Merkel festeggia 11 anni di potere tra odio e amore

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-di GIULIA CLARIZIA-

Se il risultato delle elezioni americane è stato un brutto colpo per chi sperava di vedere per la prima volta una donna alla Casa Bianca, oggi, 22 novembre, ci si può consolare celebrando l’undicesimo compleanno del cancellierato di Angela Merkel (che nel frattempo sogna di prolungare ulteriormente la sua permanenza alla guida del governo eguagliando il record del suo mentore, Helmut Kohl). Il 55 per cento dei tedeschi la vuole incoronare per altri quattro anni evidentemente confidando sulla determinazione con la quale ha guidato la Germania e affermato la sua leadership (controversa) sull’Unione Europea.

Quella del 2005 non fu una vittoria schiacciante e nulla lasciava presagire la nascita in quel momento del terzo cancellierato più longevo della storia tedesca dopo Konrad Adenauer ed Helmut Kohl.

Il 18 settembre 2005 la Germania andò alle urne anticipatamente, in seguito alla caduta del governo Schröder accusato tra l’altro di aver convinto i suoi ad astenersi per non ottenere la fiducia ed andare di conseguenza al voto popolare. La vera novità di quelle elezioni però fu che per la prima volta una donna imponendosi nelle primarie di uno dei due grandi partiti tedeschi (CDU e SPD), concorreva per la conquista della leadership del paese. Una variante che l’allora leader socialdemocratico forse non valutò in tutte le sue ricadute.

Durante la campagna elettorale i sondaggi le attribuirono un ampio vantaggio sugli avversari, ma nel corso della campagna gli equilibri cambiarono e il margine a favore della CDU si assottigliò sino all’ 1% finale con la conseguenza che ai cristiano sociali le urne attribuirono una maggioranza (relativa) risicatissima (appena quattro seggi in più della SPD). Una situazione che impose la nascita di un governo di coalizione. Dopo difficili negoziati, venne concluso un accordo che consentì una riedizione della non inedita “Grosse Koalition” con la Merkel alla guida e ministeri equamente distribuiti tra CDU e SPD. Il 22 novembre, il Bundestag approvò questa soluzione con 397 voti favorevoli e 51 contrari.

Così, come a Roma dopo le ultime comunali si è iniziato a parlare di “sindaca”, con Angela si è diffuso il termine “cancelliera”. Questo però è stato solo l’ultimo di una serie di primati che Angela ha collezionato durante la sua carriera.

Cresciuta nella DDR è dunque il primo cancelliere ad aver passato la maggior parte della vita nella Germania dell’Est; dopo la laurea in fisica, nel 1989 entrò nel neonato partito Risveglio Democratico. Dopo le prime elezioni delle Germania riunita, in cui fu eletta al Bundestag, il suo partito si unì con la CDU. Durante il terzo governo Kohl, Angela divenne ministro delle Donne e della Gioventù, nonché membro più giovane del governo, cosa che le fece guadagnare il soprannome di das Mädchen, ovvero “la ragazza”. In seguito, ricoprì la carica di ministro per l’Ambiente e per la Sicurezza dei Reattori. La sua popolarità crebbe, ma il percorso alla guida del partito non fu privo di ostacoli. Pur diventandone segretaria nel 2000, non ottenne i consensi sufficienti per candidarsi alle elezioni del 2002, soprattutto a causa dell’ ostilità del gruppo politico gemello della CDU, la CSU (Unione Cristiano Sociale in Baviera). Molti erano dubbiosi circa la possibilità che una donna, tra l’altro evangelica, potesse guidare un partito cattolico dominato da uomini. Tuttavia, questi dubbi non ha hanno fermato la sua scalata al potere, un’ascesa che l’ha portata ad essere per sei anni al primo posto tra le donne più potenti del mondo secondo la non sempre condivisibile classifica della rivista Forbes. Anche nel 2016 è risultata in testa, tallonata dalla Clinton al secondo posto (riferimento forse da non tirare in ballo in questa lunga vigilia elettorale, almeno per motivi scaramantici).

