Aborto, obiezione sulla pelle delle donne

 

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-di VALENTINA BOMBARDIERI-

La tragedia avvenuta all’ospedale Cannizzaro di Catania il 18 ottobre ha riacceso i riflettori sulla questione dell’obiezione di coscienza nei casi di aborto. Una giovane donna di 32 anni è morta insieme ai due gemelli di cinque mesi che portava in grembo. I familiari hanno presentato un esposto per accertare “”se ci siano state negligenze, o imprudenze, imperizie diagnostiche o terapeutiche dei sanitari che hanno avuto in carico la paziente”.

“La signora al quinto mese di gravidanza era stata ricoverata il 29 settembre per una dilatazione dell’utero anticipata. Per 15 giorni va tutto bene. Dal 15 ottobre mattina la situazione precipita. Ha la febbre alta che è curata con antipiretico. Ha dei collassi e dolori lancinanti. Lei ha la temperatura corporea a 34 gradi e la pressione arteriosa bassa. Dai controlli emerge che uno dei feti respira male e che bisognerebbe intervenire, ma il medico di turno, mi dicono i familiari presenti, si sarebbe rifiutato perché obiettore: ‘fino a che è vivo io non intervengo’, avrebbe detto loro”. Queste le parole del legale della famiglia, Salvatore Catania Miluzzo.

Il direttore generale dell’ospedale Angelo Pellicanò nega le accuse: “Non c’è stata alcuna obiezione di coscienza da parte del medico che è intervenuto nel caso in questione, perché non c’era un’interruzione volontaria di gravidanza, ma obbligatoria chiaramente dettata dalla gravità della situazione. Io escludo – ha continuato – che un medico possa aver detto quello che sostengono i familiari della povera ragazza morta, che non voleva operare perché obiettore di coscienza. Se così fosse, ma io lo escludo, sarebbe gravissimo, ripeto perché il caso era grave. Purtroppo nel caso di Valentina è intervenuta uno choc settico e in 12 ore la situazione è precipitata”.

Al di là del singolo caso che rimane tutto da accertare, cerchiamo di vederci chiaro. L’articolo 9 della legge n.194/78 prevede che i medici e il personale sanitario possano non prendere parte alle procedure di interruzione volontaria di gravidanza qualora dichiarino di essere obiettori di coscienza. La dichiarazione dell’obiettore – recita la legge – deve essere comunicata al medico provinciale e, nel caso di personale dipendente dall’ospedale o dalla casa di cura, anche al direttore sanitario, entro un mese dall’entrata in vigore della presente legge o dal conseguimento della abilitazione o dall’assunzione presso un ente tenuto a fornire prestazioni dirette alla interruzione della gravidanza o dalla stipulazione di una convenzione con enti previdenziali che comporti l’esecuzione di tali prestazioni.”

Al comma 3 la legge stabilisce che l’obiezione “non esenta il personale medico dall’espletamento dell’assistenza “antecedente e conseguente all’intervento”. Inoltre “l’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”. Sulla questione è intervenuta anche la Corte di Cassazione che ha evidenziato e specificato che l’obiezione non autorizza il medico ad “omettere di prestare l’assistenza prima ovvero successivamente ai fatti causativi dell’aborto, in quanto deve comunque assicurare la tutela della salute e della vita della donna, anche nel corso dell’intervento di interruzione della gravidanza”.

La seconda sentenza risale all’11 aprile del 2016 in seguito a un ricorso presentato dalla CGIL. L’organo comunitario ha deciso di accogliere l’istanza sostenendo che: “in alcuni casi, considerata l’urgenza delle procedure richieste, le donne che vogliono un aborto possono essere forzate ad andare in altre strutture alternative, in Italia o all’estero, o a mettere fine alla loro gravidanza senza il sostegno o il controllo delle competenti autorità sanitarie, oppure possono essere dissuase dall’accedere ai servizi di aborto a cui hanno invece diritto in base alla legge 194/78”. Una realtà che comporta “notevoli rischi per la salute e il benessere delle donne interessate, il che è contrario al diritto alla protezione della salute”.

In base ai dati presentati dalla CGIL al Consiglio Europeo, a livello nazionale le percentuali di medici obiettori variano dal 67% del Nord all’80,5% del Sud.

Gli obiettori di coscienza sono 73% in Calabria, 82% in Campania, 86% in Puglia, 87,6% in Sicilia, 80% nel Lazio, 90% in Basilicata, 93,3% in Molise. Eccezion fatta per la Valle D’Aosta (13,3%) e la Sardegna (49,7%), tutte le Regioni superano abbondantemente il 50%”, questi i dati di una inchiesta de “La27ora”.

L’obiezione di coscienza è un diritto consolidato, non solo per quanto riguarda l’interruzione volontaria di gravidanza, ma è responsabilità dello Stato far sì che non si traduca nella soppressione di altri diritti di pari dignità, come il diritto alla salute fisica e psichica della donna.

La vera domanda è se è femminicida un Paese in cui le istituzioni non garantiscono alle donne la protezione del loro diritto alla salute fisica o psichica, qualora non aderiscano al ruolo che la società attribuisce loro? È femminicida l’inerzia dell’Italia che, calpestando ogni bilanciamento di diritti fondamentali, lascia al caso l’applicazione della Legge 194/78?

valentinabombardieri

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