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La “dottrina sociale” nel mondo dell’1 per cento


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-di ANTONIO MAGLIE-

Venticinque anni fa Giovanni Paolo II pubblicò l’enciclica “Centesimus annus” in occasione del centenario della “Rerum Novarum” che Leone XIII aveva elaborato esattamente un secolo prima. In sostanza un lungo filo rosso che lega una serie di interventi papali generati proprio da quel testo della fine dell’Ottocento e che messi insieme formano quella che è stata definita “dottrina sociale della Chiesa”. Quelle encicliche con forti connotati socio-economici hanno accompagnato momenti cruciali della storia del mondo. Anche momenti drammatici. Il 2016 non può essere considerato certo un anno di ordinaria amministrazione con la crisi dei migranti che sta facendo esplodere contrasti all’interno dell’Europa favorendo la crescita di partiti genericamente definiti populisti ma che in realtà presentano preoccupanti tratti xenofobi.

Diversi erano gli anni in cui “parlava” Giovanni Paolo II. Era caduto nel 1989 il Muro di Berlino e quello che era il potente Impero Sovietico (con una buona dose di retorica definito da Reagan “Impero del Male” come se gli Usa fossero sempre il “Regno del Bene”) stava ormai implodendo consentendo a molti paesi di ritrovare libertà dimenticate e democrazia (o, almeno, speranze di democrazia e di libertà). Ma erano anche i tempi in cui la terza rivoluzione industriale, quella della comunicazione, stava, forse al di là delle intenzioni (o delle previsioni) di molti dei suoi protagonisti, fornendo una spinta straordinaria alla globalizzazione. In quegli anni, anche approfittando dell’occasione fornita dal centenario della “Rerum Novarum”, Giovanni Paolo II cominciò a elaborare una serie di valutazioni critiche sul “Nuovo Mondo” uscito dalla fine della Guerra Fredda e dalla ulteriore apertura dei mercati che stava facendo scivolare l’economia verso una feroce finanziarizzazione che stritolava, come lui stesso ebbe modo di affermare, gli uomini.
Nessuno dei problemi segnalati da Giovanni Paolo II ha trovato soluzione e discutere su quel che Papa Wojtyla scrisse allora può essere utile. Questo pomeriggio, alle ore 17, lo si farà nella biblioteca della Camera dei Deputati di Palazzo San Macuto. A organizzare l’incontro ha provveduto l’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti (in collaborazione con la Fondazione Bruno Buozzi e con la Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice), la cui sezione laziale è presieduta dal senatore Riccardo Pedrizzi. Le relazioni saranno svolte da Giorgio Benvenuto, presidente delle Fondazioni Buozzi e Nenni, Fausto Bertinotti, presidente della Fondazione Cercare Ancora, Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, Giusepe Lucia Lumeno, segretario generale dell’Associazione Nazionale fra le Banche Popolari, e Attilio Tranquilli, dell’Associazione Centesimus Annus Pro Pontifice. Il confronto sarà moderato da Riccardo Pedrizzi. Il titolo del dibattito lega 125 anni di storia: Attualità della Dottrina sociale (i 25 ani della “Centesimus annus” ed i 125 della “Rerum Novarum”).

La Rerum Novarum venne elaborata da Leone XIII nel momento in cui la seconda rivoluzione industriale dispiegava le sue potenzialità anche, forse soprattutto, in termini di arricchimento individuale (i processi di globalizzazione già esistenti allora avrebbero determinato nel 1913 una polarizzazione della ricchezza analoga a quella esistente ai nostri tempi). Di conseguenza la predicazione marxista e socialista raccoglieva grandi consensi all’interno di quelle fasce sociali emarginate e impoverite più che arricchite dalla spinta economica prodotta dalla nascita delle nuove centrali elettriche e dall’uso del petrolio come fonte di energia. Esplodeva, insomma, il conflitto di classe che la Chiesa (e il Papa) puntavano, al contrario, a ricomporre in quella visione interclassista che è stato il punto di riferimento nel Novecento dei partiti cattolici. Quarant’anni dopo Pio XI avrebbe celebrato l’enciclica di Leone XIII redigendo la “Quadrigesimo anno”. Era un mondo alle prese con le conseguenze della prima grande crisi finanziaria, quella del 1929, del “venerdì nero”, e con la nascita del nazi-fascismo che avrebbe portato alla grande carneficina della seconda Guerra Mondiale. Toccò nel 1961 a Giovanni XXIII celebrare il settantesimo anniversario della “Rerum Novarum” con l’enciclica “Mater et Magistra” in un mondo che appariva veramente nuovo, caratterizzato da grandi ottimismi, con la Guerra Fredda che sembrava diventare un po’ più tiepida, il benessere diffuso con la creazione di quella che era definita la “società Middle Class”, le grandi avventure spaziali che nove anni dopo avrebbero consentito all’uomo di passeggiare sulla luna. La stessa chiesa si “apriva al futuro” attraverso il “Concilio Vaticano II” e l’azione “visionaria” e generosa di un papa indimenticabile. Eravamo, insomma, nel pieno dei “trenta gloriosi”.

