Strage dei treni, i “colpevoli” e la lezione di Nenni

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-di ANGELO GENTILE-

Gli inquirenti hanno deciso di indagare il capostazione di Andria (oltre al suo collega di Corato), Vito Piccarreta. Lui ha alzato la paletta per dare via libera al treno che, come hanno detto e ripetuto continuamente in questi giorni i dirigenti dell’azienda privata che gestisce il servizio, non si doveva trovare su quei binari. L’Italia è un paese che alla giustizia preferisce l’ordalia. La prima è più faticosa: obbliga alla pazienza per definire l’incidenza delle responsabilità, impone la presunzione di innocenza anche in presenza di un reo confesso, richiede che la prova si formi in dibattimento. La seconda, invece, è molto più semplice: un veloce atto di purificazione estemporanea che si può realizzare anche per via mediatica. Siamo il Paese di Piazzale Loreto e dell’hotel Raphael. Non abbiamo inventato la ghigliottina (a quella ha provveduto un creativo medico francese) ma siamo forse la terra di elezione delle “tricoteuses”, le simpatiche signore che sferruzzavano sotto il patibolo in attesa che la teste rotolassero. La prima domanda che i giornalisti subito dopo una tragedia, pongono ai familiari di una vittima parte in automatico: “Perdonerà il carnefice”. Nessun riferimento, pur nella nostra generale educazione cattolica, invece, al concetto di Pietas.

Sarà per questo che la notizia dell’indagine sulle scelte del signor Piccarreta induce a rileggere il passaggio di un vecchio discorso di Pietro Nenni. Lo pronunciò il 4 luglio 1944 al cinema Adriano di Roma. Disse: “L’epurazione che comincia con l’usciere del ministero che prese la tessera del fascio per dare da mangiare ai figli e che si arresta sulla soglia dei consigli di amministrazione, è una commedia che non accetteremo”. In realtà, le cose andarono esattamente come Nenni sperava che non andassero: gli uscieri cambiarono velocemente colore alla tessera e gli alti funzionari dello stato fascista che avevano condiviso le responsabilità di un sistema violento e oppressore e della finale mattanza guerresca (mezzo milione di connazionali morti) tornarono nell’Italia repubblicana a occupare i medesimi posti. Alcuni furono pure promossi (Vincenzo Eula che da pubblico ministero aveva fatto condannare Parri, Rosselli e Pertini per la fuga di Turati divenne procuratore generale della Cassazione, l’ex presidente del tribunale della razza, Gaetano Azzariti, finì addirittura al vertice della Corte Costituzionale).

Questa volta dove ci fermeremo? Per carità, che ci siano delle responsabilità umane nella strage dei treni, è un dato di fatto. E se Piccarreta e il suo collega di Corato hanno sbagliato è giusto che paghino (probabilmente lo stanno già facendo perché quello che è avvenuto su quel tratto di strada ferrata pesa come un macigno sulla loro anima). Ma essendo questa una grande tragedia, allora per non trasformarla in farsa dobbiamo provare a chiederci “perché”. Perché hanno sbagliato? In questi giorni sono avvenute tre cose significative: la quasi immediata indicazione dei colpevoli dell’errore umano; la sottovalutazione dell’incidenza su quanto accaduto del binario unico (ci si è affannati a sottolineare che il raddoppio serve per far fronte all’aumento dei flussi di traffico); la scoperta di un sistema di sicurezza inadeguato perché tecnologicamente poco evoluto (pietosa metafora).

I sindaci delle città interessate al disastro hanno spiegato che quella linea era diventata una sorta di metropolitana a cielo aperto e tra gli ulivi. I dipendenti hanno spiegato che il rilancio dell’azienda privata titolare del servizio aveva determinato un notevole aumento nei flussi di traffico. Conseguenza: l’errore umano è indubbio ma perché mai a fronte di un traffico sempre più intenso e di una mole di lavoro sempre più elevata non si è provveduto a modernizzare per tempo i sistemi di sicurezza? Chi avrebbe dovuto farlo? E se il secondo binario diventa necessario proprio quando il traffico si fa decisamente robusto, perché mai si è perduto tanto tempo pur avendo i quattrini per realizzare il raddoppio? Soprattutto, chi l’ha perduto? L’azienda ha fatto i suoi legittimi interessi: ha rilanciato la linea, aumentato i convogli, reso più appetibile il servizio attraverso vagoni più confortevoli. Obiettivo: aumentare i profitti, l’utile di esercizio. Tutto legittimo, tutto comprensibile. Ma c’è stato un corto-circuito tra i normali obiettivi aziendali e un sistema di sicurezza che gravava sulle spalle e le teste di persone che avevano la responsabilità delle vite di altre migliaia di persone, oberate probabilmente di un carico di lavoro superiore. E qui entra in ballo un’altra questione: siamo proprio certi che un servizio in cui il diritto alla mobilità si sovrappone a un diritto ancora più alto come quello alla sicurezza, cioè alla vita, possa essere prestato da soggetti che hanno soprattutto nell’utile finale il loro obiettivo? O forse va ripensato il ruolo del pubblico (e della garanzia pubblica) in angoli della nostra esistenza così delicati?

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