Roma, una lite lontana dalla vita dei cittadini

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-di SANDRO ROAZZI-

Il 7 settembre del 1303 Papa Bonifacio subiva la umiliazione del famoso “schiaffo di Anagni”. Rispetto a quello che oggi sta subendo Roma, ex città eterna se continua così, potremmo definirla una carezza. Il pantano politico in cui è caduta questa città non si sa più se catalogare come una insipida pochade o uno psicodramma. Lasciamo ad altri l’analisi di colpe e responsabilità, ma appare sconcertante che allo stato di abbandono della Capitale corrisponda una telenovela di colpi di scena e risse che definire per nulla edificanti è già una mezza assoluzione. Pasquino, il Belli, il Trilussa di fronte a questo scempio probabilmente sarebbero rimasti anch’essi per un po’ almeno, senza parole con cui condire la loro arguzia.

Eppure si cumulano in questo devastante inizio della gestione Raggi molti dei guai (nazionali) della politica di oggi. Intanto è facile notare che ciò che nasce dall’anti-politica fa i conti con una assenza di classe dirigente ancora più evidente di quella che sta logorando la… politica. Con la conseguenza di raccattare ovunque figure e professionalità che non hanno nulla in comune, non una storia, non una battaglia, non una selezione. Certo, e’ paradossale che si scateni una rissa in quella che dovrebbe essere la… Capitale d’Italia ed è per giunta una città mito della storia umana, fra chi inveisce contro i poteri forti e chi accusa di mendacio i nuovi inquilini del Campidoglio. Mentre nessuno si preoccupa invece di dare un occhiata… al popolo romano, abbandonato a se stesso come se fosse un insignificante ospite invisibile.

La politica è certamente colpevole di essersi allontanata dalla vita reale durante la seconda Repubblica ma non è che la reazione a questo stato di cose, con il suo conclamato… populismo, si distingua per una diversa cultura di governo come di opposizione. E qui veniamo all’altro nodo in campo: quello del principio di autoreferenzialità dei gruppi dirigenti che regge le sorti finora degli schieramenti che si contrappongono nella attuale vita politica. Ovvero protagonisti che in termini di esperienza, valori, progettualità, coerenza lasciano molto a desiderare. Come meravigliarsi allora se la vita politica decada assieme alla vita economica tracciando un solco di declino per questo Paese assai lontano dalle immaginifiche speranze di chi oggi governa?

Non è forse sintomatico di questo stato cose sia l’indifferenza del Governo verso il degrado della Capitale (anche per pregressi sensi di colpe?), sia la rassegnazione dei Romani che come il Tevere ritengono che al dunque tutto “score”?
È lecito il quesito di cosa accadrebbe in altri Paesi se la propria capitale precipitasse verso lo sbando?  In realtà non può non preoccupare lo sprofondare del modo di far politica proprio quando invece occorrerebbe assicurare all’Italia una buona politica. Roma sta diventando il segnale più inquietante in questa direzione. Sempre il 7 settembre, ma questa volta del 1860, Garibaldi entrava con le sue camice rosse a Napoli, liberandola dai Borboni. Ma per Roma non pare possa succedere. Liberatori non se ne vedono. E non solo perché il poco che si muove è… social sulle reti a ritmo di battute e strani silenzi, comunque circoscritti a poche anime. Ma perché non si intravedono autorità morali e politiche in grado di sbattere al muro con argomenti seri gli attori in scena e far rivivere una più rassicurante commedia. Altro che Olimpiadi, fra non molto si rischierà, se nulla accade, di chiedersi se per il bene di Roma non sia meglio liberarla del peso di essere Capitale di uno Stato che la tratta come un borgo qualsiasi. Tornando alla sua storia.

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