La dottrina sociale della Chiesa non è pura elaborazione spirituale o filosofica ma fa continuamente i conti con la situazione storica ispirando teorie economiche, a cominciare da quella ordoliberista. A quei testi papali si ispirarono i rappresentanti della scuola di Friburgo: Wilelm Roepke, Walter Euckenm Alexander Ruestov, Hans Grossman-Doerth, Franz Boehm. Diceva Roepke: “È indispensabile quel patrimonio etico che abbiamo raggiunto per effetto dello sviluppo millenario dall’antichità attraverso il Cristianesimo sino ad oggi”. L’economista, che fu uno dei principali collaboratori di Konrad Adenauer, spiegava forse con un certo ottimismo: “Il liberalismo non è nella sua essenza abbandono del Cristianesimo, bensì il suo legittimo figlio spirituale, e soltanto una straordinaria riduzione delle prospettive storiche può indurre a scambiare il liberismo con il libertinismo. Esso incarna piuttosto nel campo della filosofia sociale quanto di meglio ci hanno potuto tramandare tre millenni di pensiero occidentale, l’idea di umanità, il diritto alla natura, la cultura della persona e il senso dell’universalità”. Concetti intorno a cui ruota anche l’ultima enciclica di Papa Francesco, “Laudato si’ ”. Ma come tutto questo (cioè il liberalismo che nella sua traduzione economica iper-liberista è esattamente libertinismo) possa oggi, in un mondo profondamente disumanizzato e diviso (il mondo dell’1 per cento ricchissimo a fronte di miliardi di poverissimi), trovare una ricomposizione è esercizio arduo e complicatissimo, forse molto più arduo di quello tentato 125 anni fa da Leone XIII. E su questo esercizio molte leadership mondiali democratiche stanno mostrando ampie e incolmabili lacune. Il dibattito di oggi può essere utile per abbozzare almeno qualche risposta. Per questo pensiamo possa essere utile la riproposizione di alcuni stralci delle due encicliche in questione.

CENTESIMUS ANNUS
(1991)

L’anno 1989

…Si comprende l’inaspettata e promettente portata degli avvenimenti degli ultimi anni. Il loro culmine certo sono stati gli avvenimenti del 1989 nei Paesi dell’Europa centrale ed orientale… Tra i numerosi fattori della caduta dei regimi oppressivi alcuni meritano di essere ricordati in particolare. Il fattore decisivo, che ha avviato i cambiamenti, è certamente la violazione dei diritti del lavoro… Il secondo fattore di crisi è certamente l’inefficienza del sistema economico, che non va considerata come un problema soltanto tecnico, ma piuttosto come conseguenza della violazione dei diritti umani all’iniziativa, alla proprietà ed alla libertà nel settore dell’economia…Gli avvenimenti dell’ ‘89 si sono svolti prevalentemente nei Paesi dell’Europa orientale e centrale; tuttavia, hanno un’importanza universale, poiché ne discendono conseguenze positive e negative che interessano tutta la famiglia umana… Prima conseguenza è stato, in alcuni Paesi, l’incontro tra la Chiesa e il Movimento operaio, nato da una reazione di ordine etico ed esplicitamente cristiano contro una diffusa situazione di ingiustizia… La seconda conseguenza riguarda i popoli dell’Europa. Molte ingiustizie, individuali e sociali, regionali e nazionali, sono state commesse negli anni in cui dominava il comunismo ed anche prima; molti odi e rancori si sono accumulati. È reale il pericolo che questi riesplodano dopo il crollo della dittatura…Occorrono, però, passi concreti per creare o consolidare strutture internazionali capaci di intervenire, per il conveniente arbitrato, nei conflitti che insorgono tra le Nazioni,.. Per alcuni Paesi di Europa inizia, in un certo senso, il vero dopoguerra. Il radicale riordinamento delle economie… È giusto che nelle presenti difficoltà i Paesi ex-comunisti siano sostenuti dallo sforzo solidale delle altre Nazioni…

