Confindustria comanda, il governo esegue

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-di SANDRO ROAZZI-

C’è un tratto ondivago nella politica economica dell’attuale Governo che si ripresenta ad ogni occasione. Anzi la compagine governativa in fatto di scelte economiche appare oggi come un partito di mille volti che mutano vorticosamente sotto la spinta di una girandola di ricette. Dopo Ventotene sembra riprendere forza l’ipotesi di un intervento nella legge di stabilita’ per favorire la produttività e la contrattazione di secondo livello. Qualche giorno fa al meeting di CL il presidente di Confindustria la reclamava con la giustificazione che si doveva procedere selettivamente in presenza di risorse contate. E non a caso Boccia declassava… il problema pensioni.

Ad adiuvandum, qualche ragionamento fatto a questo proposito ricordava che era la stessa strada intrapresa del governo socialdemocratico tedesco di Schroeder e proseguito poi con la Merkel. Una scelta in grado di rivitalizzare anche gli investimenti privati che da noi sono una chimera. E che quindi i tedeschi non dovrebbero ostacolare qualora si chiedesse per questa “riforma” ulteriore flessibilità di bilancio.

Ma si dimentica che quella politica economica made in Germany poggiava e poggia su un sistema di partecipazione dei lavoratori e sindacati alla vita delle imprese che noi ci sogniamo (ed in troppi ancora da diversi versanti osteggiano), che la scelta non mortificava i contratti nazionali (utili in questi mesi per rilanciare la domanda interna, come è avvenuto), che Il sistema tedesco poggia su medie e grandi imprese fornendo un’ampia base di riferimento per il settore produttive le politiche economiche e sociali.

Da noi è altra storia, con un sistema disseminato di piccole imprese, senza una politica industriale chiara, senza uno sforzo reale dell’imprenditoria privata a rischiare con nuovi investimenti senza continuare incessantemente a chiedere e pretendere, rifugiandosi in seguito nell’avvelenato ed egoista mondo della rendita. Ecco perché un ritorno repentino verso le attese di Confinfustria alimenta nuovi dubbi. La eventuale richiesta a Bruxelles di maggiore flessibilità per garantire più spazio alla contrattazione in azienda potrebbe essere scambiato come una furbizia contingente, dietro la quale celarsi il desiderio di non perdere l’appoggio di Boccia sul referendum, più che abbracciare una strategia di ampio respiro. Sempre che la Confindustria sia ancora una potente macchina di consenso, ma non è detto. Il guaio è che si finisce poi per ridimensionare anche il dialogo aperto con i sindacati.

Intendiamoci, qualcosa sulle pensioni si dovrà fare ma sulla incisività delle misure oggi è lecito un po’ di scetticismo. Specie se nel frattempo sale inopinatamente, nelle chiacchiere estive, la quota di risorse destinate ai rinnovi contrattuali del pubblico impiego: da 900 milioni in tre anni a 2,5 miliardi. A chi credere, dove pende la verità? Non solo: queste ipotesi, contrabbandate come un viatico per crescere, in realtà rischiano di allontanarci da alcune necessità di fondo del nostro assetto economico e sociale. In primo luogo dare consistenza a politiche che tornino a parlare di piena occupazione nel medio periodo; poi rafforzare scelte in grado di sostenere la fragile domanda interna su cui poggia gran parte del lavoro e che Confindistria snobba a vantaggio… dell’offerta.

Per non citare l’esigenza di garantire condizioni utili ad una libertà di innovazione che nasca da autentiche vocazioni del Paese rompendo con la sudditanza ai disegni di grandi gruppi assai avari nello spendere una parola per far capire quale è il loro contributo alla ripresa. Verrebbe da dire che l’orientamento, al di là delle esternazioni quotidiane non pare cambiato di molto: appoggiarsi a chi conta, confondere le idee suscitando a ripetizione speranze destinate a ridimensionarsi, infine navigare a vista. Potrebbe non bastare. E nel medio periodo rivelarsi un errore miope non da poco: promettere il cambiamento ma alla fine assecondare i soliti noti, magari con qualche briciola in giro. Si può evitare?

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