La lezione dell’Italia del calcio all’Italia politica

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-di ANTONIO MAGLIE-

L’Italia del calcio di solito considera la sconfitta come un evento che si deve accompagnare a un atteggiamento di vergogna. Eppure mai una vittoria ha prodotto un moto d’orgoglio quanto la sconfitta che sabato sera ha obbligato la nazionale guidata da Antonio Conte a tornare in Italia, superata nella competizione europea soltanto ai rigori dalla squadra campione del mondo, la possente Germania. Se letta con attenzione, questa vicenda sportiva può trasformarsi in una lezione per la nostra politica.

La Nazionale di Conte è una squadra straordinariamente normale: molto meno talentuosa di quella belga o di quella spagnola o, ancor di più, di quella tedesca. Ma è riuscita a trasformare la sua normalità in straordinarietà perché sulla base di un disegno tattico preciso ha messo le scarne qualità dei singoli al servizio del collettivo colmando o occultando in questo modo le carenze di talento. Ogni calciatore ha giocato non la “propria” partita, ma la “partita di tutti”; insieme hanno affrontato gli impegni uno alla volta avendo, però, sempre presente l’orizzonte finale, la Coppa perché, come spesso si dice nel mondo dello sport, il secondo è solo il primo degli ultimi. Sia chiaro, questo non significa che si debba competere solo per vincere ma che il concetto decoubertiniano dell’importante è partecipare va letto dal punto di vista del contributo incondizionato alla causa comune, dell’adesione a un progetto, a un programma, dell’abnegazione che metti nel tuo lavoro in campo, nell’impegno ad andare oltre il limite anche se a volte quell’oltre non è sufficiente.

Pure la politica italiana è povera di talenti. Anzi, poverissima. Non abbiamo più i De Gasperi o i Moro, i Nenni o i Lombardi, i Parri o i La Malfa, i Togliatti o i Berlinguer. È così povera che ha sentito il bisogno di affidarsi a figure “estranee”: docenti universitari vanitosi e ammalati di protagonismo, comici in crisi di creatività, imprenditori che faticano a capire la differenza tra un consiglio di amministrazione e un governo o tra un’assemblea dei soci e il parlamento, improvvisati “unti dal Signore”, bambini prodigio che avendo vinto lo Zecchino d’oro hanno pensato di poter subito trionfare a Sanremo. La modestia generale essendo spesso accompagnata da saccenteria e arroganza non è riuscita a trasformarsi in una virtù fondamentale nell’uomo: l’umiltà. L’orizzonte si esaurisce nelle singole partite non in un traguardo finale e così le proposte non si trasformano in un progetto tattico, cioè in un programma politico ma si esauriscono nell’improvvisato espediente elettorale o in un retorico e populistico richiamo a non si sa bene quali armi. Tutto si esaurisce se non nello spazio di un mattino, al massimo di due o tre albe, la distanza più lunga è quella che separa gli occhi dalla punta del naso e, soprattutto, tutti remano per proprio conto rendendo ancora più poveri i già non eccelsi talenti.

Lo sport e il calcio sono metafore della vita anche se per i politici italiani sono l’occasione per pavoneggiarsi, senza pagare il biglietto, nelle tribune autorità dei nostri sgangherati stadi. Qualcuno, poi, li usa per reclutare manovalanza, altri per farsi pubblicità in occasione di scadenze elettorali gemellandosi con questo o quell’altro gruppo ultras. Eppure mai come in questo caso la politica italiana potrebbe trarre una lezione dalla piccola, umile Italia del pallone che per qualche notte ci ha fatto sentire orgogliosi di quel che potremmo essere e purtroppo non sempre siamo.

antoniomaglie

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