Ilva di Taranto: una nuova croce sulle attese tradite

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-di ANTONIO MAGLIE-
C’è una storia che il sociologo Marco Revelli ripropone nel suo libro “Non ti riconosco. Un viaggio eretico nell’Italia che cambia” (Einaudi, 2016, pp. 179-191). È tratta da un documentario del 2008, una serie di interviste realizzate al rione tamburi di Taranto. Una coppia, tutti e due originari di Locorotondo, un paese della splendida Valle d’Itria; tutti e due alla ricerca del benessere e di un lavoro all’Italsider (ormai da diversi anni conosciuta come Ilva). Un benessere pagato a caro prezzo. E quella delusione condita di ineliminabile amarezza emerge alla fine dell’intervista, quando ai due viene chiesto: Adesso come state? Risposta: “Male. Tutti e due”. Lui sottoposto ad autotrapianto per un mieloma, lei alla chemio e alla radioterapia per limitare un tumore al midollo spinale. Aggiungono in coro: “È malata la città, in ogni famiglia c’è un malato di tumore, di leucemia, di mieloma”. All’intervistatore che sottolinea come la fabbrica abbia dato loro da “vivere”, lui risponde rassegnato: “Esatto”. Lei invece aggiunge: “E di morire”. La conclusione del marito è inevitabile: “Se l’avessi saputo sarei rimasto a Locorotondo… a zappare la terra”.
La fabbrica continua a uccidere, fuori dai propri cancelli e anche dentro. Lo ha fatto pure ieri, per la quarta volta sotto la gestione commissariale. Giacomo Campo, venticinque anni, un uomo, quasi ancora un ragazzo del 1991, anche lui, come quella coppia citata da Revelli, venuto dalla provincia a cercare “fortuna”: da Roccaforzata, quindici chilometri dal capoluogo, immersa in una campagna di primitivo, negramaro e ulivi secolari sfiorati dalla xylella. Lavorava per una ditta che in appalto provvedeva alle pulizie, la Steel Service. Era impegnato su un nastro trasportatore ma un contrappeso ha ceduto facendo venir giù un carrello che lo ha schiacciato. “Si tratta di omicidio”, ha urlato Francesco Rizzo dell’Usb: “L’incidente è successo sotto gli occhi dei responsabili che non hanno voluto aspettare l’arrivo dei mezzi per la messa in sicurezza del tamburo”. Una fatalità, replica l’Ilva: “Il nastro è stato preventivamente messo in sicurezza ed è stato privato di alimentazione elettrica”.
Ma è evidente che quella fabbrica così com’è non va. Lo dice con chiarezza Marco Bentivogli segretario della Fim Cisl: “È inaccettabile per tutto il paese morire di lavoro nel 2016. Ilva deve fare di più a partire dalla prevenzione e dalla verifica della sicurezza di ogni area dello stabilimento”. Un malessere aggravato da questa condizione di precarietà che caratterizza la vita della fabbrica da quando non è più dei Riva ma non è ancora di un altro imprenditore. Come sottolinea Rocco Palombella, segretario della Uil che dopo aver parlato di un “tributo inaccettabile” in vite umane, aggiunge: “Si è determinato un vero e proprio scollamento tra l’attività operativa dell’azienda e la gestione in appalto dei servizi interni… Alla gestione commissariale deve al più presto sostituirsi quella manageriale”.
Oggi quella fabbrica, con le sue promesse mancate, è la sintesi di tutti i paradossi di una industrializzazione nata male e poi abbandonata al suo destino: senza controlli, senza verifiche, senza rispetto per le persone, tanto per quelle impiegate all’interno quanto per quelle che vivono all’esterno. Doveva essere il luogo del riscatto, economico e sociale, e per un certo tempo ha anche dato l’impressione di esserlo coprendo il 75 per cento del Pil prodotto dalla città. Presentando, però, sempre un conto salato. Come ricorda Revelli, già prima della sua ufficiale inaugurazione visto che il primo morto sul lavoro risale al primo agosto del 1961. Da allora, la fabbrica ha soddisfatto il suo cannibalismo industriale con sempre maggiore voracità: venti morti sul lavoro solo nel primo anno di attività (1964); negli anni Settanta un tasso infortunistico pari a 1694 incidenti ogni mille operai. Poi sono arrivati i fumi, le polveri, il morbo silenzioso e spietato. Francesco Guccini cantava “la polvere rossa si alzava lontano”; a Taranto si alza vicinissima quella rosa: è questo il colore dominante delle tombe (un tempo di marmo bianco) del cimitero monumentale accanto, separato “dall’altra città” solo da una tangenziale che in un senso di marcia porta verso Bari e Reggio Calabria e nell’altro verso Brindisi e Lecce.
Due docenti del dipartimento di statistiche e metodi quantitativi dell’università di Milano-Bicocca, Gian Carlo Blangiardo e Stefania Rimoldi, in uno studio significativamente intitolato “Vivere (e morire) a Taranto” hanno spiegato che nel 2009 per attesa di vita Taranto era fra le province italiane (107 in tutto) al 96° posto per gli uomini e al 97° per le donne; che l’età media per gli uomini era scesa in tre anni da 79,5 anni a 77,8 anni e per le donne da 83,1 anni a 82,2 anni; che i bambini tra i 5 e i 9 anni avevano una probabilità di morte doppia rispetto ai coetanei delle altre province pugliesi; che nel 2009 Taranto, con una popolazione pari a un terzo di quella dell’intera provincia, aveva avuto, però, il 40 per cento dei decessi.
Taranto e l’Ilva potevano essere un grande banco di prova per Renzi e il suo governo, per dimostrare che la retorica del nuovismo è realmente prodotta da un nuovo modo di fare politica. Taranto, invece, è sempre là. Con un bellissimo museo archeologico che il premier ha scoperto soltanto ora che è stato restaurato ma che è lì da sempre; con un porto dedicato alle merci in stato di abbandono; con una economia che non potrà essere certo rivitalizzata semplicemente facendo attraccare qualche nave da crociera piena di turisti “mordi e fuggi”. Taranto ha bisogno di risolvere contraddizioni e paradossi che sono poi le contraddizioni e i paradossi dell’intero Mezzogiorno, evocato da tutti e, allo stesso modo, abbandonato e dimenticato da tutti. I camini dell’Italsider (così la chiama ancora chi abita in quella città, soprattutto chi l’ha vista spuntare al posto degli ulivi secolari) sono lì pronti a celebrare ogni giorno sacrifici umani diretti (come il giovane Giacomo Campo) e indiretti (come le migliaia di tarantini che lottano con malattie dal nome terribile). Taranto attende ancora: da un governo veloce nei twitter e nelle E-News ma tremendamente lento nelle cose concrete da realizzare. Al pari di quelli che l’hanno preceduto, forse risparmiandosi solo la cecità pregressa, in larga misura voluta e che ha prodotto questo dramma.

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