Rio, una rete ma non un muro tra due culture

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-di MARCO ZEPPIERI-

Una immagine una storia. Olimpiadi di Rio, 7 agosto 2016.

Due ragazze in un incontro di beach volley tentano di “fare punto” com’è nella logica del gioco.

Siamo a Copacabana Beach, incontro di beach volley femminile tra Germania ed Egitto; una normale partita di qualificazione del torneo ed invece no, le atlete si presentano in campo indossando abiti “diametralmente” opposti.

Le tedesche indossano un bikini, mentre le egiziane una maglietta a maniche lunghe e pantaloni lunghi; una delle due atlete egiziane, Doaa el Ghobashy, porta anche lo hijab, il velo con cui molte donne musulmane si coprono i capelli.

Risultato finale della partita due a zero per la Germania, ma questo è un dettaglio.

Ciò che ci interessa è il significato. Molto si è parlato di questo ma non dal lato sportivo quanto da quello sociale o addirittura politico. Parecchi osservatori internazionali hanno parlato di “scontro culturale”, altri di “incontro tra culture” mettendo soprattutto in rilievo la dirompente forza di questa immagine (a proposito l’autrice, anch’essa donna, è una fotografa inglese Lucy Nicholson), non dimenticando il contesto.

Siamo alle olimpiadi, siamo in un momento in cui ci si unisce non ci si divide, sin dai tempi di Olimpia (dove, peraltro, gareggiavano solo gli uomini, sostanzialmente nudi). Allora le città che partecipavano ai giochi proclamavano un mese prima e un mese dopo lo svolgimento dei Giochi (non solo quelli di Olimpia) la “tregua sacra” per consentire ai pellegrini di poter raggiungere i luoghi in cui si competeva (le sfide sportive avevano caratteri sacri ed erano dedicate a un dio, a Zeus in particolare quelle di Olimpia).

Duemilasettecento anni dopo è ancora possibile favorire ciò? Tra i giovani di Rio sicuramente si ed è in loro, giovani e quindi futura classe dirigente, che dobbiamo riporre le nostre speranze.

Il prossimo venturo sarà un mondo senza muri (a proposito si chiama “muro” il gesto tecnico dell’atleta tedesca che con le mani alzate tenta di rendere innocua la schiacciata dell’avversaria)? Pura utopia?

Potranno i giovani di Rio, come quelli di Cracovia di un mese fa, vivere in un mondo in cui prevalga il cosiddetto spirito olimpico?

In cui la “pace olimpica” sia regola e non eccezione? 

I greci antichi chiamavano ciò echekheiria (letteralmente “mani ferme”), noi potremmo chiamarla con il nome di ognuno di noi.

Finché quella palla sarà in aria e non cadrà in nessuno dei due campi e quella rete non sarà un muro, potremmo pensare che avremo un futuro.

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