Referendum, il “no” come un voto per l’indipendenza

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-di Giuseppe Amari *-

Dato il profluvio di interventi e il numero di pubblicazioni, destinati peraltro a crescere, per il sì e per il no, argomentare una dichiarazione di voto certamente molto meno autorevole di tante altre rischia da un parte di essere considerata presuntuosa e dall’altra di ripetere, consapevolmente o meno, cose già dette e dette meglio.

Ma, poiché considero che ogni cittadino democratico, qualunque sia o sia stato il suo ruolo sociale, almeno su questioni di tale importanza, abbia il dovere civico non solo di votare, ma anche di dichiarare con franchezza il proprio orientamento, partecipando al pubblico dibattito delle idee che è al fondamento della vera democrazia, mi sono convinto ad aggiungere alcune considerazioni per poco che contino.

Su questioni come quelle costituenti, e di costituente si deve parlare dato il numero e la qualità di articoli della Carta che sono investiti dalla consultazione, è inevitabile un giudizio di merito e di metodo e di valutazione anche del contesto storico più in generale.

Cominciando da questi ultimi, nulla è più lontano dallo spirito della vera Costituente e quindi anche della Costituzione che si vorrebbe modificare.
La differenza in termini di qualità intellettuale e morale, di tensione unitaria, di attenzione e di rispetto reciproco tra la prima e vera assemblea e la seconda di velleitaria imitazione, è talmente evidente che è inutile infierire. Certo, erano tempi irrepetibili e quella classe dirigente, per tanta parte incarcerata, esule all’estero o isolata in patria, era unita dalla battaglia contro il fascismo e dal senso di responsabilità di far uscire il Paese da una drammatica situazione e da 20 anni di oscurità.

Ma è sbagliato parlare di una seconda assemblea costituente, seppure in senso limitato.
Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione, in una serie di memorabili interventi precedenti l’elezione della Costituente, con il proporzionale puro, teneva a precisare come questa, pur essendo la fonte di ogni potere legittimo, dovesse dedicarsi esclusivamente alla redazione della Carta, liberandosi dell’attività di Governo a cui andava delegato tale ufficio. Tutti gli altri organi del nascente Stato erano oggetto e non soggetto dei lavori costituenti; compresi ovviamente il Governo e il Capo dello Stato che nel frattempo erano, non a caso, considerati “provvisori”. In attesa delle elezioni politiche per la prima volta a suffragio veramente universale e con metodo anch’esso proporzionale.

Nel nostro caso è accaduto esattamente il contrario.
Un Capo di Stato, eletto straordinariamente due volte e un Governo presieduto da un Presidente non eletto e con una raggiunta maggioranza di tranfughi al Senato e alla Camera grazie ad una legge incostituzionale, si sono eretti a Costituente. Con numerose ed inedite forzature, comprese “minacce” di elezioni anticipate, e con ripetututi colpi di fiducia, si sono imposti su un Parlamento intimorito e debole sul piano giuridico e morale. Il cui compito principale ed urgente sarebbe stato invece quello di approvare una legge elettorale accettabile e andare al voto per una piena rilegittimazione politica. E garante di tale percorso genuinamente democratico avrebbe dovuto essere, innanzitutto, il Presidente della Repubblica.

