Referendum: industriali più realisti del re (Boccia)

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-di ANTONIO MAGLIE-

Il sempiterno Ennio Flaiano diceva degli italiani che sono sempre pronti a correre in soccorso del vincitore. Non è dato sapere se Matteo Renzi riuscirà a trionfare nel referendum sulla riforma costituzionale (i sondaggi sono contraddittori e l’unico dato certo unanimemente segnalato è l’indifferenza degli elettori poco informati sulle questioni al centro della contesa), nel frattempo, però, il presidente degli industriali, Vincenzo Boccia, si è portato avanti con il lavoro schierando la sua organizzazione, la Confindustria, sulle posizioni del governo. Per non dare adito a dubbi, in campo è sceso qualche giorno fa l’ufficio studi di viale dell’Astronomia annunciando un vero e proprio cataclisma economico-sociale (Pil in caduta libera, posti di lavoro tagliati: mancava solo l’ipotesi del blocco del campionato di calcio e il quadro sarebbe stato perfetto), seguendo in qualche maniera la linea adottata da molti organismi nazionali e internazionali in occasione del referendum britannico sull’uscita dall’Europa (lì il catastrofismo non ha fermato la spinta euroscettica: a esser scaramantici, qualche dubbio a Boccia dovrebbe pure venire).

Ma la cosa bellissima è che adesso anche le aziende stanno cominciando a cavalcare l’onda presidenziale un po’ come i surfisti fanno con quella definita “perfetta”. Ci consta, ad esempio, che in una azienda dell’informatica piuttosto grande con filiali anche all’estero, la direzione generale abbia colto al volo l’assist di un manager molto meglio di quanto non abbiano fatto agli Europei i nostri Pellè ed Eder. In sostanza è stato deciso che con una pubblica dichiarazione, simile a quella di Boccia, l’azienda in questione avrebbe preso posizione a favore del sì.
Le imprese, come è noto, non sono strutture democratiche, ma qui siamo ben oltre il concetto gerarchico che scandisce l’attività aziendale. Perché se Boccia può dire e fare quello che vuole sulla base di un mandato attribuitogli dai suoi affiliati, la stessa cosa non può fare una azienda all’interno della quale coesistono una pluralità di teste, si presume tutte pensanti e, soprattutto, diversamente pensanti.

Insomma una cosa è la sensibilità civile di un vertice aziendale che decide, attraverso incontri aperti e caratterizzati da contraddittorio, di rendere i propri dipendenti, dai più alti ai più bassi nella scala gerarchica, più informati e consapevoli fornendo tutti gli elementi di conoscenza sulla materia oggetto del contendere (e su tutte le posizioni), altra cosa è imporre una scelta di campo “obbligata” e, quindi, un pensiero unico che è poi quello che più sta bene al datore di lavoro, alla direzione generale, al vertice.
Il vertice può decidere per sé ma non può imporre alla propria scelta un carattere generale utilizzando il marchio che campeggia sul cancello di ingresso, appropriandosi così delle teste di tutti, pure di quelle che la pensano in maniera alternativa. Anche perché le teste non sono prodotti merceologici.

antoniomaglie

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