Il calcio e la nazionale azzurra delle… scommesse

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-di ANTONIO MAGLIE-

Domani sera la nazionale italiana di calcio affronterà la Spagna nelle qualificazioni per i mondiali del 2018. Perciò una parentesi sportiva in questo Blog non è fuori luogo. Per l’occasione la Federazione Italiana Giuoco Calcio ha annunciato di aver reclutato nella propria “squadra” di partner commerciali nella veste di “main sponsor” un colosso delle scommesse, Intralot. Per carità, da anni il pallone si finanzia (in minima parte) con i proventi della passione per il gioco dei connazionali dopo aver volontariamente distrutto il “Totocalcio”. Però spacciare quella partnership, come ha fatto il direttore generale della Figc, Michele Uva, per una scelta di civiltà con risvolti addirittura “educativi” sembra veramente un po’ troppo.

Per carità, l’azienda in questione è stimabilissima e svolge la sua attività rispettando le prescrizioni e i limiti imposti dalla legge (attuale). Ciò con toglie che esista una patologia chiamata ludopatia, sempre più diffusa e sempre più aggressiva tanto che le stesse società di scommesse nelle loro pubblicità sono obbligate a inserire messaggi relativi ai pericoli di un uso smodato della sfide alla dea bendata invitando al contempo i minori (e i loro genitori) a una certa vigilanza (e cautela).

I minori, appunto. Il calcio appassiona gli italiani, soprattutto gli italiani più giovani. Per questo suo straordinario potenziale mediatico, il pallone può veicolare agevolmente messaggi positivi e messaggi negativi. Da anni si discute, anche vivacemente e appassionatamente, sui fenomeni di emulazione che i comportamenti dei settori più accesi delle tifoserie possono determinare; del rapporto tra violenza verbale e violenza reale; delle conseguenze che le dichiarazioni più apertamente anti-arbitrali dei dirigenti possono avere sull’abbassamento del livello di italica educazione sportiva (già in partenza non molto elevato). Il calcio crea mode, simboli, miti; orienta consumi e stili di vita. E se i club possono gestire in maniera “privata” i propri affari (sono società per azioni, alcune quotate anche in borsa), la Federazione che ha una “mission” pubblica deve agire con maggiore prudenza e attenzione nei confronti di quell’interesse collettivo che esiste anche in un alveo così effimero come è quello sportivo, evitando di ferire le variegate sensibilità che compongono l’universo umano che ruota intorno al fenomeno.

Ecco perché appare carica di involontaria comicità la battuta del direttore generale della Figc a proposito della “affinità di valori” tra quello che dovrebbe essere il governo del sistema calcistico e una azienda di scommesse e sulla comune “intenzione di creare un percorso socio-educativo per combattere la ludopatia”. La considerazione più appropriata sembra essere quella dei parlamentari del Pd Franco Mirabelli e Stefano Vaccari (quest’ultimo primo firmatario del disegno di legge sul riordino del settore dei giochi): “È come allearsi con il lupo per educarlo a non mangiare Cappuccetto Rosso”.

A parte il fatto che riesce difficile identificare il presidente della Figc, Carlo Tavecchio, noto gaffeur, con il personaggio della famosa favola, in effetti di questo si tratta. Ma anche di altro. Con il mondo delle scommesse il calcio ha sempre avuto un rapporto complicato: lo usa e ne è usato. Certo dal primo scandalo delle scommesse, quello di trentasei anni fa, molta acqua è passata sotto i ponti. Eppure allora vennero svelati meccanismi (o semplici tentativi) di condizionamento del gioco (non quello che si fa nella apposite agenzie, ma quello che si svolge negli stadi) che possono rendere il mondo del pallone decisamente permeabile agli assalti della corruzione e del malaffare. Realtà confermata anche da recentissime inchieste giudiziarie che hanno coinvolto numerosi calciatori o ex calciatori. La Uefa, a sua volta, ha spesso sottolineato che i due grandi mali del football a livello europeo (e, quindi, planetario) sono: il razzismo e quella zona grigia transnazionale che, soprattutto nelle serie minori, lavora sotterraneamente per manovrare i risultati (se ne parla, in fondo, anche in altri sport, ad esempio il tennis).
Non si tratta di demonizzare o santificare le scommesse ma di tenere i piani distinti, separati. Il gioco (in agenzia) evidentemente è parte del gioco (nello stadio). Ma le due parti dovrebbero vivere parallelamente evitando di intersecarsi, di intrecciarsi in un tutto indistinto che finisce per confondere i ruoli. E nella confusione è difficile individuare percorsi “socio-educativi”. A maggior ragione se comuni.

antoniomaglie

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