E’ questo, a mio avviso, il vulnus principale da cui sono scaturiti tutti gli altri.
Compresa la inevitabile personalizzazione dell’allora Presidente della Repubblia e, al di là delle sue contraddittorie affermazioni, del Presidente del Consiglio, con la sua maggioranza e le sue politiche strumentali al “sì” referendario.
Rendendo difficile ricondurre il dibattito sulle questioni di merito e inevitabile la frattura che permarrà tra i cittadini, buona parte dei quali non si riconoscerà nell’esito referendario quale che sia.
Tina Anselmi, una autentica democratica che combatté con coraggio la più insidiosa minaccia alla nostra democrazia nel secondo dopoguerra, la P2 di Licio Gelli, scrisse, in una sua memorabile Lectio magistralis sulla democrazia, che la seconda parte della Costituzione si poteva certamente modificare, purché in coerenza con la prima: “Molto si è parlato sull’aggiornamento della Costituzione di fronte alla crisi della politica, al disagio dei cittadini, alla necessità di sperimentare nuove forme di partecipazione, alla maggiore responsabilizzazione dei livelli intermedi di governo nell’uso delle risorse e così via. Ma desidero in proposito solo riprendere un punto centrale: ogni correzione dell’ordinamento della Repubblica, la parte seconda della Costituzione, deve perseguire come obiettivo primario il pieno e più aggiornato sviluppo dei principi e dei valori della prima parte della Costituzione ( “I diritti e i doveri dei cittadini” ) lungo i concetti di sussidarietà, della interdipendenza e della solidarietà”.
La seconda parte si pone, dunque, come strumento attuativo della prima, e per la consapevole modifica di quella occorre intendersi bene sul significato di questa e sulla sincera volontà di realizzarla.

Il governo per il governo, a prescindere, a cui sembra credere il nostro volubile Premier, è solo cinismo di potere, conduce al Partito della Nazione che è un “non partito” per definizione totalitaria e al deperimento della democrazia.
Molti che ieri declamavano (o recitavano) come la nostra Costituzione fosse “la più bella del mondo”, oggi dicono che è solo la prima parte ad essere la più bella.

Ma è forte il sospetto che quei molti che hanno sinora fatto poco o nulla per realizzare quella prima parte, vogliano ora modificarne la seconda proprio per continuare meglio così e con minori ostacoli .
Soprattutto in tempi difficili e con prospettive non favorevoli.
D’altronde, la rincorsa affannosa sulla zattera governativa del “sì” di rappresentanze agrarie, industriali, commerciali, sindacali (certo non la Cgil), di associazioni varie ( certo non l’ANPI ) e di organizzazioni ed aziende economiche e finanziarie nazionali e multinazionali, oltre che di noti esponenti economici italiani e no, di sconosciuta sensibilità democratica, sembrano avvalorare il sospetto.
Moltiplicato dall’adesione di J. P Morgan con il suo libello del 2103 contro le costituzioni dei paesi mediterranei, di Goldman Sachs e Merryl Lynch, delle agenzie di rating, noti tutti anche per la loro disastrata e disastrosa “efficienza”; di leader europei “impressionati” da sempre dalle nostre “riforme”: di Berlusconi da cui decisero di liberarci (ma da soli mai?), di Monti, Letta (sino a che stava “sereno”) e per ora di Renzi; mai veramente sazi, perché l’ “agenda Draghi”, che li unisce solidali, non si esaurisce mai. Ma non vanno certo dimenticati l’Ambasciatore “amico”, e l’Anfitrione Obama dell’ “ultima cena”, adusi evidentemente non ad un rapporto leale, ma alla ben nota “cupidigia del servilismo”, e forse anche in ringraziamento per essere l’unico grande paese europeo a sostegno senza riserve del TTIP (Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti) tanto caro alle multinazionali americane.
Eppure (a parte Obama che avrebbe ben più da preoccuparsi sullo stato della democrazia del suo Paese), sono proprio loro il problema e causa delle gravi difficoltà e della crisi pluriennale a livello mondiale; e, per quanto ci riguarda, anche nazionale con le sue specificità e i suoi “campioni” di evasione, elusione, esportatori di capitali, giustamente riottosi ai ricorrenti condoni. I quali, anziché fare un po’ di autocritica pretendono ancora di dare ricette di “efficienza” e “produttività”, riducendo retribuzioni, diritti e spazi di democrazia. Essendo in storica e continua trattativa con i Governi in carica, un “sì” è per loro una garanzia e un investimento. Come per tanti altri, soggetti alla “benevolenza” o alla “punizione” governativa e che compongono la lunga e antica schiera dei “gradisca”.
Il NO diventa, dunque, anche una dignitosa risposta di autonomia da quegli interessi per lo più nefasti e di orgoglio e indipendenza nazionale dalle indebite e inaccettabili ingerenze estere.
Ma per coloro che aderiscono ancora a certe ricette economiche, istituzionali e politiche, per errata convinzione e non per interesse, vale la pena menzionare il pensiero di un nostro economista, Federico Caffè, che collaborò con Meuccio Ruini, presidente della Commissione dei 75 dell’Assemblea costituente, nel governo del comandante partigiano Ferruccio Parri.
Il suo è un netto e motivato rifiuto dello scambio (trade-off) tra efficienza ed equità. E se si condivide il pensiero di due democratici come Guido Calogero e Norberto Bobbio, sappiamo che quel rifiuto di scambio economico (trade – off) implica anche l’analogo politico tra efficienza e democrazia.