La proprietà privata e l’universale destinazione dei beni

…Nella Rerum novarum Leone XIII affermava con forza e con vari argomenti, contro il socialismo del suo tempo, il carattere naturale del diritto di proprietà privata. Tale diritto… è stato sempre difeso dalla Chiesa fino ai nostri giorni. Parimenti, la Chiesa insegna che la proprietà dei beni non è un diritto assoluto, ma porta inscritti nella sua natura di diritto umano i propri limiti…Nel nostro tempo diventa sempre più rilevante il ruolo del lavoro umano, come fattore produttivo delle ricchezze immateriali e materiali; diventa, inoltre, evidente come il lavoro di un uomo si intrecci naturalmente con quello di altri uomini. Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno. Ma un’altra forma di proprietà esiste, in particolare, nel nostro tempo e riveste un’importanza non inferiore a quella della terra: è la proprietà della conoscenza, della tecnica e del sapere. Si è ora accennato al fatto che l’uomo lavora con gli altri uomini, partecipando ad un «lavoro sociale» che abbraccia cerchi progressivamente più ampi. Chi produce un oggetto, lo fa in genere, oltre che per l’uso personale, perché altri possano usarne dopo aver pagato il giusto prezzo, stabilito di comune accordo mediante una libera trattativa. Ora, proprio la capacità di conoscere tempestivamente i bisogni degli altri uomini e le combinazioni dei fattori produttivi più idonei a soddisfarli, è un’altra importante fonte di ricchezza nella società moderna… Così diventa sempre più evidente e determinante il ruolo del lavoro umano disciplinato e creativo e — quale parte essenziale di tale lavoro — delle capacità di iniziativa e di imprenditorialità… Se un tempo il fattore decisivo della produzione era la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre più l’uomo stesso, e cioè la sua capacità di conoscenza…Sembra che, tanto a livello delle singole Nazioni quanto a quello dei rapporti internazionali, il libero mercato sia lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni. Ciò, tuttavia, vale solo per quei bisogni che sono «solvibili», che dispongono di un potere d’acquisto, e per quelle risorse che sono «vendibili», in grado di ottenere un prezzo adeguato. Ma esistono numerosi bisogni umani che non hanno accesso al mercato. È stretto dovere di giustizia e di verità impedire che i bisogni umani fondamentali rimangano insoddisfatti e che gli uomini che ne sono oppressi periscano. È, inoltre, necessario che questi uomini bisognosi siano aiutati ad acquisire le conoscenze… Si apre qui un grande e fecondo campo di impegno e di lotta, nel nome della giustizia, per i sindacati e per le altre organizzazioni dei lavoratori, che ne difendono i diritti e ne tutelano la soggettività, svolgendo al tempo stesso una funzione essenziale di carattere culturale, per farli partecipare in modo più pieno e degno alla vita della Nazione ed aiutarli lungo il cammino dello sviluppo. In questo senso si può giustamente parlare di lotta contro un sistema economico, inteso come metodo che assicura l’assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di produzione e della terra rispetto alla libera soggettività del lavoro dell’uomo. A questa lotta contro un tale sistema non si pone, come modello alternativo, il sistema socialista, che di fatto risulta essere un capitalismo di stato, ma una società del lavoro libero, dell’impresa e della partecipazione.

Un mercato controllato

Essa non si oppone al mercato, ma chiede che sia opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo Stato… Conviene ora rivolgere l’attenzione agli specifici problemi ed alle minacce, che insorgono all’interno delle economie più avanzate e sono connesse con le loro peculiari caratteristiche. Nelle precedenti fasi dello sviluppo, l’uomo è sempre vissuto sotto il peso della necessità: i suoi bisogni erano pochi, fissati in qualche modo già nelle strutture oggettive della sua costituzione corporea, e l’attività economica era orientata a soddisfarli. È chiaro che oggi il problema non è solo di offrirgli una quantità di beni sufficienti, ma è quello di rispondere ad una domanda di qualità… La domanda di un’esistenza qualitativamente più soddisfacente e più ricca è in sé cosa legittima; ma non si possono non sottolineare le nuove responsabilità ed i pericoli connessi con questa fase storica. Nel modo in cui insorgono e sono definiti i nuovi bisogni, è sempre operante una concezione più o meno adeguata dell’uomo e del suo vero bene: attraverso le scelte di produzione e di consumo si manifesta una determinata cultura, come concezione globale della vita. È qui che sorge il fenomeno del consumismo. Individuando nuovi bisogni e nuove modalità per il loro soddisfacimento, è necessario lasciarsi guidare da un’immagine integrale dell’uomo, che rispetti tutte le dimensioni del suo essere e subordini quelle materiali e istintive a quelle interiori e spirituali. Al contrario, rivolgendosi direttamente ai suoi istinti e prescindendo in diverso modo dalla sua realtà personale cosciente e libera, si possono creare abitudini di consumo e stili di vita oggettivamente illeciti e spesso dannosi per la sua salute fisica e spirituale… Il marxismo ha criticato le società borghesi capitalistiche, rimproverando loro la mercificazione e l’alienazione dell’esistenza umana…L’esperienza storica dell’Occidente, da parte sua, dimostra che, se l’analisi e la fondazione marxista dell’alienazione sono false, tuttavia l’alienazione con la perdita del senso autentico dell’esistenza è un fatto reale anche nelle società occidentali. Essa si verifica nel consumo, quando l’uomo è implicato in una rete di false e superficiali soddisfazioni…

