La strage dei treni: Nord e Sud tornino uniti nella lotta

 

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-di ANTONIO MAGLIE-

C’è una frase pronunciata dalla figlia di una delle vittime della strage dei treni che dà perfettamente il senso di quell’inammissibilità a cui ha fatto riferimento il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “Abbiamo il diritto di prendere il treno e tornare a casa”. In fondo, un diritto banale che in quel tratto di strada ferrata che collega Andria e Corato è andato a infrangersi contro un binario unico che tale è rimasto per le lungaggini di un Paese che ha fatto del rinvio il suo tratto distintivo e contro un sistema di comunicazione dai caratteri primordiali che fa a pugni con il massiccio impegno sulle nuove tecnologie e la banda larga. Da noi, in questa Italia lunga e stretta sembrano convivere periodi storici diversi: per alcuni aspetti siamo proiettati verso il Tremila, per altri rimaniamo incatenati alle fasi iniziali del Novecento. Una clamorosa dissociazione identitaria che rende ammissibile anche l’inammissibile, tra gli ulivi secolari flagellati dalla “xilella” a cui nella formulazione completa del batterio si accompagna l’aggettivo “fastidiosa”. Ma è evidente che tante altre cose sono fastidiose e meritevoli di essere curate al pari di quella malattia che da tempo toglie il sonno agli agricoltori pugliesi.


Parlando a Dallas dopo la strage degli agenti e nel pieno dei furori di una guerra razziale non dichiarata, Barak Obama ha affermato: “Il nostro dolore può renderci un paese migliore”. Anche noi abbiamo avuto la nostra razione di dolore; pure noi possiamo utilizzarla per diventare migliori anche se poi qualche imbecille cybernetico trova il tempo per fare del razzismo anche sui corpi martoriati di ventisette innocenti e sul dolore profondo e non placabile dei parenti: “delizie” e mestizie della Rete. Purtroppo. Intervenendo al seminario sul Sud organizzato dalla Uil, il sottosegretario Luca Lotti ha affermato: “Le risorse non sono un problema. Il problema però è la mancanza delle idee, dei progetti”. Dubitiamo che le cose stiano esattamente così. Non ci vuole una grande creatività per dotare il Mezzogiorno di infrastrutture degne del terzo millennio. Tra Andria e Corato, poi, i progetti c’erano pure. Ma il risultati di questa straordinaria capacità progettuale è sintetizzata in un paio di cifre: ventisette morti e oltre cinquanta feriti.

Il problema è nella scelta di fondo, nella filosofia ispiratrice delle azioni di governo (e di lotta). Può il Sud conquistare l’attenzione del Paese solo in occasione di una carneficina? Si può consentire che da Roma in giù il tempo e il senso delle cose abbiano un significato diverso rispetto al Nord? La metà delle vittime della strage dei treni erano ragazzi, coetanei di quelli che lasciano il Mezzogiorno a ritmi sempre più accelerati per portare il loro entusiasmo, il loro talento, la loro conoscenza altrove perché lì, a due passi dalla propria casa, mancano le opportunità. A Lotti che è cresciuto in Toscana sfugge un dato: da quasi trent’anni nessuno più si occupa del Sud e nemmeno il governo di cui lui fa parte si è dotato di una seria politica meridionalistica. Persino i meridionalisti sono scomparsi: razza estinta, ancor prima della foca monaca.

E’ l’attenzione al problema che è venuta meno. Agli inizi degli anni Novanta la Questione Meridionale è stata sostituita, per volontà della Lega e del suo potente alleato, Berlusconi, con la Questione Settentrionale, con la Questione del Nord-Est; a essere un po’ cattivi si potrebbe dire che l’Italia ha deciso di concentrare la sua attenzione sui problemi delle “pance piene” e di abbandonare al loro triste destino quelli delle “pance vuote”. Ha prevalso una linea politico-culturale che ha prodotto una pessima riforma costituzionale che invece di esaltare il valore positivo delle autonomie locali, ha creato le condizioni per trasformare le regioni in pachidermi lenti e corrotti. Una scelta di cui stiamo ancora pagando il conto, dettata dalla necessità di inseguire elettoralmente la Lega che predicava la secessione e non certo la coesione.

Viene una certa nostalgia a rivedere le foto delle manifestazioni sindacali degli inizi degli anni Settanta quando i cortei venivano quasi sistematicamente aperti da uno striscione e da uno slogan: “Nord, Sud uniti nella lotta”. Se come dice Obama il dolore può renderci un Paese migliore, allora è venuto il momento per i sindacati, per le forze che lavorano nella società di tirar fuori dalla naftalina quello striscione, di spolverarlo e di dargli un senso concreto con una nuova combattività. E’ l’unica maniera per dire a quella figlia che piange il padre che prendere un treno tornerà a essere una banale scelta quotidiana. Come trovare un posto di lavoro, una opportunità professionale, una sanità funzionante, una università efficiente. L’Italia sarà un posto migliore se tra quegli ulivi secolari che hanno assistito a tante morti, nascerà il bisogno e l’urgenza di renderlo tale.

antoniomaglie

One thought on “La strage dei treni: Nord e Sud tornino uniti nella lotta

  1. Il Mezzogiorno è dal 1860 che nei fatti è colonia italiana. Conquistato con le armi e col fuoco è stato da sempre ritenuto serbatoio di manodopera e mercato interno per i prodotti del Nord. Investimenti ridotti al lumicino a fronte di un Settentrione sempre più privilegiato, fino al parossismo dei governi Lega-Berlusconi. E a nulla sono valsi gli striscioni a cui fa riferimento l’articolo, anch’essi facenti parte di quella simbologia truffaldina per cui “Nord e Sud uniti nella lotta” ma ” non si affitta a meridionali”. L’unico futuro percorribile per una colonia è quello di affrancarsi dalle sue catene, inutile tergiversare con luoghi comuni ormai ampiamente smascherati.

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