Dopo 43 anni tornerà un Allende a La Moneda?

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Era l’11 settembre del 1973 quando, secondo la testimonianza del suo medico, Salvador Allende con una scarica di mitragliatore si suicidò nel Palacio de la Moneda dopo aver invitato tutti coloro che erano con lui a fuggire perché ormai non c’era più nulla da difendere: i golpisti che avrebbero portato al potere Augusto Pinochet, avevano vinto, ponendo fine in maniera sanguinosa a poco meno di tre anni di presidenza socialista e “sospendendo” nel paese la democrazia. Quel golpe lo vollero gli Stati Uniti, lo volle Richard Nixon che dalla Casa Bianca uscì con ignominia (lo scandalo Watergate) e lo volle Henry Kissinger varando il progetto Fubelt e l’Operazione Condor. Quel giorno, sul paese sudamericano, calò un silenzio mortale. Il Cile economicamente fu trasformato nel laboratorio della scuola iperliberista dei Chicago Boys, allievi di quello che nel 1978 sarebbe diventato premio Nobel per l’economia, Milton Friedman. La libertà venne negata, gli oppositori perseguitati e ridotti al definitivo silenzio, annegati in una lunga scia di sangue. A 43 anni di distanza, il nome di Allende torna non solo ad essere ricordato ma addirittura a essere prossimo a varcare nuovamente quel palazzo da cui Salvador uscì soltanto morto come aveva “promesso” nell’ultimo messaggio alla nazione che qui pubblichiamo: la figlia Isabel Allende Bussi ha deciso di candidarsi alla presidenza (le elezioni si svolgeranno alla fine del 2017).

11 settembre 1973: “Muoio, ma sarò sempre accanto a voi”

-di SALVADOR ALLENDE*-

“Questo è l’ultima occasione per rivolgermi a voi. La forza aerea ha bombardato i ripetitori di Radio Portales e di Radio Coproracion. Le mie parole non sono di amarezza, ma di disissulosione e saranno il castigo morale per coloro che hanno tradito il giuramento fatto: i soldati del Cile; i comandanti in capo titolari; l’ammiraglio Merlino che si è autodesignato nonché il signor Mendoza, generale abietto che solo ieri aveva manifestato la sua fedeltà e la sua lealtà verso il governo, e si è autoproclamato anch’egli direttore generale dei Carabineros.
Davanti a questi fatti posso solo dire ai lavoratori: io non mi arrenderò. Trovandomi in un momento cruciale della storia, pagherò con la mia vita la lealtà al popolo. E vi dico che ho la certezza che il seme che depositammo nella coscienza degna di migliaia di cileni, non potrà essere eliminato via definitivamente. Hanno la forza, potranno abbatterci ma i processi sociali non si arrestano né con il crimine, né con la forza. La storia è nostra e la fanno i popoli. Lavoratori della mia patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che avete sempre dimostrato, per la fiducia che avete riposto in un uomo che è stato solo interprete di grandi aneliti di giustizia, che aveva dato la sua parola di rispettare la costituzione e la legge e così ha fatto.

In questo momento finale l’ultimo in cui potrò rivolgermi a voi, voglio che faciate tesoro della lezione: il capitale estero, l’imperialismo, insieme alla reazione, hanno creato un clima affinché le forze armate rompessero la loro tradizione, quella insegnata da Schneider e riaffermata dal comandante Araya. Sono vittime della stessa alleanza sociale che oggi starà nelle proprie case, in attesa di riconquistare il potere con mani altrui, per poter continuare a difendere i loro orticelli e i propri privilegi. Mi rivolgo soprattutto alla donna umile della nostra terra, alla contadina che ha creduto in noi, all’operaia che ha lavorato di più, alla madre che ha capito la nostra preoccupazione per i suoi figli. Mi rivolgo ai funzionari della patria, ai funzionari patrioti, a coloro che giorni fa hanno lavorato contro la sommossa promossa dalle corporazioni professionali, corporazioni di classe finalizzate a difendere quei vantaggi che una società capitalista concede a pochi. Mi rivolgo alla gioventù, a coloro che hanno cantato, che hanno dato in dono la loro allegria e il loro spirito di lotta, mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a coloro che saranno perseguitati perché nel nostro paese il fascismo c’è già da tempo, negli attentati terroristici, che fa saltare ponti, che distrugge le linee ferroviarie, che distrugge oleodotti e gasdotti, innanzi al silenzio di coloro che avevano l’obbligo di intervenire ma erano coinvolti. La storia li giudicherà. Sicuramente Radio Magallanes verrà fatta tacere e la mia voce metallica e tranquilla non giungerà più a voi. Non fa nulla, continuerete a udirmi. Sarò sempre accanto a voi. Il mio ricordo, perlomeno, sarà quello di un uomo degno che fu leale alla lealtà dei lavoratori. Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve farsi sterminare né massacrare ma non può nemmeno lasciarsi umiliare. Lavoratori della mia patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento buio e amaro, nel quale il tradimento pretende di imporsi. Andate avanti e sappiate che ben presto si apriranno di nuovo i grandi viali lungo i quali camminerà l’uomo libero verso la costruzione di una società migliore.

Viva il Cile, viva il popolo, viva i Lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che quantomeno sarà questa lezione morale a punire la fellonia, la vigliaccheria e il tradimento”.

* Ultimo messaggio radiofonico di Salvador Allende: 11 settembre 1973

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