Il capitalismo è il sistema migliore?

Ritornando ora alla domanda iniziale, si può forse dire che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente sia il capitalismo? …Se con «capitalismo» si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di «economia d’impresa», o di «economia di mercato», o semplicemente di «economia libera». Ma se con «capitalismo» si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa.

Stato e Cultura

… La cultura e la prassi del totalitarismo comportano anche la negazione della Chiesa… Lo Stato totalitario, inoltre, tende ad assorbire in se stesso la Nazione, la società, la famiglia, le comunità religiose e le stesse persone. Difendendo la propria libertà, la Chiesa difende la persona… La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche…Un’autentica democrazia è possibile solo in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana… La Chiesa rispetta la legittima autonomia dell’ordine democratico e non ha titolo per esprimere preferenze per l’una o l’altra soluzione istituzionale o costituzionale. Il contributo, che essa offre a tale ordine, è proprio quella visione della dignità della persona, la quale si manifesta in tutta la sua pienezza nel mistero del Verbo incarnato… L’attività economica, in particolare quella dell’economia di mercato, non può svolgersi in un vuoto istituzionale, giuridico e politico. Essa suppone, al contrario, sicurezza circa le garanzie della libertà individuale e della proprietà, oltre che una moneta stabile e servizi pubblici efficienti. Il principale compito dello Stato, pertanto, è quello di garantire questa sicurezza…Lo Stato, ancora, ha il diritto di intervenire quando situazioni particolari di monopolio creino remore o ostacoli per lo sviluppo. Ma, oltre a questi compiti di armonizzazione e di guida dello sviluppo, esso può svolgere funzioni di supplenza in situazioni eccezionali, quando settori sociali o sistemi di imprese, troppo deboli o in via di formazione, sono inadeguati al loro compito…Si è assistito negli ultimi anni ad un vasto ampliamento di tale sfera di intervento, che ha portato a costituire, in qualche modo, uno Stato di tipo nuovo: lo «Stato del benessere». … Disfunzioni e difetti nello Stato assistenziale derivano da un’inadeguata comprensione dei compiti propri dello Stato…Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese.

RERUM NOVARUM (1891)

Introduzione

L’ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall’ordine politico passare nell’ordine simile dell’economia sociale. E difatti i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell’industria; le mutate relazioni tra padroni ed operai; l’essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo, e l’unione tra loro più intima; questo insieme di cose, con l’aggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto…

Il socialismo falso rimedio

La soluzione socialista inaccettabile dagli operai
… i socialisti, attizzando nei poveri l’odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato.

La proprietà privata è di diritto naturale

… L’uomo … deve dunque poter scegliere i mezzi che giudica più propri al mantenimento della sua vita, non solo per il momento che passa, ma per il tempo futuro. Ciò vale quanto dire che, oltre il dominio dei frutti che dà la terra, spetta all’uomo la proprietà della terra stessa, dal cui seno fecondo deve essergli somministrato il necessario ai suoi bisogni futuri… L’aver poi Iddio dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano, non si oppone per nulla al diritto della privata proprietà.

Il vero rimedio: l’unione delle associazioni

Necessità delle ineguaglianze sociali e del lavoro faticoso
Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali.

Necessità della concordia

Nella presente questione, lo scandalo maggiore è questo: supporre una classe sociale nemica naturalmente dell’altra…La concordia fa la bellezza e l’ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto non può dare che confusione e barbarie.

Relazioni tra le classi sociali

Innanzi tutto, l’insegnamento cristiano, di cui è interprete e custode la Chiesa, è potentissimo a conciliare e mettere in accordo fra loro i ricchi e i proletari, ricordando agli uni e agli altri i mutui doveri incominciando da quello imposto dalla giustizia. Obblighi di giustizia, quanto al proletario e all’operaio, sono questi: prestare interamente e fedelmente l’opera che liberamente e secondo equità fu pattuita; non recar danno alla roba, né offesa alla persona dei padroni; nella difesa stessa dei propri diritti astenersi da atti violenti…
Principalissimo poi tra i loro doveri (dei datori di lavoro, n.d.c) è dare a ciascuno la giusta mercede. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte considerazioni: ma in generale si ricordino i capitalisti e i padroni che le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo.