Se vogliano avanzare e non regredire civilmente.
Sono concetti alla base del pensiero liberal-socialista e liberal-democratico secondo il quale le libertà come le democrazie (economiche, industriali, civili, politiche) sono solidali: si rafforzano o deperiscono insieme. Una cultura quella laica, liberale e democratica ancora scarsa nel nostro Paese.
Con Guido Calogero possiamo dunque convenire che “la più solida democrazia nasce dalla molteplicità delle democrazie” (p. 60) e che “abbiamo fame di giustizia, ma non siamo per nulla disposti a rimanere assetati di libertà” (p. 69), anche perché “senza eliminazione degli squilibri di potenza economica non c’è vera libertà politica, e senza la garanzia delle libertà politiche non c’è neppure la possibilità di sapere se la giustizia economica sia reale o illusoria”(p. 85).

Il vero obiettivo di quella corrente politica ed economica che passa impropriamente per neoliberismo (ché di liberismo e tanto meno di liberalismo non ha nulla, anzi ne è la negazione) è quello di cancellare il programma di democrazia progressiva delineato dalla prima parte della Costituzione abbondantemente negletta, e negletta perché negletti sono stati da tempo i grandi valori che la costituiscono.
Questi, per Norberto Bobbio, in accordo con Giuseppe Dossetti, sono “ispirati a ideali liberali, integrati da ideali socialisti, corretti da ideali cristiano-sociali” in un “riucito compromesso”. Un compromesso che che ebbe “dignità di un vero Patto nazionale… accordo di validità universale, oltre il nostro ambito nazionale, e quindi ancorato a principi generali di umanità e civiltà più vastamente ammessi… “.
E’ proprio l’affievolirsi di quei valori, in quel compromesso che andava sviluppato, adeguandolo ai tempi e alla lezione della storia, anziché dissolverlo nella resa al pensiero dominante, ad aver aperto la strada alle tante incursioni a danno della nostra Costituzione.
L’elevatissimo dibattito in Italia tra Benedetto Croce, Luigi Einaudi e Guido Calogero, nell’immediato dopoguerra, su liberalismo, liberismo e liberalsocialismo, avrebbe insegnato molto di più alla stessa sinistra anziché correre dietro, con il solito provincialismo, alle lusinghe della falsa “terza via” di Antony Giddens e di seguire Tony Blair, ridottosi a promotore finanziario, anziché sviluppare le idee di Olof Palme e Willy Brandt. E lo stesso vale per le socialdemocrazie europee. Mentre negli Stati Uniti, almeno il partito democratico, avrebbe dovuto seguire l’insegnamento di alcuni loro grandi uomini e presidenti come Jefferson, Lincoln, Wilson, Roosevelt, e gli stessi Kennedy.
Gli eredi del vero liberalismo (se ancora ci sono), quelli del vero liberalsocialismo (se ancora ci sono) e quelli del vero cattolicesimo democratico (se ancora ci sono) dovrebbero effettuare, per quanto li riguardi, un tentativo simile a quello che sta faticosamente perseguendo papa Francesco con la sua chiesa: riavvicinarla al vero spirito evangelico di frate Francesco.

