Dario Fo: uomo tra uomini di un canto libero

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-di SANDRO ROAZZI-

Dario Fo ora si trova a tu per tu con altri Nobel della nostra letteratura. Son certo che non sfigurerà, la sua originalità non è solo un indiscutibile marchio d’autore, ma può ben figurare in quell’arte popolare e raffinata al tempo stesso che racconta anche un dovere civile nel mettere alla berlina il potere: quello di sentirsi liberi anche perche’ capaci di mantenere il proprio senso critico. Tradizione assai antica questa: perfino gli antichi Romani facevano seguire il carro del console vincitore in trionfo da “giullari” che gli rammentavano la fragilità effimera del successo. Alla fine degli anni ’60 Dario Fo per noi giovani di allora interpretò in modo esemplare questa grande voglia di sentirsi liberi soprattutto dalle ingessature di una societa’ che stava cambiando profondamente nell’impersonare una moderna società industriale. Fare della fabbrica un teatro ad esempio. Una profanazione che invece sollecitava un cambio di passo nei rapporti fra mutamento economico, sociale e cultura.

Non sapevamo del passato del giovane Fo nella Repubblica sociale, fra i “repubblichini” (che lui peraltro non ha rinnegato nel momento in cui gli e’ stato ricordato) ma difficilmente avremmo cambiato parere su un personaggio che le censure tv (e oltre) avvicinavano al nostro sentire. La sorte ha voluto che mentre Fo trovava la sua pace, il Nobel finiva nelle mani di Bob Dylan altro protagonista di quegli anni “nuovi”, la cui poetica viene oggi riconosciuta dopo aver incantato tanti giovani, fino s diventare una loro divisa “invisibile” e che oggi hanno i capelli bianchi e sono in grado, da “arrivati” nella vita, di farne riconoscere il valore artistico. Anche quello di Dylan era un …canto libero.

Certo queste espressioni artistiche si muovevano nella confusione di un mondo attraversato da sollecitazioni di ogni tipo. Ma era, nella frenesia degli eventi e nel tumulto degli slanci ideali e degli…errori, talvolta inconcludente perfino, un mondo pieno di speranze. Speranze che latitano oggi che si dà l’ultimo saluto a Fo e che si applaude il Nobel a Dylan. Una differenza su cui riflettere. Anche oggi, se vogliamo, c’è un mondo “bloccato” (il timore della stagnazione secolare. ..) e una rivoluzione in corso che tocca la vita di ognuno come è quella tecnologica dalla valenza culturale indubbia. ..nel bene come nel male. Prevale però un tarlo non dissimile da allora: un conformismo di fondo, mentre assistiamo ad una inquieta “devolution” politica, mentre riemerge la questione delle diseguaglianze e quella dei populismi. Ecco, ricordare il ruolo di personaggi di spessore come Fo e Dylan puo’ riconciliare con una visione della cultura che sia ancora una volta in grado di sferzare ma anche di aiutare, con un nuovo umanesimo, soprattutto i giovani a raggiungere nuovi lidi, a dare vita a nuovi progetti. Di Fo come di Dylan tutto si puo’ dire ma non che siano stati servitori di mode banali. Hanno saputo andare ben oltre.

E di questo va loro dato atto anche se nel caso di Fo ai può legittimamente dissentire da sue scelte, comprese le ultime. Un’ultima personalissima considerazione: ho sempre pensato che il Nobel a Fo nobilitava anche quella grande tradizione di teatro popolare che in Italia ha radici antiche. Ma non posso tacere della mia non rassegnata delusione nel ricordare ancora una volta che quel premio sia stato negato ad un altrettanto vero gigante della storia teatrale italiana nel novecento, vale a dire Eduardo De Filippo. Fo ha interpretato da par suo una stagione storica importante, ma non dimentichiamo che Eduardo ha dato forma poetica a valori umani intramontabili. Perche’ riesumare questa riflessione? Un motivo semplice: in modo personale e diverso fra di loro, sia Fo che Eduardo hanno puntato la luce della loro arte su aspetti della vita fondamentali la cui risposta non poteva (e non può) essere risolta da mode, esibizionismi, uso cinico della notorietà, neanche poi da un tweet o da riflusso individualista. Cosi’ il declino non si ferma. Bisognerebbe invece rianimare il palcoscenico della vita collettiva con piu’ protagonisti cui dare voce ed ascoltarla , con quella umanità varia e vitale che diventa immancabilmente una molla per andare avanti, malgrado le inevitabili contraddizioni. Fatto ancor più necessario in una epoca nella quale si sono frantumate le classi sociali e si fa fatica a distinguere nuove aggregazioni mentre vanno per la maggiore le “corti”. Quelle espressioni artistiche, di Fo, di Dylan, di Eduardo possono invece aiutare a liberarsi della paura inconfessabile che impedisce di esercitare il diritto alla critica, il desiderio di raccontare ed impersonare vite diverse, di esercitare il rifiuto a campare come se fossimo soggetti ad un insuperabile ricatto per non perdere quello che si ha. Oggi insomma fra mestizia e simpatia si può, se si vuole, rispolverare senza retorica un messaggio di libertà.

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