Ed Erdogan “scioglie” anche il parlamento europeo

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-di GIULIA CLARIZIA-

Domani, 24 novembre, l’Europarlamento di Strasburgo voterà sul congelamento dei colloqui di adesione della Turchia nell’Unione Europea.

Secondo i leader dei principali gruppi parlamentari europei, questo provvedimento sarebbe necessario a causa della svolta decisamente autoritaria attuata dopo il tentativo di colpo di stato (un vero e proprio contro-colpo di stato) dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Una minoranza invece, sostiene che i colloqui non dovrebbero essere congelati almeno fino a un eventuale reinserimento della pena di morte.

La questione è molto delicata: interessi politici si intrecciano al rispetto dei valori democratici che sono alla base dell’Unione Europea fin dalla sua fondazione, e dei diritti civili che caratterizzano il modello di società occidentale.

La Turchia è un paese associato all’Unione Europea da anni e questa condizione sembrava essere la premessa per un’eventuale adesione nel momento in cui che la Turchia avesse rispettato il fattore geopolitico, primo criterio per l’entrata nella UE. La domanda di adesione della Turchia risale al 1987, ma sono passati dodici anni prima che Bruxelles le conferisse lo status di “candidato”. Solo nel 2005 iniziarono le trattative, entrate poi in fase di stallo perché mancava, da parte della Turchia, la volontà di adeguare il suo sistema giudiziario agli standard occidentali, nonché la garanzia del rispetto di diritti ritenuti fondamentali come la libertà di stampa, direttamente collegato alla libertà di espressione.

Ma l’ingresso nell’Unione dipende soprattutto dal soddisfacimento di due condizioni: il rispetto dei diritti umani e dei principi della democrazia.

Quello che è accaduto nei mesi scorsi ha confermato che su questi versanti la Turchia è enormemente distante da una idea che è nata subito dopo la guerra mondiale come risposta agli orrori provocati da una guerra diretta conseguenza dell’instaurazione nel continente di regimi autoritari o dittatoriali.

Dopo il tentato colpo di stato dello scorso 15 luglio, che senza voler scadere in complottismi ha destato perplessità in molti osservatori e studiosi apparso per la “resa dei conti” molto funzionale alle ambizioni duramente presidenzialiste di Erdogan, la politica del leader turco ha subito una forte radicalizzazione in senso autoritario. Sono state arrestate, senza avere una regolare assistenza legale, circa 36.000 persone tra giornalisti, magistrati, militari e semplici civili. Magistrati o docenti sono stati destituiti dai loro incarichi con l’accusa di essere al servizio di Fethullah Gulen, l’uomo che dagli Stati Uniti secondo le accuse di Ankara avrebbe organizzato e manovrato il complotto. Lo stato di emergenza, proclamato per tre mesi e poi prolungato a ottobre, ha comportato tra l’altro la sospensione della Convezione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, atto che ha fortemente preoccupato il Consiglio d’Europa.

Secondo l’articolo 5 del “quadro negoziale” europeo, i colloqui di adesione possono essere sospesi laddove ci siano “serie e persistenti violazioni dei diritti umani, delle libertà e dello stato di diritto su cui l’Unione è basata”. Date le premesse, il voto di domani sembrerebbe legittimo e abbastanza scontato. Di fatto, il parlamento europeo non ha potere decisionale sulle questioni di politica estera, quindi ciò che ne deriverebbe sarebbe una risoluzione non vincolante a livello pratico ma dall’indubbio valore politico visto che questa è l’unica istituzione “figlia” della sovranità popolare, quindi quella maggiormente autorizzata a stabilire se i principi democratici sono stati rispettati o sono stati violati.

Se era necessaria una conferma sulla difettosa cultura democratica del presidente turco, a produrla ha provveduto il diretto interessato con una reazione che di fatto mette in discussione proprio quel principio-cardine. La reazione di Erdogan non lascia adito a dubbi: a suo parere, infatti, l’esito del voto, a prescindere da quale esso sia, “non ha nessun valore”. In sostanza il padre-padrone della Turchia si dichiara giudice inappellabile di una istituzione democratica (l’unica veramente tale dell’Unione) e la condanna alla delegittimazione. Un passo grave tanto nei risvolti politici che in quelli ideali. Non avendo freni inibitori, Erdogan ha pure aggiunto di rispettare i valori europei molto più di alcuni stati membri (chissà, forse in un inconsapevole moto autocritico ce l’aveva con Orbàn). Ma soprattutto si è lamentato per il fatto che l’Unione non ha ancora liberalizzato i visti per i cittadini turchi dimenticando, però, che per soddisfare questa richiesta Ankara deve provvedere a modificare la normativa anti-terrorismo.

La realtà è che per l’Europa Erdogan sta diventando un bel problema. Anche perché Bruxelles, sotto l’interessata spinta di Angela Mekel, ha “appaltato” al padre-padrone di Ankara la gestione (si fa per dire) dei flussi migratori. In sostanza, dietro una “parcella” di sei miliardi e la promessa di accelerare la pratica per l’entrata nell’Unione, la Turchia ha provveduto a chiudere la cosiddetta “rotta balcanica”. Ma Erdogan che non scarseggia certo in spirito commerciale, utilizza la sua frontiera come un rubinetto per tenere sotto pressione l’Europa e quando ritiene che non gli venga concesso quel che vuole minaccia di aprirlo e di far passare quei migranti che spingono ai cancelli del nostro continente. La conseguenza è il trionfo della realpolitik di cui sono rinvenibili chiare tracce nell’intervento di Federica Mogherini, capo della diplomazia europea, al dibattito parlamentare che è cominciato martedì e si concluderà giovedì con il voto: “Se i negoziati di adesione venissero interrotti credo che entrambi avremmo da perderci”.

Ma la più realista di tutte è ovviamente Angela Merkel: se il signore di Ankara dovesse aprire il rubinetto ora che si è pure ricandidata alla Cancelleria, per lei potrebbero essere dolori. Frau Angela ha invitato, infatti, a non chiudere i canali del dialogo, aggiungendo: “Terrò naturalmente anche io aperto il filo dei colloqui”. Considerati i successi della sua diplomazia in Ucraina, bisogna essere un po’ preoccupati.

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