I comunisti non mangiano i bambini. Comprano il Milan

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“Io dicevo che i comunisti mangiavano i bambini e dovrei dargli il Milan?”. Scherzava così, Silvio Berlusconi, il 3 giugno scorso, a quarantotto ore dal primo turno delle elezioni amministrative e del manifestarsi dei problemi cardiaci che poi l’hanno costretto ad una delicatissima operazione a cuore aperto per la sostituzione della valvola aortica, sulla possibile cessione del Milan ai Cinesi.

Scherzava rispolverando un evergreen dell’anticomunismo, cavallo di battaglia di una vita, o almeno della sua vita politica. 

Trentadue giorni dopo, uscendo dal San Raffaele al termine della sua degenza, ha parlato molto più seriamente, annunciando che sì, questa volta il momento della cessione di quella che per oltre trent’anni è stata una sua creatura è davvero arrivato. Nei prossimi giorni il preliminare di accordo dovrebbe mettere nero su bianco il passaggio di consegne (per il closing bisognerà aspettare l’autunno): colui che vedeva il pericolo comunista ovunque in un paese nel quale da tempo non si vede neanche l’ombra di un comunista, colui che ha definito il comunismo una malattia, colui che ha sempre detto di essere sceso in campo per scongiurare il pericolo rosso, cede il suo Diavolo a chi ha sempre considerato IL DIAVOLO, a coloro che comunisti lo sono per davvero (tant’è vero che recentemente il Parlamento europeo, con il sostanziale contributo della stessa Forza Italia, ha negato al Dragone lo status di economia di mercato), perché in Cina il Partito è lo Stato e allo Stato nulla sfugge, tanto meno un’operazione di questo rilievo, che senza il via libera pubblico non sarebbe potuta neanche partire. Una nemesi storica? Sembrerebbe, se non fosse che sull’ex Presidente del Consiglio comunisti ed ex comunisti (questi ultimi presenti fin dall’inizio in gran quantità nelle file di Forza Italia), hanno sempre esercitato una certa fascinazione. 

A cominciare da colui che, a livello internazionale, è stato uno dei suoi primi interlocutori, nonché suo grandissimo amico personale: tale Putin Vladimir, di mestiere Presidente della Federazione russa e membro del KGB dal 1975 al 1991, non proprio un personaggio estraneo ai gangli del potere sovietico.

Come dimenticare poi il rapporto fatto di elogi e complimenti con un altro pezzo del sistema identificato dal Nostro come il Male Assoluto, con l’ultimo dittatore rimasto in Europa, con il padrone della Bielorussia, Aleksandr Lukashenko, Presidente dell’ex repubblica socialista dal 1994, ma soprattutto ex membro dell’Esercito sovietico. Un sincero democratico cui il ruolo di mediatore svolto nella crisi tra Russia e Ucraina ha consentito finalmente di mettere piede nell’Unione Europea (è stato in visita a Roma a maggio), dalla quale in precedenza era sempre stato tenuto lontano per via dei suoi metodi non propriamente rispettosi dei diritti umani.

Certo, però, che se Putin e Lukashenko possono essere inseriti nel novero degli ex comunisti (per quanto abbiano dimostrato di avere sempre ben presenti i metodi appresi in quel periodo), gli attuali acquirenti del Milan sono decisamente organici ad una delle ultime repubbliche popolari. Un gigante che, nonostante il recente rallentamento, resta la seconda economia mondiale (che peraltro ha in mano gran parte del debito pubblico della prima, quella statunitense). Solo da lì, in questo momento, possono arrivare i denari necessari ad evitare a Berlusconi una salatissima ricapitalizzazione e a far tornare il Milan ai livelli che competono alla sua storia.

Il diavolo per rilanciare il Diavolo. Una scelta economica e sentimentale, magari fatta a malincuore. L’anticomunismo, per ora, può essere messo da parte. Rimane sempre lì, pronto all’uso. E tuttavia, da adesso in poi, dovrà essere maneggiato con molta più cautela.

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