Hiroshima, quando una bomba cambiò la percezione della paura

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-di FRANCESCO CAMBILARGIU-

Il 26 maggio scorso il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si è recato in visita ad Hiroshima, la città che, assieme a Nagasaki, è stata testimone di quella che a tutti gli effetti può essere considerata una delle più terribili azioni che l’essere umano abbia mai compiuto (alcune delle quali risalgono anch’esse a quegli anni). Per la prima volta un presidente statunitense si è recato in visita alla città giapponese, ma senza chiedere scusa per quell’atto di settantuno anni fa.

Tutti sappiamo cosa è successo il 6 agosto del 1945, quando venne sganciata la prima bomba atomica della storia dell’umanità sulla città di Hiroshima. Una delle più grandi conquiste scientifiche dell’umanità, l’energia atomica, veniva utilizzata per spazzare via un’intera città ed uccidere migliaia di persone. Il fine giustifica i mezzi, potrebbero pensare alcuni. E probabilmente è anche a quello che ha pensato Harry Truman, l’allora Presidente degli Stati Uniti, quando gli si presentò l’opportunità di usare un’arma di tale portata contro l’avversario nipponico. Dopo tutto c’era una guerra in corso, la più devastante della storia dell’uomo, che aveva già causato numerose vittime e che ne avrebbe causate ancora di più se fosse continuata; tuttavia gli storici sono oggi concordi nel dire che l’utilizzo dell’atomica non sia stato solo una scelta militare per costringere il Giappone alla resa, ma anche e soprattutto un modo per mandare un messaggio all’Unione Sovietica di Stalin, che già in quel ’45 stava cominciando a profilarsi come il Grande Nemico dell’America. La Guerra Fredda doveva ancora cominciare, ma già uno dei due contendenti schierava spavaldamente i propri pezzi sulla scacchiera mondiale.

Lo sgancio della bomba atomica su Hiroshima il 6 agosto 1945 è stato quindi un momento di transizione nella Storia, il momento nel quale l’umanità ha visto per la prima volta lo spettro dell’estinzione: se un solo colpo di un’arma del genere aveva spazzato via una città intera, cosa avrebbe potuto fare un intero esercito di bombardieri caricati di bombe atomiche? Quando nell’agosto del 1949 l’U.R.S.S. riuscì a sviluppare la sua bomba atomica, in Europa cominciò a nascere la paura dell’Olocausto nucleare, ma i giapponesi convivevano con le ferite di quelle due terribili esplosioni già da quattro anni. Da allora la bomba atomica si è impressa come un’immagine indelebile nella psiche dei testimoni e più in generale dei giapponesi, diventando parte del loro bagaglio culturale e apparendo anche in numerose opere artistiche e letterarie.

Per quarant’anni il mondo ha vissuto con la paura che, da un momento all’altro, qualcuno da qualche parte, premesse un pulsante per scatenare una guerra nucleare, e più di una volta ci siamo andati terribilmente vicini. Veniva definito in numerosi modi: equilibrio del terrore, deterrenza, eccetera. Poi la Guerra Fredda è finita, i muri che dividevano il mondo sono crollati (ora, però, contro i migranti ha provveduto ad alzarne uno l’Ungheria), la possente Unione Sovietica che aveva fermato Hitler col sangue di ventidue milioni di morti è implosa dando vita a una serie di stati indipendenti (parabola che ha riguardato anche la Jugoslavia); la cortina di ferro si è fatta di burro e l’Impero del Male secondo la definizione di Ronald Reagan, cioè l’insieme delle nazioni-satellite organizzato nel Patto di Varsavia, ha cercato un altro ombrello nell’Unione Europea (forse più per marcare la distanza da Mosca anche a futura memoria, che per convinta scelta europeista); la scomparsa del “socialismo reale” ha accompagnato il trionfo del capitalismo finanziarizzato, vero e proprio tratto caratterizzante dell’Età della globalizzazione; all’equilibrio del terrore si è sostituito lo squilibrio sanguinoso e angosciante del terrorismo.

Per circa un decennio la paura del conflitto nucleare è stata oscurata dalla sconfitta dell’U.R.S.S., salvo poi tornare a farsi sentire all’inizio del nuovo millennio prima come pretesto per giustificare la Seconda Guerra del Golfo e l’invasione americana dell’Iraq (si diceva che Saddam Hussein nascondesse armi chimiche, biologiche e nucleari di distruzione di massa con personaggi importanti come Colin Powell che mostravano in pubblico improbabili prove di una “pistola fumante” che non è mai stata trovata), poi con il completamento dei programmi nucleari di Iran e Corea del Nord e in particolare a seguito delle minacce lanciate dal dittatore nordcoreano Kim Jong-un. Negli ultimi anni però il timore di un conflitto nucleare ha nuovamente ceduto il posto a una paura quasi più “light” pertanto più adatta al Nuovo Millennio: quella del terrorismo; il pulsante rosso che attiva il giudizio universale della “Bomba” è uscito dal nostro universo psicologico per lasciare spazio al terrore più episodico ma allo stesso più prossimo rappresentato da un integralista armato di kalashnikov che piomba all’interno di un ristorante o di un neofita armato di tir di un qualche autonominato califfo.

E così torniamo all’inizio, alla visita di Obama, la prima di un presidente U.S.A. Barack Obama è un presidente che durante il suo mandato ha contato molto più sulla diplomazia e sulla pacificazione che sull’aggressività mostrata dagli Stati Uniti durante i mandati del precedente inquilino della Casa Bianca (il ritiro, peraltro solo parzialmente portato a termine per motivi a tutti noti, delle truppe statunitensi dall’Iraq e dall’Afghanistan, ad esempio). La visita ad Hiroshima fa indubbiamente parte di questo programma politico. E allora, dopo essersi scomodato ad andare fino in Giappone ad abbracciare i sopravvissuti e ad offrire la sua solidarietà alle vittime, perché non si è scusato ufficialmente a nome della sua nazione?

Le motivazioni sono sicuramente molteplici; in fondo parliamo del presidente di uno dei paesi più potenti al mondo nonché di un amante della diplomazia: difficile che prenda decisioni improvvisate senza pensare agli effetti conseguenti. Per un ricercatore storico è bene non limitarsi ad accettare solamente una versione ufficiale, ma partire da quella dichiarazione per scavare più a fondo attraverso il linguaggio politico e diplomatico e riuscire a capire ciò che quelle parole volevano significare. Obama ha voluto visitare Hiroshima per lanciare un messaggio di pace, ma senza alcun desiderio di rivangare il passato. Evitando così di mettere in imbarazzo gli Stati Uniti e sé stesso. Hiroshima resta il punto culminate della più sanguinosa guerra che il nostro mondo abbia mai combattuto, con i suoi cinquantacinque milioni di morti. Non è che dopo quel 6 agosto il mondo abbia poi smesso di inventarsi modi capaci di distruggere l’umanità, ancorché a piccoli pezzi: c’è stato il napalm in Vietnam, i gas nervini e tanto altro ancora. Hiroshima ci aiuta a riflettere, al di là di scuse che forse oggi avrebbero poco senso: è sottile il confine che ci separa dall’autodistruzione anche perché altre bombe abbiamo armato (quella ambientale, ad esempio). Continuiamo a combattere le nostre guerre e chissà quando cominceremo a combattere seriamente per la nostra pace.

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