Roma non può essere governata da un comico genovese

olimpiadi

-di ANTONIO MAGLIE-

I romani non meritano di essere governati da un comico genovese. Delle Olimpiadi, per quanto ci riguarda, possiamo anche fare a meno. Della buona educazione e del rispetto civile no. E il modo in cui la vicenda si è conclusa rappresenta una offesa per la città, soprattutto per i tanti che hanno deciso di votare Virginia Raggi, che non sono iscritti al Movimento 5 stelle e che probabilmente a quella scelta (nonostante ciò che dice la sindaca) non sono stati convinti dalla contrarietà ai Giochi del 2024 ma dallo stato di abbandono in cui versava (e versa ancora: ma il comico genovese evidentemente non era a Roma in occasione degli ultimi nubifragi) la città.

Il mancato rispetto istituzionale (non si fa attendere il presidente di un organismo, il Coni, che si può anche detestare ma che sino a prova contraria contribuisce in maniera significativa alla diffusione della pratica sportiva un po’ per meriti propri e un po’ per demeriti della politica che della cosa si è sempre disinteressata) sembra celare diktat che sono piovuti da Genova e che sono poi stati veicolati e gestiti da parlamentari-pretoriani che nulla hanno a che vedere con il Campidoglio.

Il “no” alle Olimpiadi (per molti aspetti anche legittimo) non può essere utilizzato solo per costruire il clima di entusiasmo che dovrà poi circondare la kermesse di partito che si terrà in un’altra città di questo paese, non può essere strumento da campagna elettorale e costruzione del consenso, non può diventare il mastice per tenere insieme le anime in pena e in lite del Movimento 5 stelle, lo sfondo di una foto con i sindaci “di casa” accomunati in un grande e solidale abbraccio sul palco. La Capitale d’Italia non può essere governata per interposta persona, con ordini che vengono trasmessi telefonicamente o attraverso posta elettronica, claque organizzate e sherpa al servizio di lontane (e straniere) voci narranti (e ordinanti). Né può essere il palcoscenico di una sorta di teatro dell’assurdo in cui nove mesi prima si dice una cosa (Di Maio alla trasmissione “Otto e mezzo” di Lilli Gruber del 14 dicembre 2015: “Sosterremo la candidatura di Roma alle Olimpiadi se dovessimo vincere a Roma… Speriamo di vincere e di essere i migliori alleati delle Olimpiadi di Roma per il 2024”) e nove mesi dopo un’altra completamente diversa (medesimo interprete ma nuovo copione: “La mangiatoia è finita”).

Ovviamente, i pentastellati diranno che sono tutte invenzioni dei giornalisti malevoli e un volgare montaggio le foto che ritraggono Virginia Raggi comodamente seduta nel dehors di una trattoria (per una scelta malaccorta, proprio davanti al Corriere dello Sport: i fotografi non si sono fatti pregare e l’hanno immortalata) mentre Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, l’attende in Campidoglio per un incontro da lei stessa fissato (forse il contrattempo a cui ha fatto riferimento ha riguardato il ritardato arrivo del dessert). Ma il fatto che la città venga utilizzata per regolare situazioni interne a quel partito appare sempre più incontestabile e avvilente. Troppa gente priva di investitura popolare “locale” e di ruoli istituzionali armeggia intorno al Campidoglio in una confusione da circolo degli amici (o dei nemici): ma qui si tratta di amministrare la Capitale non di organizzare una allegra occupazione scolastica o un effervescente meetup. Roma non merita tutto questo e se un comico genovese vuole fare il sindaco di questa città, si candidi oppure, come dicono i preti celebrando i matrimoni, taccia per sempre e faccia parlare solo la persona (se ne ha la capacità, la voglia e la voce) che gli elettori hanno scelto.

antoniomaglie

Rispondi