Crollo investimenti: ecco i colpevoli

 

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-di SANDRO ROAZZI-

Non si può dire che il Ministro per lo sviluppo economico, Carlo Calenda, sia aiutato dalla buona sorte nelle sue esternazioni. Mentre sostiene con convinzione di imprenditore che la richiesta della massima flessibilità a Bruxelles sarà accompagnata da assicurazioni su investimenti e competività, ecco che spuntano i conti della Cgia (che pubblichiamo nel dettaglio in altro pezzo) secondo i quali al netto della inflazione gli investimento sono crollati fra il 2007 ed il 2015 di 109,7 miliardi di euro pari a quasi il 30%. Saremmo tornati a metà degli anni Novanta, dopo la feroce crisi dei primi anni ’90 e prima dell’euro.

Ma il fatto curioso è che in queste circostanze la colpa è solo della crisi, ovvero di un destino cinico e baro. Errori, avidità, responsabilità della classe dirigente? Ma di cosa stiamo parlando, assoluzione piena… ci mancherebbe. Eppure… davvero siamo sicuri che in materia di investimenti né le imprese, né lo Stato potevano fare sforzi maggiori? Davvero è solo questione di fato avverso? In realtà la recessione diventa anche un enorme tappeto sotto il quale finiscono le magagne di venticinque anni. C’è da giurarci che, con tutto quell’affollamento si sentano… strette. Ma è anche l’alibi per non fare i conti con gli effetti nefasti di una politica cieca di austerità e di quell’abnorme aumento della tassazione che ha seviziato famiglie ed imprese nell’ordine.

Una ricognizione come quella della Cgia imporrebbe un esame di coscienza severo. Non basta sapere che il calo degli investimenti e’ stato del 31,5% per le imprese, del 28,2% per la Pubblica Amministrazione, del 27,5% per le famiglie consumatrici. Questa è la fotografia di un collasso collettivo che ha trovato la sua ragione d’essere anche nel crollo della domanda interna e dei consumi dai quali faticosamente oggi proviamo a tirarci fuori. Ma il motivo principale resta sempre, desolatamente, lo stesso: troppe incertezze sul futuro, troppi esercizi di governo (e di potere) che si giustificano e si consumano nel breve termine. Manca il fiato lungo, mancano quei progetti che danno fiducia al futuro da costruire.

Certo qualcosa si sta facendo ma i numeri dietro i segni meno della indagine sugli investimenti della Cgia danno la misura dell’impervio e lungo percorso da compiere. In questo contesto ovviamente non dovrebbe mancare una robusta tirata d’orecchie al sistema bancario il cui sostegno all’economia reale troppe volte è apparso deficitario. Come reagire? Le ricette non sono originali: più soldi per la crescita e la ricerca, meno tasse, misure contro le troppe, e invisibili, diseguaglianze. Sono i problemi di fronte alla legge di stabilita’ in odore di una caccia complicata alle risole. Ma il… condimento essenziale è uno solo: l’affidabilità delle scelte che si compiono. E qui tocca alla politica.

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