E un decimale di Pil fa felice il ministro

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-di ANTONIO MAGLIE-

Udite, udite: l’Istat ha rifatto i calcoli e si è reso conto che la recessione in Italia è finita nel 2014. Peccato che da quel momento sia cominciata la stagnazione. La scienza statistica è inafferrabile, un po’ come l’araba fenice o il mostro di Loch Ness. Il rischio è di essere colti da improvviso rimbambimento. O di smentire la vecchia tesi agitata a mo’ di adagio popolare: la matematica non è un’opinione. Invece sì che lo è, almeno quella applicata all’economia corrente. Oggi l’Istituto Centrale di Statistica ci ha infatti comunicato che dobbiamo essere felici perché il 2014 non si è chiuso con il segno “meno” nella casella del Pil (-0,3) ma con il segno “più” (in pratica ufficialmente siamo usciti dalla recessione non da due ma da tre anni) e poco importa se la differenza è minima, un po’ quella che passa tra una persona ormai completamente annegata e una che riesce ancora a mostrare oltre il pelo dell’acqua, quasi con la forza della disperazione, un pezzo del ciuffo alla Elvis Presley (+0,1).

Eppure è bastato questo ciuffo appena riemerso che certo non significa che ci siamo salvati dall’annegamento, per indurre un portavoce del Ministero dell’economia, colto da improvviso eccesso di zelo, a comunicare urbi et orbi (nel senso di mancanti di vista più che di mondo) il “miracolo”: “Il primo anno di ripresa coincide con l’insediamento di questo governo, questo ci incoraggia a proseguire nella direzione che l’esecutivo ha preso”. E poi ha aggiunto: “I dati sull’economia vanno affrontati con meno emotività”. Appunto. Festeggiare un decimale in maniera tanto smodata non è proprio sinonimo di “freddezza”, di “razionalità”, come si suol dire: calma e gesso. Anche perché l’Istat ha pure tagliato la “crescita” (parola decisamente compromettente) del 2015 di un altro decimale: dallo 0,8 allo 0,7. Inoltre nessuno sa bene come chiuderemo l’anno in corso: con lo 0,8 come dice il governo o lo 0,7 come sostiene Confindustria e ora anche Prometeia?

La realtà è che coloro che si affannano intorno al capezzale del malato Italia nella speranza di rianimarlo ricordano quei medici che non ti fanno morire ma non ti fanno nemmeno guarire. Ti lasciano un po’ a metà strada tra l’olio santo e le candele da accendere come simbolo di ringraziamento al protettore soprannaturale che ti ha fatto grazia della pellaccia. Certo quando sei alla canna del gas ricavi un segnale di speranza anche dalla transitoria chiusura dell’apposito rubinetto ma non è che puoi pensare di salvarti semplicemente perché il debito pubblico nel 2015 è calato dal 132,7 al 132,2 del Pil perché sempre di una montagna si tratta, non sarà l’Everest ma certo è il K2 visto che in quattrini parliamo di qualcosa che si fatica anche a scrivere oltreché a leggere: 2.171 miliardi e 670 milioni (a fronte di un Prodotto Interno Lordo pari a 1.642 miliardi e 444 milioni). E tanta soddisfazione del ministero dell’economia può in qualche maniera essere giustificata dal fatto che la pressione fiscale dal 2014 al 2015 è scesa anche qui di un un decimale (dal 43,6 al 43,5)? O dal fatto che il reddito delle famiglie è aumentato dello 0,9?

La realtà è che siamo drammaticamente in mezzo al guado (volendo la penultima lettera, la “d”, potremmo anche sostituirla con la “n”) e che le ricette non hanno funzionato: il Jobs Act non ha prodotto effetti al contrario di quanto pensavano i “cervelloni” dell’Ocse che evidentemente ancora non hanno capito nulla di questo paese e in particolare degli imprenditori che hanno pigiato l’acceleratore delle assunzioni solo sino a quando gli sgravi contributivi erano pieni, pingui. La realtà è che non bastano rituali scaramantici o nuove danze della pioggia per smuovere un’economia che ha bisogno di un disegno strategico, di una politica economica che manca da decenni, di una scommessa sull’innovazione e la ricerca che nella sua versione di base (quella che reclama capitali pazienti) non può che dipendere dai finanziamenti dello Stato.

Matteo Renzi commentando i dati ci dice che “la strada è ancora davvero molto lunga (scoperta improvvisa che le famiglie italiane hanno fatto da diverso tempo, n.d.r.) eppure ce la possiamo fare”. Come? Ma è semplice: “Smettiamola con le polemiche politiche su cose che non servono”. E chi ha deciso di imbarcarsi in questa strampalata vicenda della riforma costituzionale quando erano decisamente altre le priorità del paese visto che, dal punto di vista della governabilità, il suo esecutivo con la fiducia non ha avuto problemi a far passare i provvedimenti a tempo di record? La realtà è che da tempo la politica, i politici non parlano delle questioni che al contrario devastano la carne viva dei comuni mortali. Sembra quasi che la vita delle persone non interessi a nessuno. E d’altro canto se è sufficiente un decimale a renderli contenti, allora vuol dire che vivono in un’altra dimensione.

antoniomaglie

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