Rouen, la “guerra di religione”, la lezione di Bobbio

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-di ANTONIO MAGLIE-

La scelta di pubblicare oggi alcuni stralci di un intervento che Norberto Bobbio fece nel corso di un convegno internazionale trent’anni fa e inserito in un bel libro pubblicato da Einaudi (“L’età dei diritti”) non è, ovviamente casuale. Nella sua lezione, il grande filosofo parlava delle guerre di religione che avevano insanguinato l’Europa e di come i principio di tolleranza che è alla base degli stati democratici, quelli che noi conosciamo e che oggi più che mai siamo chiamati a difendere, consentì di trasformare in un ricordo quelle carneficine. Ora quel ricordo riappare: ha la forma di un fantasma che menti ottenebrate dal radicalismo pensano di far rivivere. La tolleranza, come spiega Bobbio, è scelta sicuramente pratica e politica, ma è soprattutto una scelta etica. La tolleranza è lo Stato che rifiutando la concezione confessionale, accetta tutte le religioni e le diverse verità che ogni religione sostiene.

Ed è probabilmente su questo retroterra culturale che ha fatto leva Francois Hollande quando ieri sera, nel corso di un intervento solenne all’Eliseo ha affermato: “Uccidere un prete significa profanare la République”. Al contrario non a questi principi si è ispirata la nipote di Marine Le Pen, Marion Marechal, nel momento in cui ha parlato di “guerra identitaria” e di di un paese in cui “l’unica cultura dovrebbe essere la cultura francese”. Frasi che evocano un terribile ritorno al passato in un’Europa che accarezza l’idea che secoli di pensiero illuminista e illuminato siano oggi, di fronte alle sfide del terrorismo globale, un lusso che non ci possiamo più permettere.

Ancor più oggi che nel passato, appaiono di straordinaria forza le parole di Bobbio: “Meglio una libertà sempre in pericolo ma espansiva che una libertà protetta ma incapace di svilupparsi”. Rouen è solo l’ultimo atto di una tragica vicenda che è cominciata con Charlie-Hebdo. O prima ancora con le Torri Gemelle, gli attentati spagnoli e quelli londinesi. La spinta a proteggere, con forme autoritarie, la nostra libertà non è solo un ossimoro, è un’illusione perché la forza delle democrazie sta proprio nella capacità di difendere i propri valori fondanti senza rinunciare alla sua anima, al suo soffio vitale. Non è una guerra di religione quella che siamo chiamati a combattere; né una guerra “identitaria”. Ma siamo solo invitati, obbligati a una strenue lotta in difesa dei nostri principi e, insieme a essi, delle nostre vite. Certo, possiamo rinunciare ai nostri principi per difendere la nostra vita. Ma una volta ottenuta salva la vita, ci ritroveremmo in una società che non è più la nostra, che ci è straniera.

La morte di Jacques Hamel mentre celebrava messa, dopo essere stato obbligato a inginocchiarsi, con il suo assassino che recitava non si sa bene quale sermone in arabo, è una immagine che nessuno potrà mai cancellare dalla memoria collettiva, di una nazione, la Francia, e di un continente, l’Europa. Vogliamo e dobbiamo continuare a vivere in una società che rispetta tutte le religioni, tutte le persone, tutte le verità. Ha scritto il poeta Tahar Ben Jelloun su “la Repubblica”: “Non basta insorgere verbalmente, indignarsi ancora una volta e ripetere che “questo non è l’Islam”. Non è più sufficiente, e sempre più spesso non siamo creduti quando diciamo che l’Islam è una religione di pace e di tolleranza. Non possiamo più salvare l’Islam – o piuttosto – se vogliamo ristabilirlo nella sua verità e nella sua storia, dimostrare che l’Islam non è sgozzare un sacerdote, allora dobbiamo scendere in massa nelle piazze e unirci attorno a uno stesso messaggio: liberiamo l’Islam dalle grinfie di Daesh… dobbiamo denunciare chi tra noi è tentato da questa criminale avventura. Non è delazione, ma al contrario un atto di coraggio. Se continuiamo a guardare passivamente ciò che si sta tramando davanti a noi, presto o tardi saremo complici di questi assassini”.

Bobbio ci spiega che non possiamo difendere la tolleranza escludendo dai nostri recinti gli intolleranti. Ma come dice Jelloun possiamo chiedere a chi crede in una delle religioni che lo stato democratico rispetta, di rispettare a sua volta le leggi dello stato che lo ospita, di vivere secondo quelle leggi e di denunciare con chiarezza e senza riserve mentali chi pensa che una folle verità debba prevalere sulle altre con la forza delle armi. È arrivato il momento, come dice il poeta marocchino, che in Francia come Italia come in Germania la comunità musulmana esca dalla passività e proclami con i fatti l’adesione a quei principi democratici che sono alla base, come dice Bobbio, degli stati “non confessionali, ovvero neutrali in materia religiosa, e insieme liberali, ovvero neutrali in materia politica”.

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