con lo stalinismo e la burocrazia. Era, quello, un mondo in marcia, animato da un fortissimo bisogno di cambiamenti, di trasformazioni, anche nell’arte, nella musica, nella letteratura. Un mondo che voleva vivere regalandosi ogni giorno un momento di stupore. Diciamolo chiaramente: un mondo di giganti. Oggi ti guardi attorno e vedi Trump e i suoi discorsi in cui la Nuova Frontiera si trasforma nel Vecchio Condominio. In Russia c’è Putin al quale diamo persino l’occasione di fornirci delle lezioni di democrazia. E dell’Italia è meglio non parlare perché le scene e le parole che accompagnano questi giorni di campagna elettorale non ci regalano immagini di grandezza. In questo oceano di mediocrità, emerge solo la figura di Papa Francesco, troppo isolata (vox clamantis in deserto) per poter scuotere un pianeta troppo impegnato ad ammirare “la sicura mediocrità del passato”, a cullarsi “nelle buone intenzioni e nella retorica delle belle parole”. Anzi, in molti casi sono solo retoriche e per nulla belle.

antoniomaglie

One thought on “Kennedy, ricordo (rimpianto) di un mondo di giganti

  1. Che dire, sottoscrivo ogni parola. Ho ripensato al mio babbo, classe ’30 e scomparso nel ’93, quando, a me bambino, davanti a un immagine appesa al muro raffigurante una Madonna, il Papa buono (o meglio grande) e i due fratelli Kennedy, mi parlava di queste grandi persone, arrivate ai vertici degli Stati Uniti e della Chiesa (lui che non era forse un gran credente come me… ma socialista sì) e di come se ne erano andate troppo presto. I cosiddetti “grandi” di oggi sono dei nanetti al confronto, direi quasi dei microbi e come tali non portano nulla di buono. Grazie per questi ricordi (io non c’ero ancora in quegli anni) che mi hanno fatto rievocare però dei bei momenti con mio padre. Complimenti per i suoi scritti e cordiali saluti.

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