Renzi, il Sud, il referendum e le narrazioni

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-di ANTONIO MAGLIE-

Mancano venti giorni esatti al referendum costituzionale che, secondo la narrazione di Renzi, serve a sistemare il passato, un’idea pienamente in linea con una narrazione personalissima che fissa la data di nascita della nuova Italia al 22 febbraio 2014. Ovviamente, non è vero e in fondo basterebbe dare un’occhiata agli indicatori economici e, soprattutto, alle condizioni reali delle persone per rendersene conto. Così come non è vero che il passato sia tutto da buttare. Prima o poi Renzi dovrebbe cominciare a guardare la nostra storia in tutte le sue numerose, varie e articolate fasi uscendo da una superficialità interpretativa che non fa onore a lui e non restituisce al Paese l’orgoglio (sentimento a lui tanto caro) di aver vissuto anche momenti di vera grandezza, certo seguiti da altri, lunghi momenti di straordinaria meschinità.

Perché in questo passato c’è la Resistenza, c’è l’elaborazione di una Costituzione che evidentemente non gli piace ma che ha retto settant’anni a conferma di una validità che ha superato qualche limite del tempo, un boom economico a volte confuso e disordinato, la costruzione, negli anni Sessanta ad opera delle lotte operaie e di un partito realmente riformista (il Psi), di un welfare che ci mise in qualche maniera al passo con i paesi più avanzati d’Europa. Insomma, quando parla di regolare i conti con il passato, sarebbe meglio dire quali passaggi di questo passato intende rimuovere. Perché, se guardiamo le cose dalla parte dei cittadini, si ha l’impressione che il regolamento di conti riguardi, ad esempio, proprio il welfare con l’attacco alle pensioni e ai pensionati che insieme ai giovani da questo Paese fuggono per trovare all’estero condizioni di vita migliori, una sanità sempre più avara che costringe molti connazionali a rinunciare alle cure perché sempre più costose, a un mercato del lavoro flessibilizzato sino al limite dell’insopportabilità che obbliga i giovani a posticipare sistematicamente l’inizio del proprio futuro (ormai per le banche che concedono mutui-casa si è giovani sin sulla soglia dei trentacinque anni) o che con i voucher ha costruito una nuova categoria di “schiavi” sfruttati a bassissimo costo e ad altissimo rischio. Da parte di Renzi sarebbero auspicabili precisazioni soprattutto in un Paese in cui c’è sempre qualche ex ministro (la Fornero, Sacconi) che improvvisamente spuntano e dopo aver prodotto non pochi danni, si auto-eleggono interpreti di un futuro che, per parafrasare l’Omero l’incipit dell’Iliade, tanti problemi agli italiani addusse.

Esaltando la sua riforma costituzionale, Renzi ha spiegato che attraverso essa si realizza una semplificazione che trasformerà la nostra burocrazia nell’eterno regno delle virtù. Ovviamente, dubitiamo anche perché leggendo il testo di quel provvedimento non si trovano molte conferme al riguardo. Soprattutto, visto che la battaglia è tra il passato cinico e baro e il futuro luminoso e progressivo, allora sarebbe auspicabile che le analisi sui malanni meridionali del presidente del Consiglio fossero leggermente più approfondite perché non si possono liquidare problemi che affondano le proprie radici non negli anni ma nei secoli con questa affermazione: “C’è un problema di narrazione. Il Mezzogiorno ha tutto ma si racconta come una realtà piena di sfighe”. Che sia esistito un meridionalismo piagnone rimbalzato in maniera indiretta nell’universo renziano, è un dato di fatto; che siano stati robusti e anche autorevoli i tentativi per eliminarlo o, almeno, limitarlo, è un altro dato di fatto.

La questione attuale, però, non è la narrazione, ma la desertificazione (Svimez la segnala più o meno ogni anno). Non basta dire che “il Sud deve tornare a essere al centro del dibattito” quando lo stesso governo guidato dalla persona che ora pronuncia queste parole si è guardato bene dal costruire strategie mirate al rilancio di quella parte del Paese. Nessuno, soprattutto chi è anche più anziano di Renzi e quindi ha avuto esperienza diretta, ha nostalgia della Cassa per il Mezzogiorno, grande collettore di favori e di voti e dispensatore di soldi illegittimamente a pioggia, e non c’è nessuno che avverte il bisogno di un rilancio della politica delle Cattedrali nel deserto. Ma dove le cattedrali vi sono (Taranto ad esempio) e producono problemi e anche danni (alla salute) il passo del governo è stato incerto e claudicante e la soluzione, quando arriverà, certo non risolverà le lacune occupazionali di quell’area (è sperabile che almeno risolva quelle sanitarie) perché la ristrutturazione si accompagnerà inevitabilmente a dei tagli.

È evidente, allora, che il problema, dal punto di vista dell’azione di governo, non consiste semplicemente nell’ammodernamento (o salvataggio) della Cattedrale ma anche nella creazione di un ambiente produttivo che consenta a quell’area di ritrovare non le motivazioni psicologiche ma le condizioni reali dello sviluppo. Questo vale per Taranto e vale per altri territori.

Immaginare una classe meridionale diversa da quel che è, come sembra fare Renzi, significa non avere una idea esatta dell’ambiente in cui quella classe cresce e opera, del fatto che esiste una criminalità estremamente diffusa anche a livello antropologico che condiziona gli esponenti bravi, coraggiosi e volenterosi e piega alle proprie necessità i deboli o molti che interpretano la cosa pubblica come uno strumento per moltiplicare le cose private. Significa anche fare appello a una classe imprenditoriale che, pur caratterizzata da lodevoli eccezioni, finisce in una certa misura (e quasi inevitabilmente) a essere contigua a quell’ambiente malsano e interessata a sfruttare i favori che possono derivare da leggi opportunamente interpretate e manovrate.

Non è il Sud che deve tornare al centro del dibattito, ma è il governo che deve riportare il Sud al centro della propria azione perché quando questa scelta è stata fatta, pur tra mille limiti e risultati non del tutto edificanti, qualche effetto positivo è stato prodotto (non è un caso che il momento in cui la forbice tra le due aree del Paese è risultata più ristretta risale agli inizi degli anni Settanta). Tutto questo con la riforma costituzionale non c’entra proprio nulla: non esiste un articolo della Carta che agli inizi degli anni Novanta abbia imposto di trasformare in un caso nazionale il Nord-Est ricco sostituendo nella scala delle priorità il Sud povero; non esistono commi che hanno vietato in quest’ultimo quarto di secolo di creare le condizioni infrastrutturali per favorire gli investimenti nel Mezzogiorno; non esistono norme transitorie e finali che vietino la costruzione di un ambiente produttivo capace di valorizzare quelle che sono le risorse e le qualità migliori di questa area del Paese. Per concludere, non è il Sud che sbaglia la sua narrazione ma Renzi che ne fornisce una decisamente fantasiosa.

antoniomaglie

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