Piero Calamandrei, ci insegna, in quegli scritti prima ricordati, come sia inutile cercare seconde o terze vie, ma che sia da perseguire solo quella veramente liberale, socialmente progressista, già argomentata da J. Dewey, uno degli ispiratori del pensiero politico di Franklin Delano Roosevelt, con le sue 4 libertà (di parola, di religione, dal bisogno e dalla paura); e poi da W. Beveridge, il padre del Welfare, con le sue 6 libertà sociali (il riscatto dalla miseria e indigenza, dalla malattia e ignoranza, dalla disocupazione e guerra). Tutti coloro si consideravano, e a ragione, sinceramente liberali. Quel liberalismo che nel capitalismo moderno non può che assumere una declinazione decisamente sociale per la liberazione dell’uomo. “Così che un liberale di tradizione crociana, Guido De Ruggero, a proposito del Piano Beveridge, può dire che quel piano ‘è veramente liberale, appunto perché è veramente sociale’ “. Senza dimenticare il nostro Carlo Rosselli, e poi gli sviluppi di una medesima linea di pensiero, dovuti alla teoria delle “capacità”, di A. K. Sen e M. Nussbaum.

Qualcuno potrebbe obiettare a tali considerazioni che si cade nel solito difetto della sinistra e cioè il “ben altrismo” per evadere dall’analisi puntuale delle questioni. E quindi dai concreti punti della riforma. Ma ha risposto bene Zagrebelsky ricordando che nel ritagliare il vestito costituzionale occorre anche considerare il “fisico” del paese che lo deve indossare, e le vecchie sue tare.
Il metodo e il contesto, abbiamo già detto, non sono indifferenti per la comprensione del senso e delle permanenti conseguenze di tali riforme.

Chi non ha fatto un giro in Goldman Sachs & Co. tra i nostri politici e grandi “servitori” di Stato ? E lo stesso vale per quelli europei e internazionali. Il Big Business (le grandi società) che prima si confrontava con il Big Labor (le confederazioni sindacali) e il Big Government (il Governo e lo Stato in generale), oggi ha assunto incontrastata egemonia, il condizionamento se non controllo sugli altri due.

Il nuovo Leviatano, a cui ogni cosa e valore si deve inchinare, non è più lo Stato hobbesiano, ma il Big Business che ha sussunto lo stesso Stato e annichilito altre forze sociali. E la cui centralità ha sostituito quella della persona, resa strumento, a cominciare nel rapporto di lavoro. Il quale ormai, in Italia, grazie anche al Job Act, e alla diffusione dei voucher, è ridotto a condizioni simili a quello del bracciantato. La stessa disciplina giuslavorista ha perso da tempo la sua stessa ragion d’essere perché sollecita più alle esigenze delle imprese che a quelle del lavoratore.

Uno dei grandi economisti del 19° secolo, Alfred Marshall, ci ricorda che “… in quelle ore (lavorative) il carattere dell’uomo si forma nel modo in cui egli usa delle sue facoltà nel lavoro, dai suoi pensieri e dai suoi sentimenti che il lavoro gli ispira, dalle sue relazioni che lo uniscono a coloro che sono associati a lui nel lavoro …”.

Le gravi e permanenti conseguenze negative dovute alle attuali condizioni di lavoro anche da un punto di vista della “corrosione del carattere” delle persone e soprattutto dei giovani, come sottolineano Luciano Gallino e Richard Sennet, rimarranno una delle più gravi eredità e responsabilità dei nostri tempi.
Ogni possibilità di seria riforma sociale passa per un ridimensionamento del potere economico e finanziario e la riaffermazione della indipendenza e sovranità della politica e dei governi.