Come la Thatcher prima di lei, la Merkel ha imposto il suo nome a un’era politica. Non a caso, anche lei è considerata una lady di ferro. Al di là dei punti di contatto politici- sia la Thatcher che la Merkel sono infatti appartenenti alla famiglia politica del centro-destra- le due donne appaiono assimilabili sotto diversi di vista anche nel privato, dagli studi scientifici alla scelta di mantenere il cognome del marito, con cui oggi le conosciamo. Condivideranno anche la durata del loro mandato? Se la Thatcher abbandonò la carica di primo ministro proprio durante il suo undicesimo anno di governo, la Merkel ha recentemente annunciato l’intenzione di candidarsi per il quarto mandato nel 2017 (il fatto che elezioni si svolgano il prossimo anno, in effetti le consente già di superare la collega inglese scomparsa nel 2013).

L’esito delle future elezioni non appare scontato anche se non sembrano ipotizzabili sorprese come quella americana. In Germania la questione migratoria ha gonfiato le vele delle destre favorevoli alla chiusura, a costruire muri sia fisici che ideologico-culturali. Nelle elezioni regionali, a inizio settembre, la CDU ha perso in uno dei suoi storici collegi elettorali, il Meclenburgo-Pomerania Anteriore, proprio a favore del partito anti-immigrazione Alternativa per la Germania (AFD).

La politica immigratoria della Merkel nei mesi scorsi è stata presa come modello di accoglienza, al punto da garantire alla cancelliera la qualifica di “mutti“, cioè la madre dei migranti. Nel tempo lei ha corretto la sua linea, ridotto la “generosità” (imponendo all’Europa l’accordo con Erdogan dal costo non irrilevante di tre miliardi di euro per chiudere la rotta balcanica), anche perché le sue scelte avevano sollevato critiche non solo da parte dell’opposizione ma anche della CSU.

Proprio lo “scambio” con Erdogan (non un campione di democrazia), indigesto a quei Paesi che come l’Italia hanno il medesimo problema del controllo delle frontiere e in più una situazione economica non esaltante, ha confermato l’indiscutibile influenza della Merkel sull’Unione garantita anche da una corona di “stati satelliti” in larga misura nordici (ma anche lo spagnolo Rajoi è un fidato alleato) o provenienti dal vecchio Impero Sovietico. Talmente indiscutibile da assumere i caratteri di un vero e proprio strapotere che ha avuto come risultato la nascita nei fatti di un’Europa alla tedesca, prospettiva che avrebbe fatto correre un brivido sulla schiena di uno scrittore come Thomas Mann.

Al di là delle perplessità che nel nostro continente hanno sollevato e sollevano ancora le politiche (soprattutto economiche) della Cancelliera, è indubbio che lei oggi appaia come l’unica figura forte, l’unica personalità consolidata in un panorama continentale percorso da troppe incertezze (a cominciare dalle conseguenze della Brexit), così affidabile da indurre Obama a una vera e propria dichiarazione di voto a suo favore.

La sua parabola è oggi sintetizzabile in poche parole: da Mädchen a Mutti, da “ragazza” a “madre”. Che sia una figura di primo piano nella politica non solo tedesca, ma anche europea e mondiale, è evidente soprattutto in una fase come questa di massiccio mutamento delle leadership. Un ruolo a cui lei sembra tenere molto, pur nascondendolo dietro atteggiamenti teutonicamente austeri e discreti come l’annuncio senza fronzoli della ricandidatura. Non a caso ha motivato la decisione di ricandidarsi con la vittoria di Trump negli Usa. Insomma, ha deciso di ergersi ad argine contro l’esondazione populista. In realtà, però, la scelta era da diverso tempo nell’aria e il ritardo nell’annuncio è legato al miglioramento dei sondaggi che sino a qualche mese fa la davano in declino facendo addirittura ipotizzare una lotta per la successione all’interno della CSU. I tedeschi l’asseconderanno. Forse senza grandi entusiasmi ma arrendendosi all’idea che in questo momento il “mercato” non offre di meglio. Almeno per chi non vuole cadere nelle braccia di un’altra donna in carriera: Frauke Petry.

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