Renzi, pensa al merito e lascia perdere lo spread

Matteo Renzi ospite a "In Mezz'Ora"

-di ANTONIO MAGLIE-

Con un tempismo decisamente inelegante, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha commentato la piccolissima boccata di ossigeno sul fronte della crescita del Pil, con questo tweet: “Con le riforme sale il Pil, senza riforme sale lo spread”. Preventivamente va detto che tutto questo trionfalismo è a dir poco fuori luogo per alcuni motivi numerici: rispetto alla media europea siamo ancora in ritardo di uno 0,7 per cento, rispetto alla Germania, che pure rallenta, siamo dietro quasi di un punto e rispetto alla Spagna, che è salita con noi sulle montagne russe dello spread all’alba del decennio, arranchiamo come un maratoneta a corto di ossigeno visto che il 3,2 di Madrid appare ai nostri occhi un traguardo sistemato nella stratosfera.

Renzi sa bene che quel suo tweet ha caratteri esclusivamente strumentali perché la salita dello spread più che dai sondaggi sugli esiti referendari è legata ad altre motivazioni e alcune forse lo riguardano (ad esempio, le violente polemiche con l’Europa, la necessità di creare le condizioni più convenienti per la trattativa che si aprirà dopo il verdetto delle urne, tanto che vinca il sì quanto che trionfi il no). E poi ci sono motivazioni economiche serie: il debito pubblico troppo alto, appena scalfito in questo giro di valzer statistico, le difficoltà di un sistema produttivo che ha investito poco sull’innovazione perdendo terreno sul fronte della competitività, la distanza tra le due Italie che non si è ridotta e non promette di ridursi in tempi brevi. Insomma, il referendum istituzionale (come conferma la posizione di Mario Monti, personaggio piuttosto sensibile alle sollecitazioni provenienti da Bruxelles) non c’entra assolutamente nulla. L’incertezza che determina è ben poca cosa. D’altro canto, in Spagna a livello politico-istituzionale hanno fatto il pieno di incertezza, non si son fatti mancare nulla, eppure il loro spread è a 112, il nostro a 168,3

Maneggiare in maniera terrorizzante uno strumento come lo spread con la scusa del quale in questo paese si è fatto tutto e il contrario di tutto (e non sempre nel pieno rispetto dei principi democratici) agli inizi di novembre 2011 quando sfondò il tetto dei cinquecento punti facendo balzare il rendimento dei bond decennali a quasi il 7 per cento, non è accettabile né opportuno. E non è nemmeno rispettoso per i cittadini che questo copione lo hanno già vissuto sulla propria pelle (in materia, basterebbe ricordare gli esodati). Questo uso strumentale di argomentazioni che nulla hanno a che vedere con i principi giuridici e le questioni istituzionali può solo accentuare le divisioni già molto evidenti in questo Paese, aggiungendo alla contesa solo veleni e confusione, smentendo nei fatti quel che Renzi e Boschi dicono di volere: un confronto sul merito. E, allora, pensino al merito perché l’Italia per ritornare a credere nel proprio futuro ha bisogno di coesione non di cortine fumogene e aspre contrapposizioni, ha bisogno di statisti non di capi-ultrà.

antoniomaglie

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