Lo capì benissimo Roosevelt quando, all’inizio del suo mandato, si preoccupò di riaffermare la primazia e l’indipendenza della politica, di riaprire la dialettica sociale migliorando le condizioni economiche e i diritti dei lavoratori e rafforzando i sindacati, mentre richiamò con forza gli esponenti dell’economia e della finanza alla leale collaborazione, tagliando le unghie all’avidità e alla speculazione, causa vera di quella grave crisi (come di quella attuale). Non certo modificando Costituzione, sistema istituzionale e leggi elettorali. Rafforzando i poteri del Governo federale, non per diminuire quelli degli stati, ma per rendere regole e controlli più efficaci nei confronti dei poteri economici e finanziari che avevano esteso la loro attività ben oltre la competenza dei singoli stati. Meritando il vasto e consapevole consenso dei cittadini con i suoi famosi “discorsi al caminetto” in cui non nascondeva la verità sulle difficilissime condizioni del Paese, ma dando insieme la consapevolezza di poterne uscire con uno sforzo solidale; e realizzando puntualmente quanto andava preannunciando.

Ben altro rispetto ai racconti a cui siamo abituati.
La prima modifica del titolo V, nacque strumentalmente in risposta alla Lega e con eccessivi poteri agli enti locali, mentre oggi la seconda eccede nel contrario, dandone troppa, confusa e incondizionata al Governo. Oltre agli aspetti di democrazia per la discutibile ricentralizzazione, nel contesto di quella suddetta egemonia degli affari, come non temere che grandi opere o grandi operazioni finanziarie siano assegnate a chi è del tutto indifferente alle esternalità negative (danni alla salute, danni e inquinamenti ambientali e finanziari, questi ultimi non meno dannosi, ecc)?
Nella scomparsa di partiti con respiro unitario e nazionale e con la loro “governance” sempre più ristretta a livelli personali, come evitare il rischio che un premier, quale che sia temporalmente al governo, non decida a vantaggio o a danno dell’Ente territoriale governato da politici a lui favorevoli od ostili, e non da ragioni di interesse generale?

Si dice che la causa prima dei ritardi legislativi risieda nel bicameralismo perfetto. Ma questa è una vecchia asserzione, oggi rinnovata, ma che non ha mai trovato riscontro. Infatti la produzione legislativa italiana è stata dimostrata delle più prolifiche, ancorché di scarsa qualità, e rapidissima soprattutto per le questioni di forti interessi sezionali, mentre la lentezza è frutto di non composte divergenze politiche.

L’attuale ed incomprensibile assetto bicamerale della riforma, a partire dal labirintico art. 70, getterà confusione e ulteriore discredito del Parlamento, a vantaggio dell’esecutivo.
Nessuno mette ormai in discussione la chiusura dell’inutile CNEL, ma nessuno sottolinea che rappresenta la sconfitta ancorché meritata, di ogni forma di collaborazione tra le parti sociali per defezione e immaturità delle stesse. Collaborazione che era alla base costitutiva dell’Ente e nello stesso spirito della Costituzione, tanto che il suo primo presidente fu il già ricordato Meuccio Ruini.

Si dice, a discapito, che la Costituzione, con le sue eccessive garanzie e bilanciamento di poteri, fu il frutto della incertezza delle forze politiche di allora circa l’esito delle elezioni e quindi delle reali forze in campo. Ma fu invece una circostanza storica fortunata. Si realizzò infatti quella condizione richiesta da J. Rawls per la definizione di regole costituzionali: il cosiddetto “velo di ignoranza” che ogni costituente dovrebbe virtualmente assumere astraendosi dalla sua reale condizione per legiferare in modo neutro rispetto a quella.

Tutto il contrario di quanto accade oggi.
Nella odierna società per niente “liquida”, nella sua struttura sempre più rigida dal blocco dell’ascensore sociale e dalla “lotta di classe dopo la lotta di classe” (Gallino) e sempre più disorientata dalla disinformazione anzi “deformazione ” (Bruno de Finetti), tra terrorismo conomico e cloroformizzazione a fasi alterne, le élite di governo si trasformano facilmente in oligarchia. Si estende il potere occulto e imprescrutabile che tanto allarmava Norberto Bobbio alla scoperta del “Piano di Rinascita democratica” della Loggia massonica P2; il cui afrore sembra che non voglia mai abbandonarci.
Una situazione certo agevolata dalla scomparsa dei partiti politici nel senso tradizionale. Cioè di collettori e di unificanti elaboratori delle differenziate istanze del paese e quindi rappresentativi dell’unità nazionale.