L’opera dello Stato

A risolvere peraltro la questione operaia, non vi è dubbio che si richiedano altresì i mezzi umani… I governanti debbono in primo luogo concorrervi in maniera generale con tutto il complesso delle leggi e delle istituzioni politiche, ordinando e amministrando lo Stato in modo che ne risulti naturalmente la pubblica e privata prosperità… Perciò tra i molti e gravi doveri dei governanti solleciti del bene pubblico, primeggia quello di provvedere ugualmente ad ogni ordine di cittadini, osservando con inviolabile imparzialità la giustizia cosiddetta distributiva …Se dunque alla società o a qualche sua parte è stato recato o sovrasta un danno che non si possa in altro modo riparare o impedire, si rende necessario l’intervento dello Stato… Ma giova discendere espressamente ad alcuni particolari di maggiore importanza. Principalissimo è questo: i governi devono per mezzo di sagge leggi assicurare la proprietà privata…

Difesa del lavoro contro lo sciopero

Il troppo lungo e gravoso lavoro e la mercede giudicata scarsa porgono non di rado agli operai motivo di sciopero. A questo disordine grave e frequente occorre che ripari lo Stato, perché tali scioperi non recano danno solamente ai padroni e agli operai medesimi, ma al commercio e ai comuni interessi e, per le violenze e i tumulti a cui d’ordinario danno occasione, mettono spesso a rischio la pubblica tranquillità. Il rimedio, poi, in questa parte, più efficace e salutare, si é prevenire il male con l’autorità delle leggi e impedire lo scoppio, rimovendo a tempo le cause da cui si prevede che possa nascere il conflitto tra operai e padroni.

Condizioni di lavoro

Molte cose parimenti lo Stato deve proteggere nell’operaio, e prima di tutto i beni dell’anima. Di qui segue la necessità del riposo festivo… Quanto alla tutela dei beni temporali ed esteriori prima di tutto è dovere sottrarre il povero operaio all’inumanità di avidi speculatori. Non deve dunque il lavoro prolungarsi più di quanto lo comportino le forze…Si deve avere ancor riguardo alle stagioni, perché non di rado un lavoro, facilmente sopportabile in una stagione, è in un’altra o del tutto insopportabile o tale che sí sopporta con difficoltà. Infine, un lavoro proporzionato all’uomo alto e robusto, non é ragionevole che s’imponga a una donna o a un fanciullo. Anzi, quanto ai fanciulli, si badi a non ammetterli nelle officine prima che l’età ne abbia sufficientemente sviluppate le forze fisiche… Così, certe specie di lavoro non si addicono alle donne, fatte da natura per í lavori domestici.

La questione del salario

La quantità del salario, si dice, la determina il libero consenso delle parti: sicché il padrone, pagata la mercede, ha fatto la sua parte, né sembra sia debitore di altro. Si commette ingiustizia solo quando o il padrone non paga l’intera mercede o l’operaio non presta tutta l’opera pattuita; e solo a tutela di questi diritti, e non per altre ragioni, è lecito l’intervento dello Stato. A questo ragionamento, un giusto estimatore delle cose non può consentire né facilmente né in tutto… non v’è dubbio che può l’operaio pattuire una mercede inferiore al giusto, poiché siccome egli offre volontariamente l’opera, così può, volendo, contentarsi di un tenue salario o rinunziarvi del tutto. Ben diversa è la cosa se con la personalità si considera la necessità: due cose logicamente distinte, ma realmente inseparabili. Infatti, conservarsi in vita è dovere, a cui nessuno può mancare senza colpa. Di qui nasce, come necessaria conseguenza, il diritto di procurarsi i mezzi di sostentamento, che nella povera gente sí riducono al salario del proprio lavoro. L’operaio e il padrone allora formino pure di comune consenso il patto e nominatamente la quantità della mercede; vi entra però sempre un elemento di giustizia naturale…

Il diritto all’associazione è naturale

… Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui…Degnissimi d’encomio sono molti tra i cattolici che, conosciute le esigenze dei tempi, fanno ogni sforzo per migliorare onestamente le condizioni degli operai. E presane in mano la causa, si studiano di accrescerne il benessere individuale e domestico… A tal fine vediamo che spesso si radunano dei congressi, ove uomini saggi si comunicano le idee, uniscono le forze, si consultano intorno agli espedienti migliori.

Informazioni su fondazione nenni ()
Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

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