Quel che Juncker non dice e l’Europa non fa

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-di GIORGIO LA MALFA-

Qualcuno che ancora si illude che la Commissione Europea abbia una propria visione dei problemi e voglia difenderla, invitava a seguire il discorso che il presidente Jean-Claude Juncker avrebbe fatto alcuni giorni fa davanti al Parlamento europeo.

Juncker ha parlato. In Europa –ha detto- c’è ancora troppa disoccupazione. Bisogna fare di più. Doverosamente il Parlamento ha applaudito. Poi ha dovuto dire qualcosa sul patto di stabilità. Se avesse detto che le regole vanno rispettate, si sarebbe capito che era dalla parte della Germania. Se avesse detto che, per fare ripartire l’economia europea, bisogna consentire flessibilità nei bilanci pubblici, si sarebbe capito che era contro la Germania. Allora Juncker ha detto ambedue le cose: “Non vogliamo un patto per la flessibilità, ma un’applicazione intelligente della flessibilità nel rispetto delle regole esistenti”.

Per la Merkel la parola “regole”, per l’Italia e la Francia “flessibilità”, per la Commissione l’aggettivo “intelligente”, che vuol dire che Bruxelles si arrabbatterà a non dare troppo torto o ragione a nessuno.

Questa non è politica, è un compromesso che, come si è visto in Italia in questi tre anni, non porta a nulla. Le strade possibili sono due. O si accetta la linea tedesca di una riduzione in tempi stretti del deficit sperando (e illudendosi) che, risanati i bilanci, si diffonda un ottimismo tale da far ripartire l’economia. Oppure si sospende il patto di stabilità per il tempo necessario a promuovere una forte ripresa attraverso una vera riduzione delle tasse (non il mancato aumento che il governo cerca di contrabbandare come taglio) e gli investimenti pubblici, fondando la ripresa sulla domanda.

La terza strada, cui allude Juncker, significa rispetto del patto di stabilità con qualche slabbratura. Così, l’abbiamo visto, non si consolida la finanza pubblica e non si fa ripartire l’economia. Marciscono i problemi e cresce il malcontento. Al massimo si raggranellano le risorse per cercare di salvare il consenso elettorale dei ceti più colpiti o più pronti alla protesta.

Politica pessima, perché non serve né a risanare i conti, né a fare ripartire l’economia, ma al massimo a cercare di sopravvivere a qualche sfida elettorale o referendaria.

Junker è il presidente perfetto di un’Europa senza anima e senza coraggio.

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