In una Repubblica democratica in cui è assegnata una funzione essenziale ai partiti, la loro sostanziale scomparsa, nel senso prima citato, è, credo, la maggiore emergenza democratica.
Di recente, un giornalista di grande intelligenza come Ferruccio De Bortoli ha sottolineato l’urgenza di una piena applicazione del dettato costituzionale a tal riguardo. Da uno statuto e regole certe e democratiche alla trasparenza assoluta delle forme di finanziamento.
Lo straordinario doppio mandato a Giorgio Napolitano e i governi Monti, Letta e Renzi come la riforma della Costituzione di cui siamo chiamati a Referendum e la stessa legge elettorale, nascono, per buona parte, come reazione al paventato “pericolo” Grillo e a un paventato “pericolo populista”, comunque da noi molto inferiore rispetto ad altri in Europa.
Che sia così, lo dimostra la volontà di cambiare la legge elettorale che, dopo le elezioni amministrative, si è dimostrata non più “funzionale” allo scopo.
Populista non è chi soffre il disagio e legittimamente protesta, o chi cerca di alleviarlo. ll vero populista è chi usa il disagio e l’allarme della gente, spesso giustificati, e non di rado strumentalmente agitati, per perseguire disegni conservatori, antisociali se non reazionari e persino razzisti; e che ne è dunque l’ “utilizzatore finale”. In Italia, ne abbiamo avuto un esempio da manuale con la rivoluzione napoletana e la reazione sanfedista e reazionaria suscitata dal Cardinale Ruffo e dai realisti di Re Ferdinando IV di Borbone. Vincenzo Cuoco, amico e ammiratore di quegli eroici ma ingenui illuministi, spiegò bene il loro errore: aver pensato di introdurre, sostenuti dall’esercito francese, i principi di libertà della rivoluzione francese estranei allora al popolo napoletano, ignorandone le esigenze più gravi ed immediate su cui fecero leva i loro feroci avversari.

Dimenticarono che le libertà, compresa quella dal bisogno, sono tra loro solidali e insieme camminano.
Il populismo si batte innanzitutto con politiche sociali e più democrazia e non con riforme costituzionali e marchingegni elettorali di deriva centralistica ed autoritaria.
La vittoria del NO, costringerà tutti, vincitori e perdenti, a ricostruire, affrontando i veri e più urgenti problemi sociali, con maggiore umiltà e spirito solidale. Anche, speriamo, a migliorare con più buon senso e sobrietà la seconda parte della Costituzione e certo ad approvare una legge elettorale più rappresentativa.

Il maggior debito, infatti, che tutti abbiamo nei confronti dei padri costituenti e soprattutto del Paese e dei nostri figli, non è tanto quello di non essere riusciti a migliorare la seconda parte della Costituzione, ma soprattutto quello di esserci dimenticati della prima, del suo programma sociale e liberale avanzato e di quei valori che ne sono il fondamento.
Credo che l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) possa essere un buon terreno elettivo per contribuire a ricostituire quel tessuto di differenziate, ma reciprocamente rispettate, posizioni in difesa della democrazia e per la ricostruzione del Paese, e che meriti intanto il sostegno alla battaglia condotta dall’anziano e giovanissimo suo presidente.

* Collaboratore della Fondazione Giuseppe Di Vittorio; iscritto all’Anpi

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

One thought on “Referendum, il “no” come un voto per l’indipendenza

  1. Per GIUSEPPE AMARI. Caro PEPPE, sottoscrivo totalmente il tuo saggio sul rapporto tra il voto NO e la considerazione che tale scelta costituisce un efficace corroborante, assai tonico, per le Istituzioni della Repubblica. Mi complimento per il lavoro svolto e averlo trovato sul sito della Fondazione NENNI che , nella circostanza, ha consentito l’occasione per sintonizzarci,ancora, su tanti valori e momenti della vita. Un abbraccio Angelo Ruggiero.

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