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Disoccupazione, non prendiamo in giro i giovani


 

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-di ANTONIO MAGLIE-

C’è nel mondo dei media una maniera estremamente singolare di presentare la questione dell’alto tasso di disoccupazione giovanile, considerata come conseguenza esclusiva del blocco del turn over generazionale. Insomma, colpa dei “vecchi” che non se ne vanno in pensione. Una tesi difficile da sostenere con una disoccupazione generale pari all’11,4 per cento e una che riguarda i ragazzi non lontana dal 40. Se tutti i gli anziani andassero in pensione anticipatamente anche rinunciando a percepirla immediatamente, riesce difficile pensare che quel secondo dato si prosciugherebbe all’improvviso. Allora diventa utile provare a cercare le cause reale di questa situazione individuando anche le responsabilità.

Partiamo dal turn over. È evidente che lo “scalone” pensionistico creato da Elsa Fornero ha prodotto un impazzimento del sistema, cosa, peraltro, prevedibilissima se la situazione fosse stata valutata con attenzione. Al contrario Mario Monti e la ministra erano interessati più a trasferire in Italia gli “ordini di Bruxelles”, a ripetere, come si diceva un tempo, a “pappagallo” le lezioni loro impartite dagli euroburocrati, che a fare i conti con gli interessi dell’Italia e degli italiani. Le conseguenze di tutto questo le stiamo ancora pagando, esodati compresi.

Non è dunque colpa degli anziani se non vanno in pensione né si può chiedere loro di rinunciare a quelli che vengono definiti diritti acquisiti (contro cui molti puntano il dito pronti, contemporaneamente, a guerreggiare sino alla morte per difendere i propri) senza prendere in considerazione gli aspetti, come dire, morali sintetizzati in questa semplice domanda: si può chiedere a chi ha subito già un danno (la pensione ormai a portata di mano ma in una notte spostata cinque anni più avanti) di accettare un altro danno (il taglio dell’agognato assegno nelle diverse e fantasiose forme che verranno messe a punto)? Se si nasconde tutto questo dietro la formula (utilizzata in maniera demagogica) della difesa dei diritti acquisiti (cioè della difesa di posizioni corporative e di rendita) non si rende un buon servizio all’informazione.

Ma al di là del blocco dell’avvicendamento generazionale, c’è sempre l’enormità del dato sulla disoccupazione giovanile che è evidentemente la conseguenza dell’idiosincrasia del sistema delle imprese (e anche dello Stato) a investire. Colpa della crisi? Forse da sette anni a questa parte. Ma i dati ci spiegano che nei dieci anni precedenti al fallimento di Lehman Brothers il sistema delle aziende (dalle piccolissime alle grandissime) realizzò utili superiori all’incremento del Pil nel periodo (1997-2007). E più si saliva nella consistenza delle imprese raggiungendo le medio-grandi fino alle migliori duecento censite all’epoca da Mediobanca, più le performances dei guadagni diventavano trionfali.

Che fine hanno fatto quei soldi? E quanti di quei quattrini invece di alimentare gli investimenti sono stati dirottati verso la finanza, cioè spostati dalla produzione di reddito alla creazione di posizioni (queste sì) veramente di rendita? D’altro canto se la nostra età pensionistica è nella media dei grandi paesi europei, allora le cause della differenza del dato sulla disoccupazione giovanile vanno cercate solo in parte nel blocco “selvaggio” imposto dalla Legge Fornero. Mentre attenzione maggiore bisognerebbe porre alla indisponibilità (ormai quasi ventennale) delle imprese a investire sul proprio futuro produttivo (e innovativo) e su quello del paese, con l’inevitabile conseguenza della scarsa creazione di nuovi posti di lavoro mentre diventava sempre più accelerata la distruzione di posti di lavoro e di lavori.
Per molto tempo, a cavallo tra la fine del secolo e il nuovo secolo ci siamo consolati con i dati Istat che vedevano il tasso di disoccupazione in calo grazie al massiccio ricorso ai contratti flessibili. Ma la realtà, a chi aveva voglia di vederla, era già allora evidente: si offriva pessimo lavoro mentre scarseggiava quello buono. Adesso quella realtà abilmente occultata, viene certificata dalle percentuali. Illustrate da argomentazioni che sembrano finalizzate ad alimentare una incongrua e inaccettabile guerra generazionale. Cioè un vero e proprio alibi per coprire le vere responsabilità.

Informazioni su fondazione nenni ()
Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

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